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Prima guerra punica: battaglie

Prima guerra punica: battaglie

Roma e Cartagine: potenze del Mediterraneo

Quando Pirro abbandonò l’infelice campagna in Sicilia per andare incontro alla ben nota sconfitta di Benevento, pare che abbia detto, quasi fosse una preveggenza: “Quel campo di battaglia per romani e cartaginesi lo lascio dietro di me”.

In quel momento, era il 275 a.C., Roma ancora non aveva inglobato nella sua sfera d’influenza le città della Magna Grecia e perciò il contatto-scontro con Cartagine non si era sentito necessario, anzi al contrario, tramite una serie di trattati (il primo risaliva già in epoca regia), le due città avevano sempre mantenuto rapporti pacifici.

Ma l corso della storia mutò la situazione: Roma era una potenza in ascesa, Cartagine lo era già da tempo ed era un elemento fondamentale nello scacchiere degli equilibri nel Mediterraneo, che inevitabilmente sarebbe stato protagonista dell’inevitabile scontro tra due entità sotto il controllo delle quali ormai gravitavano quasi tutti i popoli dell’area.

Se Roma avesse conservato la sua prima vocazione terrestre e mirato verso il Nord della penisola, il mondo antico sarebbe rimasto spaccato in due, con la città punica che avrebbe continuato a primeggiare nel bacino del Mediterraneo; ma una volta avuto contatto con il mondo greco i Romani non avrebbero lasciato senza una fine il loro compito.

Sotto la penisola c’era la Sicilia, allora in mano cartaginese; l’isola si poneva come un ponte di collegamento tra l’Italia e l’Africa ed era troppo vicina ad entrambe per non essere un elemento destabilizzatore.

Cartagine: la potente colonia fenicia

Di tutte le colonie fenice Cartagine di certo era stata la più florida e ricca grazie anche alla sua intraprendenza con, senza dubbio, un sicuro aiuto della fortuna. Era allora una delle città con vocazione marinara più estese tanto che era ritenuto certamente il polo portuale, commerciale ed industriale più importante di tutto l’Occidente. Fondata nell’814 a.C. dai Fenici di Tiro, aveva surclassato questa città prendendone la leadership mediterranea quando Nabucodonosor, alla metà del VI a.C., aveva distrutto proprio la madrepatria di Cartagine.

I suoi possedimenti territoriali comprendevano l’odierna Tunisia, le coste della Tripolitania, una serie di piccoli centri portuali situati nelle odierne Algeria, Marocco; aveva il controllo diretto di alcune colonie fenice nella Penisola Iberica (Cadice, Ibiza), a Malta, mentre altre, in Sicilia e in Sardegna, erano sue tributarie.

La città era governata da una sorta di senato, composto da 300 membri, ad esso si aveva di diritto accesso in base al censo piuttosto che sui natali; quanto veniva decretato da questo collegio senatoriale veniva votato ed accettato da un’assemblea popolare, che in sostanza aveva il solo compito di ratificare le scelte del senato.

I magistrati, detti suffeti, erano eletti ogni anno senza alcun vincolo per una eventuale rielezione, tanto che Annibale rimase in carica per ben 22 anni consecutivi. Pur avendo una struttura politica molto simile a quella di Roma, Cartagine era molto più sviluppata e ricca grazie alla sua forte base commerciale, che la rendeva il polo economico principale su cui vertevano tutte le popolazioni circostanti, tra cui mori e numidi.

Il punto saldo del suo dominio commerciale era basato su un controllo ferreo dei suoi domini territoriali e delle sue colonie; inoltre nessuno poteva avventurarsi lungo le sue rotte commerciali senza che una flotta, predisposta alla sorveglianza, non facesse rispettare l’embargo, motivo per cui nel Mediterraneo controllato dai cartaginesi non si vedevano pirati.

Diversamente dall’Urbe che era aperta verso i membri della sua confederazione, richiedendo solo truppe ed aiuti militari, i popoli soggetti a Cartagine non avevano certo vita facile: erano suoi tributari (anche se con distinzioni tra colonie e popoli sottomessi).

I cittadini cartaginesi della classe oligarchica, esentati dal servizio militare, si avvalevano di mercenari di coscritti; se vogliamo questo era un grosso limite perché, se gli alleati dei romani combattevano per avere un bottino e mantenere i loro privilegi, i soldati cartaginesi combattevano per il “soldo” o per dominatori assai duri e vendicativi, in entrambi i casi erano sicuramente meno motivati.

Tuttavia, in caso di guerre, i modi di elezioni dei capi militari erano meno rigidi di quelli romani e questo era di certo un importante vantaggio: i generali e gli ammiragli, che venivano eletti da uno speciale consiglio di 30 membri (scelti nel senato), potevano rimanere in carica per lungo tempo e ciò consentiva di seguire una strategia bellica di maggior respiro e di acquisire molta esperienza.

C’era però il rovescio della medaglia in tutto ciò; se il successo era ripagato con grande onore, gloria e ricchezze, la sconfitta e le scelte sbagliate venivano punite con la morte, qualora non fossero gli stessi soldati a giustiziare il proprio comandate, se ritenuto incapace.

Battaglia navale di Milazzo (260 a.C.)

Furono i mamertini (il loro nome deriva dalla forma osca di Marte), soldati mercenari al soldo di Cartagine, a fornire a Roma il motivo per scatenare lo scontro con i punici. Dopo la morte di Agatocle, questi mercenari, originari della Campania, si erano impadroniti in modo duro di Mamertum (Messina), assumendo il controllo dell’area Nord-Est della Sicilia, mentre i Cartaginesi erano in possesso dell’area Sud-Ovest dell’isola.

Nel frattempo a Siracusa faceva la sua ascesa il nuovo dittatore Ierone, che, volendo emulare il suo predecessore, puntò sulla città di Messina per espandere i suoi domini, non pensando minimamente di infastidire i ben più forti e crudeli cartaginesi.

Gli abitanti di Mamertum, furbescamente, non esitarono a chiedere l’aiuto di Cartagine così da scongiurare il pericolo; purtropp se da una parte ciò causò il ritiro di Siracusa, dall’altra però i cartaginesi volevano rendere Messina un loro dominio, perciò nel 264 a.C. i mamertini chiesero a Roma di allearsi ritenendola giustamente meno vincolante del rapporto con i punici.

Nell’Urbe s accese un duro dibattito, infatti molte erano le ragioni per non accettare la richiesta dei mamertini: innanzitutto moralmente essi avevano la fama di briganti e questo non avrebbe fatto buona pubblicità a Roma, ma soprattutto il senato era conscio del fatto che un eventuale aiuto sarebbe stato considerato un affronto per Cartagine ed una guerra, con tutte le grandi spese che avrebbe comportato, non sarebbe stata ottimale da affrontare in quel momento.

L’eventuale guerra inoltre si sarebbe combattuta per mare, motivo per cui Roma si sarebbe dovuta munire di una flotta, perché l’unico modo per vincere definitivamente sarebbe stato prevalere nelle battaglie navali, in cui Cartagine era al momento imbattibile.

Esistevano poi ragioni più grette, che avrebbero spinto il senato romano a tentennare: le ultime campagne militari avevano portato all’affermazione militare e, conseguentemente, politica di molti homini novi provenienti dal popolo, era ragionevole, perciò, pensare che una vittoria contro la più grande potenza del Mediterraneo Occidentale avrebbe di fatto sancito in modo definitivo questo processo di democratizzazione, che avrebbe ridimensionato il potere decisionale dei senatori.

È probabile, anche se Polibio (fonte principale) non lo afferma, che la decisione definitiva fosse stata presa dal popolo che ne avrebbe visto solo gli effetti positivi. Un corpo di spedizione riuscì a giungere a Messina, perché l’ammiraglio punico non se ne preoccupò più di tanto, ma il fatto che appena tornato in patria fu condannato a morte la dice lunga sull’atteggiamento che avrebbero assunto i punici.

Seguì una battaglia per il possesso di Messina, dove i romani ebbero la meglio e si assicurarono un’alleanza con Ierone di Sracusa. Nel 262 a.C. occuparono, dopo un lungo e difficile assedio, Agrigento, alleata dei cartaginesi. Ma la guerra stagnava, perché nessuno dei due contendenti riusciva a scacciare definitivamente l’altro dall’isola e oltretutto Roma agiva con molta cautela, cercando alleati tra le città siciliote.

Il senato era sul momento propenso, visto il buon andamento delle operazioni terrestri, a cercare un compromesso con i punici e a proporre una divisione in sfere d’influenza dell’isola; ma avendo messo piede in Sicilia l’idea di Roma era troppo affrettata.

Nel 261 a.C. la flotta cartaginese, guidata da Amilcare, fece recuperare tutte le postazioni perse e addirittura saccheggiò alcuni centri costieri italici.

È a questo punto che, per Polibio, si determina il cambiamento della politica romana: il senato decreta la necessità di conquistare la Sicilia, segnando definitivamente la scelta di seguire l’idea dell’imperialismo e da allora Roma non sarà più la
stessa.

Poiché per la conquista dell’isola era assolutamente necessario munirsi di una flotta, fu fatto questo grande investimento: secondo Polibio non fu una flotta qualunque.

Fino a quel momento Roma disponeva di 20 triremi agli ordini di duoviri navales, ma per far fronte a Cartagine bisognava munirsi di quinqueremi, molto più potenti e veloci; gli ingegneri navali trassero spunto da una nave catturata ai punici in uno scontro del 264 a.C.

I vascelli punici erano lunghi 37 m e larghi 5 m, disponevano di 270 rematori, suddivisi in tre banchi sovrapposti, in quelli superiori, rispettivamente di 112 e 108 vogatori, gli uomini erano disposti due a due, mentre il banco inferiore ospitava 50 elementi singoli. Le quinqueremi portavano circa 120 soldati, oltre i 30 membri dell’equipaggio.

In tutto furono realizzate 100 navi di quel tipo, oltre a 20 triremi, tra i porti di Ostia, Anzio e Napoli. Furono inoltre addestrati 30000 vogatori (remiges), reperiti tra i socii navales, ma anche trai cittadini più poveri o tratti dai contadini dell’entroterra italico. Non era tutto: Roma aveva forze armate prettamente terrestri senza alcun tipo di esperienza navale, persino i comandanti non sapevano come guidare i propri uomini per mare.

Bisognava trovare un modo per facilitare le battaglie navali per i soldati romani e in questo caso l’alleanza con Ierone si rivelò assai utile. Durante la guerra del Peloponneso gli ateniesi avevano tentato un assalto a Siracusa, che possedeva però dei dispositivi detti “corvo”, molto utile per sconfiggere i nemici. Si trattava di un ponte girevole lungo 11 m e terminante con un uncino, che serviva a bloccare la nave nemica e per permettere ai legionari di combattere come se si trovassero su terraferma.

Nel 260 a.C. la flotta fu affidata a Gneo Cornelio Scipione, che ne fece un uso così sciocco da essere soprannominato Asina. Lasciata la maggior parte della flotta a Messina, si diresse con 17 navi alla volta di Lipari, ma fu bloccato dai punici che lo catturarono e lo portarono a Cartagine. Il comando passò a Caio Duilio, a cui erano state prima affidate le sole operazioni terrestri; il comandante abbandonò le truppe per guidare una flotta inesperta in operazioni considerate da molte suicide.

Ma il vero alleato de romani era la sorpresa, infatti era facile sottovalutare una flotta neonata e soldati inesperti nelle guerre via mare, perciò i cartaginesi salparono pronti a vincere con facilità i loro nemici, non considerando che i romani avrebbero sfruttato i corvi, che furono il tocco decisivo per decretare gli esiti della battaglia.

Non appena le navi puniche si avvicinavano a quelle capitoline, venivano calati i corvi che trasformavano lo scontro in un corpo a corpo in cui i romani erano di gran lunga superiori. I cartaginesi, così, ebbero la peggio: chi non era caduto in battaglia fu catturato e le navi divennero proprietà romana.

Il resto della flotta punica tentò un nuovo assalto, ma fu tutto inutile e Annibale dovette ritirarsi; nel frattempo i romani liberarono Segesta, importante centro della Sicilia Occidentale, che, essendosi alleata con Roma, aveva subito un duro assedio.

Possiamo immaginare come si gioì nell’Urbe per questa schiacciante vittoria; nel Foro fu innalzata una colonna, di cui si conserva l’iscrizione, con i rostri delle navi catturate in onore di Caio Duilio, che viene ricordato come il gran vincitore di Milazzo e che perciò potè godere per tutta la vita del privilegio di essere accompagnato tutte le sere a casa da un gruppo di flautisti e da portatori di fiaccole.

Battaglia delle Isole Egadi (241 a.C.)

Ora i capitolini avevano acquisito una grandissima fiducia e speranze, poiché erano consapevoli di poter essere in grado di competere alla pari con il suo nemico. Nel 258 a.C. la flotta romana inflisse un’altra dura sconfitta, questa volta, in Sardegna ad un Annibale, che morì impiccato dai suoi stessi uomini. Una nuova vittoria si ebbe l’anno seguente a Tindari da parte del console Gaio Attilio Regolo: da questo momento si pensò di poter spostare la guerra in Africa.

Dopo aver allestito una flotta di 330 navi, Attilio Regolo riportò una vittoria sulla costa Sud della Sicilia e da qui salpò alla volta delle coste africane, ciò spaventò così tanto i punici da proporre una pace, ma le pretese del console sembrarono tanto onerose, che ogni trattativa saltò.

Purtroppo Regolo fu gravemente sconfitto a Bagradas e cadde prigioniero: non sembra che la storia della sua fine dentro una botte chiodata sia vera, ma è quasi certo che perì nelle prigioni di Cartagine, d’altro canto neppure la tradizione storica lo giudicava favorevolmente in quanto la sua tracotanza era costata la fine degli scontri per via diplomatica, che restava sempre quella maggiormente auspicata dal senato.

Come se non bastasse nel 253 a.C. forti raffiche di vento distrussero 150 batelli, a cui si sommò, nel 249 a.C., la sconfitta inflitta da Asdrubale al console Publio Claudio Pulcro, ontemporaneamente il suo collega Lucio Giunio Pullo subiva delle perdite sempre a causa di una tempesta: seguendo l’esempio di Cartagine, il senato romano multò Pullo, mentre Pulcro, che sfuggì alla prigionia, fu costretto al suicidio per smpare alla vergogna pubblica.

Ovviamente questa serie di eventi negativi incisero sul morale dei soldati e dei cittadini romani, inoltre anche gli alleati non rispondevano più con grande entusiasmo alle richieste d’aiuto, anche perché il compito di marinaio si stava rivelando più pericoloso di quello del soldato.

Per alcuni anni non si parlò più di armare una flotta e si assisteva impotenti alla crescita del potere di Cartagine, che stava migliorando anche nel combattimento terrestre grazie ad Amilcare Barca, le cui incursioni si spinsero fino a Cuma, motivo per cui alla fine Roma fu decisa ad allestire una nuova flotta.

Purtroppo le casse dello stato erano quasi esaurite del tutto e non si potevano esasperare ulteriormente con altri tributi, perciò fu votata una legge che obbligava i più ricchi a versare dei contributi con l’idea che a fine guerra sarebbero stati rimborsati.

In pratica era il senato ad autotassarsi, visto che i cittadini più facoltosi erano membri del collegio senatoriale; ciascuno investì nella realizzazione di una quinquereme, in modo che si ebbero 200 nuove navi con scafo più piccolo e veloce.

La nuova partita si giocava ad Erice, in Sicilia, dove Amilcare Barca era riuscito a prendere piede a discapito dei romani, che avevano mantenuto però il controllo della cima del monte.

Inspiegabilmente i punici non erano venuti a sapere della rinata flotta capitolina, perciò avevano rinviato in patria le proprie navi, convinti che lo scontro sarebbe stato solo terrestre.

Il console Gaio Lutazio Catulo riuscì, così, con grande facilità ad impossessarsi di Trapani e Lilibeo; a questo punto i cartaginesi inviarono in Sicilia una flotta capitanata dal generale Annone che voleva sorprendere il nemico a Marettimo (isola delle Egadi), svuotando le navi di grano e caricandole di mercenari siculi.

Il console romano fu però scaltro e lo anticipò, raggiungendo, con le navi piene di mercenari, a Favignana, la più Orientale delle Egadi. Il 10 marzo 241 a.C., giorno prescelto per la battaglia, le condizioni climatiche erano sfavorevoli ai romani, mentre il nemico avanzava con i venti a favore: alla fine dopo tentennamenti Catulo decise di schierare la sua flotta su di un’unica linea per sbarrare la strada ai cartaginesi.

Lo scontro fu breve ma aspro e si rivelò tutta la superiorità bellica romana: i soldati romani erano i migliori combattenti, possedevano una tecnica bellica che nessuno era in grado di eguagliare.

Per i punici fu una vera disfatta, persero 70 navi con tutti gli equipaggi, che furono catturati, 50 navi furono affondate, Annone riuscì a salvarsi, ma sembra superfluo dire che fu condannato dai compatrioti alla crocifissione. Ormai senza l’aiuto della flotta di Annone i giorni per Amilcare Barca erano contati, infatti senza aiuti e senza viveri fu costretto a dichiarare la sua resa.

A questo punto si convenne lo sgombero totale dell’isola che divenne totale dominio romano, ad eccezione di Messina e Siracusa che mantennero lo stato di alleate; i cartaginesi dovevano restituire i prigionieri e pagare un’indennità superiore a quanto sarebbe effettivamente servito per rimborsare la flotta di Roma.

Fiorirono i divieti: non ci si poteva alleare con centri alleati di Cartagine, non potevano essere arruolati come mercenari e fu loro preclusa la navigazione in acque italiche.

Dopo 24 anni la guerra era finita; una guerra memorabile, non per le imprese belliche (di queste la seconda guerra punica ne avrebbe offerte moltissime), ma per le imprese navali durante le quali la più potente città marittima del Mediterraneo ne uscì gravemente sconfitta da un popolo che fino a quel momento aveva combattuto solo contro contadini, pastori e montanari.

1 Commento su Prima guerra punica: battaglie

  1. La battaglia del 10 marzo del 241 ac, non avvenne a Favignana ma a largo di Levanzo,di recente sono stati ritrovati importanti reperti storici, come il rostro, l’elmo montefortino a conferma del luogo di battaglia.
    N.B il mio commento non vuole assolutamente assumere i toni di polemicità. ma solo a segnalare la notizia. grazie.

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