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Portogallo, Peniche – naufragio romano nelle acque dell’Atlantico

Una nave inesistente, numerosi frammenti trasportati in maniera incessante dalla corrente e un gabbiano che, in solitudine, osserva la scena, accovacciato sopra a un muricciolo di fronte al mare: sembrerebbero gli ingredienti che compongono un romanzo giallo oppure una delle molte leggende che circolano sul mar Mediterraneo.

Invece, costituiscono l’argomento di cui si occupano quotidianamente gli studiosi di archeologia dell’Università della città di Coimbra, presso la quale opera, già da diversi anni, malgrado la sua giovane età, Alessia Amato (originaria di Molfetta), dottore di ricerca per quanto riguarda l’Archeologia Navale Islamica.

Ricomponiamo i pezzi del puzzle archeologico: un’imbarcazione è naufragata, in epoca augustea, mentre trasportava dei vasi fatti di terracotta contenenti olio d’oliva dal Portogallo meridionale alla Britannia, ovvero l’odierna Gran Bretagna. Però, la nave non si trova. Quindi? Torniamo indietro: in base alle segnalazioni fatte da un pescatore locale, gli studiosi dell’Università di Coimbra, qualche anno fa, incominciarono a esplorare il tratto di mate sul quale si affaccia Peniche, nel territorio sud-occidentale del Portogallo.

Le indicazioni risultarono veritiere e furono rinvenuti oltre 5 mila frammenti di vasi in terracotta “Haltern 70”, usati per trasportare olio e altri, attinenti, invece, a un altro tipo di vaso, denominato “sigillata italica”. È proprio quest’ultima traccia che permette di collocare la data del naufragio all’epoca augustea (dal 25 avanti Cristo al 15 dopo Cristo), circoscrivendo le datazioni iniziali.

Per di più, l’ingente quantità di frammenti trovati permette anche di risalire ad alcune delle caratteristiche della nave misteriosa: un’imbarcazione leggera, che non superava le quindici tonnellate, che si frantumò sulle rocce che affiorano pericolosamente nel tratto di oceano davanti a una costa scoscesa.

Così, i frammenti, preziose e uniche prove del naufragio, sono ripescati, puliti e desalinizzati: un’operazione lunga, delicata e paziente, che permette la ricomposizione del disegno, della storia, della vita che si cela dietro e all’interno di quei vasi spezzati. Questo è ciò che rende interessante il lavoro degli studiosi di archeologia del mondo, qualsiasi civiltà essi analizzino: comporre il puzzle, pezzo per pezzo, fino a mettere insieme il disegno originale.

Però, il puzzle sottomarino, è molto più complicato da ricomporre. Le onde muovano in continuazione la sabbia, con essa, i cocci delle anfore e pure i riferimenti che gli studiosi piantano per segnare la collocazione dei reperti. Inoltre, bisogna lavorare a testa in giù per evitare di smuovere l’acqua, affinché non si perda nulla, nemmeno un particolare.

Anche il più piccolo dettaglio può muovere il cursore immaginario posto sulla linea del tempo o narrarci di qualcuno che in epoche passate, magari poco tempo dopo l’affondamento, essendo a conoscenza del carico sepolto nelle profondità dell’oceano, si è immerso per raschiare le pregiate resine che ricoprivano dall’interno le anfore di terracotta per ottenere materia da riusare. Le tracce lasciate da questo sconosciuto sono palesi e produce un certo effetto vederle, nitide, sopra a un frammento ritrovato. E poi, si continua a ricostruire il puzzle e si ricostruisce, tratteggiandola, un vaso da soli due frammenti che ne rivelano il volume e la forma originali.

A gli inesperti di archeologia può parer piuttosto strano, oppure curioso, questa operazione di cesellamento, lenta, delicata e complessa. Soltanto una passione congenita, quale è quella della Dottoressa Alessia Amato o quella degli esperti della sua squadra, può fornire una spiegazione alla testardaggine nel voler scoprire cosa accadde in quel tratto di oceano, al di là delle Colonne d’Ercole, oltre le quali, si sa, noi mortali non possiamo andare.

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