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La preghiera nel mondo greco

La preghiera nel mondo greco

La preghiera nel mondo greco

Noi non conosciamo né le formule abitualmente impiegate dai Greci nelle loro preghiere ( ??????), né quelle recitate dai sacerdoti durante le cerimonie, ma possediamo numerose testimonianze di eroi in preghiera, che consentono di delineare lo schema e la struttura generali, di solito piuttosto costanti: dopo l’invocazione ( ??????????) della divinità ( assieme ai suoi epiteti, o l’elenco delle località ove è venerata ) segue la rievocazione delle circostanze nelle quali il dio ha già prestato soccorso all’invocante o dei meriti che il fedele può vantare, e dunque la richiesta ( ?????).

Suppliche e preghiere nei poemi omerici

Già a partire dall’età omerica abbiamo esempi in tal senso, come la preghiera di Crise ad Apollo nel primo libro dell’Iliade ( vv. 37 – 42 ):

‘Prestami ascolto, dio dall’arco d’argento, che proteggi Crisa / e Cilla divina, e regni potente su Tenedo, / Sminteo, se mai t’ho eretto un bel tempio, / se mai ho bruciato per te le cosce grasse / di tori o di capre, esaudisci ame questa preghiera: / che i Danai paghino le mie lacrime sotto i tuoi strali!’.

Crise prega Agamennone di restituire la figlia Criseide.

Mentre Penelope, nell’Odissea ( IV, 759 ssg. ):

‘lavata e messa una veste pulita sul corpo, salì al piano di sopra con le donne sue ancelle e nel canestro chicchi d’orzo versò e pregò Atena:’ Ascoltami, creatura di Zeus Egioco, Infaticabile, se mai qui nella casa l’accorto Odisseo o di vacca o di pecora ti bruciò grasse cosce, di quelle ora ricordati, salvami il figlio caro, disperdi i pretendenti malamente superbi!’. Così detto gridò, la dea sentì la preghiera’.

La preghiera di Aiace

Una delle immagini di preghiera più struggenti è quella tratteggiata da Sofocle nel suo Aiace, quando l’eroe omonimo, sul punto di togliersi la vita, sulla riva del mare proferisce queste parole ( vv. 854 ssg. ):

‘O Morte, mia Morte, guardami, adesso, fatti vicina; non importa se ti starò accanto in eterno, laggiù, e potrò sempre parlarti. A te mi volgo, lampo che inondi luce, Sole che cavalchi nell’aria! È la fine, non esiste futuro. Chiaro cielo! Terra di casa mia, Salamina adorata, spiazzo del mio focolare! Bella Atene, sangue fraterno. E voi, sorgenti, correnti – vi vedo – praterie della terra troiana, anche a voi, una parola: m’avete dato da vivere, addio! Questo è l’ultimo suono dalla bocca di Aiace. È per voi. Da ora, parlerò nell’abisso, alla gente laggiù’.

L’inno

L’inno è una forma di preghiera che non presenta il carattere di urgenza nella richiesta, e che, sostanzialmente, canta le lodi del dio come ringraziamento dei beni da lui concessi o ad un singolo o ad una collettività. Mentre l’elemento centrale della preghiera è l’invocazione, quello dell’inno è il cosiddetto ???????? ( omphalós), vale a dire la narrazione di un fatto riguardante la divinità, posto tra il preludio ( ????? o ?????????) e la conclusione ( ????????? ).

Per quel che riguarda le preghiere esoteriche, uno degli elementi caratteristici consiste nella lunga enumerazione degli attributi del dio in questione, quasi come una litania in onore della divinità invocata; ne è un esempio il frammento orfico 21 a Kern:

‘Zeus fu il primo, Zeus dal fulmine abbagliante sarà l’ultimo, Zeus è capo, Zeus mezzo, da Zeus tutto ha il suo fine. Zeus è il fondamento della terra e del cielo stellato; Zeus fu maschio, Zeus immortale si fece sposa; Zeus soffio di tutte le cose, Zeus scintilla del fuoco indomabile, Zeus radice del mare, Zeus sole e luna; Zeus re, Zeus dal fulmine abbagliante è promotore di tutte le cose. Infatti avendo nascosto tutti gli elementi, di nuovo dal sacro cuore li riporta alla luce grandiosa, operando con la sola forza del suo spirito’.

Luoghi e modalità del pregare nel mondo greco

La preghiera, a partire dall’età omerica fino all’epoca ellenistica, si basava sul principio materiale di scambio colla divinità, una sorta di do ut des nel quale l’uomo esponeva e vantava i propri doni e meriti, mentre il dio concedeva benefici e favori. Ristrette cerchie di persone quali filosofi e moralisti indubbiamente erano consapevoli del senso e della natura spirituale della preghiera, che invece i comuni cittadini ignoravano, tanto che ancora nel II sec. d. C. il poeta satirico Luciano affermava che gli uomini del suo tempo pregavano Zeus per chiedergli di poter diventare re, far crescere bene le cipolle, far morire parenti per accaparrarsi l’eredità, gli agricoltori chiedevano la pioggia, le lavandaie il sole, e Zeus dunque non poteva che avere l’imbarazzo della scelta.

Si possono invocare ed interpellare gli dei anche semplicemente perché si desidera sapere del proprio futuro, ma chiedere di cambiare il corso del destino, ad esempio, sarebbe null’altro che follia, come ben ci dimostra un passo

dell’Iliade nel quale Zeus assiste, senza poter intervenire, alla morte di Sarpedone, avuto da Laodamia, poiché è destino che così accada ( vv. 433 ssg. ):

<< Povero me! Sarpedone, a me il più caro degli uomini, / è destino che mi cada sotto i colpi di Patroclo figlio diMenezio. / In due è diviso il mio cuore, perché dubito dentro di me, / se debba sottrarlo vivo alla battaglialuttuosa / e metterlo in salvo nella fertile terra di Licia, / oppure farlo morire sotto i colpi del figlio di Menezio >>. / A lui rispondeva allora Era veneranda, dall’occhio bovino: << Cronide terribile, che discorso hai fatto! / Un uomo nato mortale, da un pezzo votato al destino, / lo vuoi sottrarre di nuovo alla morte crudele? / Fa’ pure; macerto non tutti t’approviamo noi altri dei. / Ma un’altra cosa ti dico, e tu mettila in mente: se rimandi vivoSarpedone a casa sua, / bada che poi qualche altro degli dei non voglia / anche lui salvare suo figlio dalla battagliaviolenta; / intorno alla grande città di Priamo combattono molti / figli d’immortali, cui farai una rabbiatremenda. […] >>. / Disse così, e non disobbedì il padre degli uomini e degli dei; / ma riversò sulla terra stille disangue / per onorare suo figlio, che Patroclo stava per uccidergli / nella fertile Troia, lontano dalla sua patria’.

I principali luoghi addetti alla preghiera erano i templi, ove si entrava ad occhi bassi e con profonda solennità.

L’orante indossava spesso una corona sul capo od una ghirlanda al collo, per propiziarsi la benevolenza del dio, ed in mano stringeva dei <<rami supplici >> ( ?????? ?????????), solitamente d’olivo o d’alloro, l’uno simbolo di pace, l’altro di successo e felicità. Attorno a questi rami venivano avvolte piccole bende di lana, senza essere annodate, e con essi si toccavano le mani o le ginocchia del dio o del mortale destinatario della preghiera, o si protendevano verso la presunta sede della divinità. Quando la supplica era rivolta ad un mortale, si abbracciavano e baciavano le sue ginocchia, o si abbracciavano le ginocchia e baciavano le mani.

L’orante, inoltre, a seconda del tipo di richiesta che stava per rivolgere, poteva stare in piedi, in ginocchio, o perfino prostrato a terra; sollevava le mani verso il cielo, se pregava gli dei celesti, o verso il mare, se pregava gli dei marini, o anche verso la terra, se si rivolgeva agli dei infernali, nel qual caso batteva il suolo con i piedi o con le mani.
Le preghiere potevano essere recitate a mente, sottovoce o ad alta voce ( come soleva fare Pitagora ); all’inizio e alla fine della preghiera si baciava il dorso della propria mano, alzandolo verso il dio, così che il bacio giungesse fino a lui.

Bibliografia

  • A. Ferrari, Dizionario di mitologia, Utet 2006.
  • A. Roveri, La preghiera, scheda citata in A. Cardinale, Mondo Greco, Editrice Ferraro 1998.
  • Omero, Iliade, ( a cura di ) G. Cerri, Bur 1998.

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