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Riti funerari in epoca romana

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Morte e sepoltura in epoca romana

La nascita e la morte sono sempre state per tutti i popoli antichi i due momenti essenziali della vita di un uomo e come in ogni epoca, anche l’uomo romano sperimentò la paura della morte. Tuttavia il trapasso rappresentò per lui un momento di aggregazione familiare e rafforzamento dei vincoli di sangue.

La circostanza della morte, in particolare, non faceva emergere soltanto l’identità sociale del defunto, ma era l’occasione in cui venivano espressi con maggior chiarezza i valori morali e civili che cementano la vita della collettività. Il rituale funebre in epoca romana diviene, dunque, occasione di comunicazione sociale.

Lo stato della ricerca

L’interesse per il rito funerario e il suo significato nel mondo romano è cresciuta enormemente negli ultimi dieci anni, nel tentativo di capire non soltanto la cultura materiale ma l’uomo sociale. L’ideologia funeraria, infatti, fa interamente parte di un sistema efficace di rappresentazione che si dà la società. L’affinarsi delle tecniche di scavo negli ultimi anni, ha consentito di cogliere i non pochi indicatori relativi agli esiti della frequentazione della necropoli.

I recenti scavi in necropoli romane e la crescente attenzione verso le tracce archeologiche più esigue, associata al progressivo affinamento delle tecniche di scavo (1) ha permesso di individuare con sempre maggior frequenza la presenza di labili tracce sparse sui piani di calpestio, microindicatori relativi agli esiti della frequentazione delle necropoli.

Solo in apparenza questi tipi di rinvenimenti hanno uno scarso peso documentario; in realtà la loro importanza è decisiva poiché riflettono direttamente le procedure di seppellimento e le azioni che accompagnavano la frequentazione rituale delle aree sepolcrali: esaminandoli con attenzione si possono dunque ricavare informazioni fondamentali per comprendere il retroterra ideologico e i comportamenti legati alle pratiche funerarie (2).

Dei riti sacrificali, infatti, l’archeologia restituisce un’immagine cumulativa attraverso i reperti che si trovano sparsi in frammenti sui piani di calpestio che circondano le tombe.

L’importanza della sepoltura nel mondo romano

Il corpo del trapassato rappresentava, dunque, una minaccia in grado di corrompere l’ordinamento civile e di alterare il regolare svolgimento delle attività quotidiane. Ai congiunti spettava quindi il compito di far seppellire il defunto garantendogli una iusta sepoltura, per la quale occorrevano una vita vissuta degnamente, una buona morte, l’integrità del cadavere e la disponibilità di un sepolcro.

Mantenendo costante questo rapporto e garantendo i riti ritenuti essenziali per assicurarne il compiuto trapasso dell’anima, si dava al defunto e ai suoi Mani una secura quies.

Inoltre, così facendo, ci si assicurava che il ricordo venisse tenuto vivo: di qui la necessità della deposizione di quegli oggetti che garantivano o simboleggiavano l’offerta. Anche le varie dotazioni esterne del sepolcro contribuivano alla conservazione e all’esaltazione della memoria, ritenuta essenziale per la sopravvivenza del morto.

L’idea romana dell’oltretomba

Alla sua memoria, dunque, si rivolgeva l’affetto che i congiunti manifestavano attraverso i sacra privata, rimarcandone contemporaneamente la separazione fisica e il distacco ideale dal mondo dei vivi, essendo oramai migrato in una dimensione diversa rispetto a quella dell’esistenza terrena. In sostanza, come aeterna domus, il sepolcro garantiva sì il ricordo e la pace del morto, ma anche la sicurezza della comunità dei viventi.

Tutto ciò doveva fare capo ad un sentimento improntato piuttosto verso una visione escatologica negativa dell’aldilà, che ad una reale attesa di una vita ultraterrena felice, circoscritta forse a pochi ambienti intellettuali.

Lo scetticismo nei confronti dell’aldilà era compensato così all’adesione dei principi del “carpe diem” e dal richiamo allegorico dei piaceri della vita trascorsa, a ribadire quella visione consolatoria della morte.L’ottica era dunque più retrospettiva che di reale speranza nell’oltretomba, garantendone sì la sopravvivenza, ma nella memoria familiare e collettiva.

Come rappresentazione delle gioiose abitudini mondane, spesso si dotavano le tombe di forniture per banchetti, consentendo ai defunti di partecipare ai pietosi cerimoniali conviviali con cui i congiunti avrebbero commemorato i loro cari.

Le cerimonie funerarie avevano, dunque, la funzione di rimettere le cose a posto per una definizione dei vivi in radicale opposizione ai morti. Se, infatti, la morte appariva come la rottura di un ordine che i riti ricomponevano ripristinando l’equilibrio, una volta collocato il morto nel suo nuovo stato, esso ristabiliva il suo rapporto col mondo dei vivi, proprio attraverso la tomba.

La dimora dei defunti

La struttura del sepolcro spesso rievocava l’immagine stessa dell’abitato attraverso i prospetti dei monumenti funebri ed il loro ordinamento spaziale che il qualche misura riproponeva l’articolazione urbanistica e la stratificazione sociale del cittadino. Tra i sepolcri si insinuava un fitto reticolo di spazi cerimoniali fissi o temporanei, raccordati da percorsi che permettevano di accedere alle singole sepolture o agli impianti accessori di uso liturgico.

Le principali tipologie monumentali proponevano dunque diversi livelli comunicativi, da quelli più immediati, che dialogavano in maniera più aperta con il viandante, il quale era invitato a sostarvi, a quelli di natura funzionale e celebrativa a quelli che attingevano ad una sfera più trascendentale, legata a problematiche esistenziali.

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