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Relitto A di Punta Ala

Relitto A di Punta Ala

Il relitto “A” di Punta Ala

Il relitto A di Punta Ala fu ritrovato nel febbraio del 1973 durante i lavori di dragaggio eseguiti dalla Società Marina di Punta Ala nel porto della località. Il relitto in questione è una nave oneraria della metà del III sec. d.C., la quale trasportava anfore contenenti olio prodotto nella Spagna meridionale e viveri a base di pesce provenienti dalla zona sud occidentale dell’Iberia.

Prospezioni preliminari e scavi

Nel 1974 l’Ispettore onorario della Soprintendenza dott. Mario Ficini si recò sul luogo del ritrovamento e dopo aver appurato che si trattava di una nave romana decise di avvertire le Autorità interessate e di organizzare una prima perlustrazione dell’area.

Quello stesso anno il sito venne ispezionato anche dal professore Giovanni Lamboglia, il quale riuscì ad individuare la stratigrafia di quel punto del porto, costituita da tre fasi: nella prima era possibile riconoscere un’imbarcazione romana; nella seconda si intravedevano dei pali inseriti nel fango, resti di un vivaio di cozze; e nell’ultima giacevano i resti della struttura dell’idroscalo.

L’analisi fatta da Nino Lamboglia portò all’interruzione dei lavori di dragaggio e all’ organizzazione di indagini archeologiche nel sito. Il 26 aprile del 1975 fu avviata la prima campagna di scavo, durante la quale fu effettuato un lavoro di pulitura del fasciame della nave. Furono esaminati i quattro strati che la coprivano e fu messa in evidenza buona parte della prua.

I dati raccolti durante questa prima indagine portarono alla conclusione che si trattava di una nave adibita al trasporto di merci, databile alla metà del III sec. d.C.

Alla chiusura dello scavo, che avvenne il 9 maggio, il relitto fu ricoperto di sabbia, sopra la quale venne disteso un telo di nylon legato ad un telaio di tubi di metallo per assicurarne una idonea conservazione e per obliterarlo ai più curiosi; mentre i reperti recuperati furono provvisoriamente collocati in un magazzino. Durante lo stesso anno, dalla fine di ottobre a metà dicembre, fu avviata la seconda campagna archeologica; durante la quale fu messo in luce lo scheletro ligneo della nave che venne ripulito per poi eseguire il rilievo.

Purtroppo il poco tempo a disposizione non bastava per recuperare il relitto, perciò si decise, ancora una volta, di sospendere la campagna e di ricoprire i resti.

Quindi il 4 dicembre fu coperto il relitto impiegando acqua mescolata con sabbia per il 50%, al fine di proteggere allo stesso modo la superficie e per evitare che carichi troppo pesanti rovinassero le parti più deboli, infine l’area fu circondata da una struttura rettangolare costituita da tubi Innocenti e teli di poliammide.

In seguito la Società Marina di Punta Ala costruì il pontile, rinunciando però, su richiesta del Consiglio Superiore del Ministero, ad ormeggiare imbarcazioni con un pescaggio che superasse 1 m, e ad usare ancore nella zona, il tutto finalizzato a garantire l’integrità del sito.

Studi sulla conservazione del relitto

Molta attenzione fu rivolta dal professore Nino Lamboglia alla protezione dopo lo scavo del relitto “A” di Punta Ala, con lo scopo di conservare il sito e di agevolare gli interventi futuri, perciò propose tre soluzioni.

La prima prevedeva che il relitto fosse isolato con una struttura formata da cassoni e palancole e che fosse prosciugato, per effettuare lo scavo in aria, bagnando con poca acqua lo scafo per evitare l’alterazione dello stato del legno a contatto con l’aria e per togliere il sale.Infine, dopo aver effettuato il rilievo, il relitto sarebbe stato smontato per poi essere ricostruito e riproposto alla pubblica fruizione all’interno di un museo.

Il secondo metodo, dopo aver effettuato lo scavo ed il rilievo, consisteva nella collocazione dello scafo in una gabbia, per sollevarlo con più facilità dalla banchina e inserirlo in un ambiente pensato e realizzato per la sua conservazione, poco distante dal luogo di rinvenimento.

Infine l’ultima soluzione prevedevala realizzazionediuna vasca riutilizzando le strutture già presentinel molo e costruendo ex novo gli altri due lati. Lamboglia voleva inserire il relitto all’interno della vasca per esplorarlo gradualmente e garantirne la tutela in situ.

Delle tre soluzioni l’ultima risultò essere la più adatta, perché prevedeva bassi costi ed era facile da attuare.Era un’idea innovativa perché prevedeva sia lo studio che la conservazione di un’imbarcazione antica, da realizzare con moderne tecniche di analisi e di intervento, senza recare danno al relitto e consentendone il pubblico godimento.

Gli studi di Lamboglia non furono mai applicati perché la Società Marina avrebbe dovuto privarsi dello spazio di banchina, di conseguenza il materiale archeologico andò perso ed il relitto fu lasciato nel luogo di ritrovamento e si rovinò.

Carico della nave

Gli oggetti rinvenuti nel giacimento di Punta Ala oggi sono custoditi nel Museo Civico di Grosseto, essi anche se si presentano in numero esiguo e in frammenti, hanno comunque permesso di stabilire a quale periodo appartenesse il relitto. Il carico della nave era costituito per lo più da anfore e da due dolia contenenti vino, olio e derrate alimentari.

La dotazione di bordo era invece costituita da diverse ceramiche: alcuni pezzi di ceramica fine e chiara Lamboglia 40-C; un vaso a fondo striato con rivestimento color cenere realizzato in Africa; due coperchi; sigillata chiara Lamboglia 10-A e frammenti vari di boccali monoansati, di bottigliette fittili, di un’anforetta e di brocche a fondo piatto ecc.

Molto importante è stato il rinvenimento di alcuni sacchetti che contenevano delle monete; una di queste monete è stata coniata nel 244 d.C., data che indica il terminus post quem per la cronologia del relitto. Tutti gli elementi recuperati hanno portato a datare il naufragio della nave al 250 d.C. Inoltre sono state individuate tre teorie riguardanti il tragitto della nave.

Secondo la prima teoria l’imbarcazione proveniva da un porto della Spagna meridionale, come Cadice o Cartagena, adibito alla ridistribuzione delle merci, i prodotti di diversa origine per lo più provenienti dall’Africa e dall’Iberia, arrivavano in questi scali percorrendo la rotta fenicia e come meta finale avevano il porto di Ostia.

La seconda teoria afferma che la nave sarebbe partita da un approdo dell’Africa proconsolare, trasportando materie prime del luogo, in Spagna meridionale avrebbe imbarcato prodotti locali e infine sarebbe partita verso il porto ostiense.

Infine la terza teoria propone come porto di ridistribuzione Cartagine.

Relitto A di Punta Ala
Disegno della rotta della nave- Cartina con la probabile rotta del relitto “A” di Punta Ala

Bibliografia

  • P. Dell’Amico, F. Pallarés, Il relitto “A” di Punta Ala (Castiglione della Pescaia, Grosseto), Roma, 2006.
  • N. Lamboglia, Nuove tecniche sperimentali nella ricerca archeologica sottomarina, G. Donato (a cura di) in “Quaderni de la ricerca scientifica”, 60, Roma, 1969, pp. 80-83.

Referenze fotografiche

  • Fig. 1 cap. VI, in “Il relitto “A” di Punta Ala”, Roma, 2006, p. 18.
  • Fig. 3 cap. VI, in “Il relitto “A” di Punta Ala”, Roma, 2006, p. 162.

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