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Riso sardonico e maschere ghignanti

riso sardonico e maschere ghignanti

Il riso sardonico e le maschere ghignanti

Gli antichi greci utilizzavano l’aggettivo “sardoni(c)o” (sia ????????? sia ?????????) con l’accezione di “amaro, beffardo”. La prima citazione risale a Omero, nel passo in cui Ctèsippo offende Odisseo, travestito da mendicante nella propria casa, lanciandogli una zampa di bue:

“…prendendola da un canestro; Odisseo l’evitò
piegando il capo appena, e nel cuore sorrise
amaro assai;…”

(trad. di Rosa Calzecchi Onesti) (1)

L’espressione omerica originale “sorrise amaro” è in greco “??????? […] ?????????”.

Il riso sardonico (????????? ?????) è presente nell’arte delle maschere fittili nell’area influenzata dalla presenza cartaginese.

Esemplari di maschere ghignanti sono stati rinvenuti nelle Baleari, a Cartagine, in Sardegna e a Mozia (nella Sicilia punica). Tharros è uno dei centri sardo-cartaginesi con maggiore presenza di questi manufatti artistici (2).

Caratteristica comune di queste maschere è il sorriso, fortemente accentuato, che talvolta mostra la dentatura dell’individuo e porta sempre allo stiramento degli occhi in una sorta di mezza luna. Spesso sono presenti anche solchi simili alle increspature tipiche dell’aggrottamento e riportate sulle guance e sulla fronte la quale, in alcuni casi, è attraversata verticalmente da una striscia decorata a roselline, a soli e a fiori.

È possibile che la leggenda sull’eutanasia praticata dagli antichi sardi (una sorta di rito simile a quello dell’accabadora) fosse in parte veritiera: gli anziani sardi, all’età di 70 anni, avrebbero ricevuto l’esecuzione per mano dei famigliari mentre il loro viso si contraeva in un ghigno. (3)

Se ciò fosse vero allora ci troveremmo di fronte a un raro caso di “influenza culturale inversa” cioè di una pratica presa in prestito dai Sardi (rimasti autonomi fino alla creazione delle provincia romana di Sardinia et Corsica nel 238-236 a.C.) e giunta a influenzare la cultura artistica cartaginese e diffusasi, per riverbero, in aree colonizzate dai fenici nel Mediterraneo occidentale.

Le attestazioni più antiche di questa arte risalgono al VII-VI secolo a.C. con esemplari sardi e la maschera di Mozia mentre quelli cartaginesi e balearici oscillano tra V e II secolo a.C. (4)

Inoltre le maschere non sono sempre in relazione alla grandezza di un viso umano ma si trovano anche in dimensioni minori, miniaturistiche, forse in funzione apotropaica o forse dedicate a giovani non ancora adulti (i bambini piccoli però presso i cartaginesi venivano seppelliti in apposite necropoli dette tophet). I ritrovamenti indicano posizionamenti non collegabili alla pratica di mascherare i defunti.

Si deduce che molto probabilmente il loro scopo fosse propiziatorio e cultuale se non addirittura profilattico per proteggere dalle presenze me. Anche nelle tombe etrusche compare talvolta il personaggio mascherato chiamato phersu, forse etruschizzazione del greco pròsopon (volto, maschera, personaggio).

I fori che alcune di esse presentano potevano indicare i punti di allaccio di una corda che fissava la maschera a un palo durante le processioni e i funerali.

Rimane viva la connessione tra maschera e morte: Odisseo medita la morte dei Proci che lo hanno deriso, i sardi praticano l’eutanasia col riso sardonico, la maschera funeraria è utilizzata spesso nelle culture antiche, il culto celtico di Samhain – All hallows Eve (Halloween) è collegato alle maschere apposte fuori dalle dimore per allontanare i defunti. Il phersu etrusco e le maschere ghignanti sarebbero altri aspetti delle civiltà etrusca e sarda che relazionano morte e maschere.

Foto di apertura: Maschera punica al museo Whitaker di Mozia (foto Stefano Todisco)

riso sardonico e maschere ghignanti
Maschera ghignante dal Museo del Bardo, Cartagine.

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Maschera da San Sperate, museo di Cagliari (da www.tharros.info)

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Maschera da Tharros (da www.3dsardegna.it)

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Maschera da Tharros, British Museum di Londra (da sardolog.com)

Possibile spiegazione: una neurotossina vegetale

Il Dipartimento di Botanica dell’Università di Cagliari, guidato dal prof. Mauro Ballero, ha recentemente provato che la neurotossina presente nel sedano acquatico (Oenanthe fistulosa) porterebbe all’intossicazione e persino alla morte in molti casi. L’ingestione della pianta fresca (se essiccata perderebbe la carica neurotossica) provocherebbe il trisma mimico ovvero una contrazione di alcuni muscoli facciali, come nel caso dell’infezione da tetano, che ricorda molto il “riso sardonico”. (5)

Note bibliografiche

  • (1) OMERO, Odissea, XX, 300-302.
  • (2) PARROT A., CHEHAB M. H., MOSCATI S. 1982, IFenici: l’espansione fenicia di Cartagine. (cap. “I fenici in Sardegna”).
  • (3) DIDU I. 2003, I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia, passim.
  • (4) MOSCATI S. 1988, I Fenici, p. 565.
  • (5) http://www.regione.sardegna.it/j/v/491?s=114485&v=2&c=1489&t=1

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