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Roma: catacombe di Priscilla

Catacombe di Priscilla

Le catacombe di Priscilla sulla Salaria Nova

Al III miglio della Salaria Nova è ubicato il cimitero di Priscilla: sicuramente tra tutte le catacombe, che si trovano in questa via, è il più importante sia per quanto riguarda le testimonianze artistiche che documentano l’arte paleocristiana, sia per quelle storiche, visto che molti martiri hanno trovato degna sepoltura in questo luogo.

Catacombe di Priscilla nelle fonti storiche e origine del nome

VI Idius Iulias Felici et Philippi in Priscillae; XVIII Kalendas Februaris Marcellini in Priscillae; Pridie Kalendas Ianuaris Silvestri in Priscillae

in questo modo la Depositio Martyrum e la Depositio Episcoporum, nel IV secolo d.C., ricordano le sepolture di importanti martiri e papi.

Per primi Felice e Filippo che, il 10 di luglio, sotto l’imperatore Diocleziano alla fine del III secolo d.C. furono martirizzati con la madre ed i loro fratelli. Il 15 gennaio è la volta di papa Marcellino, pontefice tra il 296 d.C. ed il 304 d.C., anch’esso vittima delle persecuzioni di Diocleziano. Il 31 di dicembre vi è stato sepolto papa Silvestro, pontefice tra il 314 d.C. ed il 335 d.C.

Le fonti letterarie posteriori, oltre a confermare le date sopradette, ci danno notizie molto dettagliate riguardo le illustri sepolture nel cimitero di Priscilla.

La fonte principale, che conferma la presenza delle sepolture dei suddetti papi e nomina altri martiri, è il Liber Pontificalis, il più importante dei cataloghi della Chiesa; risale al VI secolo d.C. e raccoglie tutte le biografie di tutti i pontefici a partire da San Pietro a Martino V, il cui pontificato è datato dal 1417 al 1431.

La catacombe di Priscilla sono uno dei più antichi cimiteri sotterranei di Roma, infatti le sue prime sepolture si datano alla prima metà del II secolo d.C.

E’ indicato con il nome di Priscilla in diversi documenti liturgici ed è sicuramente quello della sua fondatrice: una nobile donna romana appartenente all’influente e ricca famiglia degli Acilii Glabriones, il cui ramo cristiano ebbe qui il proprio ipogeo sepolcrale, come dimostrano le iscrizioni rinvenute, in una delle quali si legge ancora PRISCILLA CLARISSIMA, menzionata insieme ad un Manius Acilius Verus, anch’esso ricordato come clarissimus, appellativo questo che ricorre per gli appartenenti alle famiglie senatorie.

Svetonio, nella Vita di Domiziano (X libro), narra che durante il suo principato questo imperatore condannò a morte un grande numero di senatori, tra cui Manlio Acilio Glabrione, con l’accusa di voler introdurre “cose nuove”. Accusa questa molto generica che, insieme a quella di ateismo e di giudaismo, all’epoca era diffusa contro i cristiani, considerati pericolosi perché la loro fede, con i suoi principi di fratellanza, era temuta dal potere centrale.

Dagli storici dell’epoca sappiamo che Manlio Acilio Glabrione era stato console nel 91 d.C. insieme a Traiano (il futuro imperatore) ed è logico pensare che il Manius Acilius Verus e la Priscilla dell’iscrizione appartengano alla sua famiglia, anche se essi vissero più tardi.

Origine delle catacombe e struttura

Il nucleo originario di queste catacombe, il cosidetto Criptoportico, corrisponde al settore sotterraneo di una villa appartenente alla famiglia degli Acilii. Da qui successivamente, nel corso del III e del IV secolo d.C., questo complesso catacombale si accrebbe fino a diventare uno dei più grandi nuclei cimiteriali cristiani di Roma.

Le reti sotterranee delle gallerie cimiteriali si sviluppano su due piani, di cui il superiore è il più antico e segue l’andamento dei cunicoli di arenario, le cui gallerie larghe ed irregolari furono scavate dagli stessi cristiani per avere tutto il maggior spazio possibile per le sepolture dei fedeli, mentre il piano inferiore ha una pianta a spina di pesce, molto più regolare, che indica come questo fosse stato costruito secondo degli schemi più precisi.

Il piano sotterraneo è formato a tre ipogei primitivi, realizzati nel II secolo d.C., ma soggetti a lavori di ampliamento e furono in uso fino al IV secolo .C.

Sono le regioni dell’Ipogeo degli Acilii, della Cappella Greca con il Criptoportico e alcune gallerie d’arenario; a queste nel corso del III secolo d.C. furono aggiunte altre gallerie con nuovi vani, tra cui quello della Velatio.

Cubicolo della Velatio

Cubicolo della Velatio

Questo cubicolo è conosciuto con questo nome grazie al suo noto affresco; infatti, leggendo da sinistra verso destra la scena sulla parete di fondo, osserviamo un uomo anziano barbato, seduto in cattedra, che tende la mano destra ad una giovane donna che tiene in mano un volumen; dietro di lei si trova un giovane uomo, che tiene in mano un velo.

Al centro una donna, abbigliata di rosso e con il capo velato (da qui il nome alla cappella), alza le mani verso il cielo. A destra una fanciulla, seduta e con il capo scoperto, tiene in grembo un bimbo in fasce.

Le tre raffigurazioni rappresentano i tre momenti principali della vita di una donna, le nozze, la maternità e la morte; infatti la scena di sinistra raffigura la cerimonia nuziale, secondo i precetti tramandati da S. Ignazio di Antiochia, secondo cui il velo che tiene in mano il giovane sarebbe il flammeum, con cui le spose dovevano coprirsi il capo ed il volumen sarebbe la tabula nuptialis, il documento in cui, secondo la legge romana accettata anche dalla Chiesa, erano elencati i doveri degli sposi.

La figurazione di destra ovviamente rappresenta la donna divenuta madre e quella centrale la sua morte; infatti nella pittura paleocristiana l’anima assunta in cielo è rappresentata come un’orante.

Nella stessa cappella sulle altre pareti sono raffigurati due momenti dell’Antico Testamento: la vicenda dei tre giovani ebrei nella fornace (Libro di Daniele 1, 3-7) e il sacrificio di Isacco (Genesi 22, 9-10), mentre sul soffitto è rappresentato il Buon Pastore, figurazione di Cristo (Luca 15, 5; Giovanni 10, 3; 28).

Questi tre episodi sono molto frequenti nell’iconografia paleocristiana, in quanto mezzi per indicare i punti focali della nuova fede.

Ipogeo degli Acilii

Ipogeo degli Acilii

Camminando per le gallerie d’arenario, sulle cui pareti si aprono numerosi loculi per le sepolture, si in contra l’Ipogeo degli Acilii. Esso è formato da una larga galleria sotterranea, a cui si accedeva tramite una scala in muratura; sulle pareti si aprono nicchie per le sepolture, a cui più tardi, tra il III ed il IV secolo d.C., si vanno ad affiancare delle tombe ad arco, con muratura in laterizio e decorazioni a mosaico. La galleria sbocca in una grande camera che in origine sicuramente aveva lo scopo di esser servita come riserva d’acqua e più tardi fu utilizzata a scopo funerario.

Uno stretto corridoio laterale conduce ad una camera di IV secolo d.C. dove si conservano ancora i sarcofagi in marmo per le sepolture; si trovavano qui la maggior parte delle sepolture della famiglia degli Acilii, da cui provengono anche il maggior numero delle iscrizioni rinvenute in cui si menzionano gli appartenenti a questa illustre famiglia romana.

Presso l’ipogeo degli Acilii si trova una grotta scavata nella pietra da cui si dipartono una serie di cunicoli, scavati dai cristiani stessi, per avere lo spazio necessario per dare sepoltura ai fedeli di condizioni più modeste; infatti la maggior parte sono loculi chiusi con mattoni su cui veniva dipinto, in rosso, il solo nome del defunto accompagnato dall’espressione pace (saluto apostolico) o dai canonici simboli cristiani, cioè l’ancora (salvezza), palma (pace), colomba (eterna pace nell’aldilà).

Ninfeo

Sul lato opposto all’Ipogeo degli Acilii, si apre un criptoportico rettangolare con la volta in laterizio; in questo spazio si sono aperte nel tempo una serie di gallerie e di ambienti, scavate sempre nella roccia tufacea, che in origine dovevano servire come luoghi di conservazione idrica e che, per la presenza di nicchie e giochi d’acqua, forse era utilizzato come luogo di soggiorno durante la calura estiva.

Tutta questa regione, appartenente all’antica villa, nel corso del II secolo d.C. fu riadattata a luogo di sepoltura e fu ingrandita per mezzo di altre camere.

Cappella Greca

Cappella Greca

Questa cripta, denominata “Cappella Greca” grazie  ad alcune iscrizioni dipinte su di una delle tre nicchie in una delle pareti laterali, era un grande vano adibito a cappella per i rituali eucaristici. Architettonicamente era divisa in due parti da un arco in muratura, che insieme alle pareti, era ricoperto di affreschi della seconda metà del II secolo d.C.; essi sono sia di tipo ornamentale, ghirlande e festoni, sia biblici. L’ornamentazione è completata da pannelli di finto marmo e da stucchi di eccellente fattura.

Al centro della parete, in cui si apre la porta d’accesso, in alto è la raffigurazione di Mosè che fa scaturire l’acqua battendo la sua verga su di un monte (Esodo 17, 6); questo episodio è considerato prefigurazione del Battesimo nella pittura paleocristiana.

Alla destra di questa scena si trova quella dei tre giovani ebrei nella fornace; i tre fanciulli, abbigliati all’orientale, muovono le mani verso il cielo, mentre sotto i loro piedi arde il fuoco e l’angelo Daniele tende il braccio verso di loro. Di tutte le raffigurazione in catacomba del passo biblico suddetto questo affresco è il più antico di tutti.

Nella parete di sinistra, guardando il fondo della cappella, è rappresentata Susanna insediata dai perfidi anziani mentre si reca a fare il bagno (Daniele, 13); la donna, con indosso una tunica ed un mantello, è proposta in atteggiamento d’orante, mentre gli anziani, posti di profilo, puntano il dito contro di lei. Dietro tutti c’è un fanciullo, forse Daniele ancora giovane, che, secondo la Bibbia, la difese da ogni ingiusta accusa.

Nella parete di fronte continua la narrazione della vicenda: i tre anziani posano la destra sulla testa della donna, mentre a sinistra, separati con un arbusto, ci sono Susanna e Daniele in atteggiamento di oranti per rendere grazie a Dio della salvezza della giovinetta.

A destra dell’angolo della parete d’ingresso è raffigurata una fenice: dalla mitologia è noto che questo animale mitico viveva cinquecento o mille anni, dopo di che moriva sul rogo e rinasceva dalle sue ceneri, tutto ciò era simbolo dell’immortalità.

Dai cristiani fu acquisito come simbolo della resurrezione e generalmente è rappresentata insieme alla palma, dato che in greco la pianta e l’uccello hanno la stessa denominazione foinix; pertanto la pittura della sola fenice che muore sul rogo è unica in tutta la pittura antica, non solo cristiana, ma anche pagana.

In alto presso la fenice in alto erano raggirate le teste delle quattro stagioni, ma di queste solo l’estate è ancora visibile, mentre le altre sono scomparse a causa della caduta dell’intonaco; il susseguirsi delle quattro stagioni, se per i pagani era simbolo della ciclicità del tempo, per i cristiani era uno dei tanti modi per simboleggiare l’idea della resurrezione.

Sulla fronte dell’arco divisorio c’è l’Adozione dei Magi (Matteo, 2): la Madonna siede su di una cattedra con il Bambino in braccio, mentre i Magi, posti di profilo, portano i doni.

Nel rovescio dell’arco, invece, è proposta la resurrezione di Lazzaro (Giovanni, 11, 44); il miracolo è preannuncio della resurrezione dei corpi ed è l’episodio neotestamentario più raffigurato in contesto cimiteriale cristiano.

Nella zona inferiore dell’arco c’è sempre una scena simbolo di salvezza: Noè nell’arca (Genesi 8, 18).

Ma l’affresco più importante di tutta la cappella è quello della nicchia centrale: su un fondo rosso intorno ad una mensa cinque uomini ed una donna, con il velo in testa, siedono vicino ad un uomo barbato che con le mani compie l’atto di spezzare il pane. Pertanto la scena è denominata Fractio Panis: infatti raffigura il banchetto eucaristico, come si denota dal pane che viene spezzato e dal calice di vino che si delinea sulla mensa.

Il monsignore Wilpert, che la scoprì nel 1894, sostenne che si trattata di una raffigurazione di come si svolgesse una celebrazione eucaristica nel II secolo d.C.; il carattere liturgico è confermato dal fatto che gli uomini sono a capo scoperto mentre la donna ha il capo velato, secondo i precetti di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi.

Rispettivamente a sinistra della Fractio si trova l’affresco che ripropone il sacrifico di Isacco (Genesi, 22, 9-10), mentre a destra c’è quello di Daniele tra i leoni nelle prigioni di Babilonia (Daniele, 14, 31). Infine sull’intonaco della nicchia di destra (avendo di fronte la centrale) ci sono le due iscrizioni che hanno dato il nome alla cappella:

OBRIMOS PALLADIO/ GLYKYTATO ANEPSIO SYNSKOLASTE MNEMES KARIN

(Obrimo al dolcissimo cugino e condiscepolo Palladio, di buona memoria);

OBRIMOS NESTORIANE/ MAKARIA GLYKYTATE/ SIMBIO MNEMES KARIN

(Obrimo alla dolcissima moglie Nestoriana, di buona memoria).

La Madonna e Baalam, o Isaia

In un vano allargato a forma di camera, nell’antico arenario, furono ricavati una serie di loculi e nello stesso momento le pareti vennero affrescati. Su di un arco sono raffigurati tre oranti, forse dei defunti qui tumulati. Seguono due rappresentazioni: una in stucco con il Buon Pastore con un agnello sulle spalle e due pecore ai suoi piedi tra alberi con fiori color rosso, l’altra è una raffigurazione della Madonna con profeta.

Maria, seduta in cattedra con indosso una tunica ed un velo per coprire il capo, tiene in braccio Gesù bambino, davanti a loro un profeta addita una stella; questo è stato identificato da alcuni ricercatori come Baalam da un passo dei Numeri (24, 15-17), invece secondo alcuni studiosi sarebbe Isaia secondo quanto si legge in un passo dell’Antico Testamento dal Libro d’Isaia (7, 14; 60, 1).

La pittura risale agli inizi del III secolo d.C. ed è la più antica rappresentazione della Madre di Dio, indipendentemente dall’Adorazione dei Magi della Cappella Greca che propone una scena del Vangelo.

Secondo piano

Tutte gli ambienti finora descritti appartengono al primo e più antico piano delle catacombe; inferiormente a questo si trova il secondo piano, realizzato alla fine del II secolo d.C. Esso è formato, ad una notevole profondità nel suolo, da un lungo e dritto corridoio su cui si aprono regolarmente e perpendicolarmente gallerie laterali, realizzate in continuità tra il III ed il IV secolo d.C.

Casa delle Catacombe di Priscilla

Nella Casa delle Catacombe vivono le suore Benedettine a cui è affidata la custodia del cimitero. L’edificio è costituito da due parti: uno è l’abitazione vera e propria e l’altro è stato ricavato in un casale di quello che un tempo era l’Agro Romano. La Casa, inaugurata il 15 giugno 1929, è dotata di una cappella e di una tipografia, perché le Benedettine si occupano delle pubblicazioni di alcuni testi di Archeologia Cristiana.

1 Commento su Roma: catacombe di Priscilla

  1. Sono dalla Slovenia, me intersa la vita di santa Peregrina, una martre di 14 anni, che e stata sepolta nelle catacombe di santa Priscilla. Le sue reliquie sono nella chiesa di s. Anna in Tunjice (Slovenia). Non ce nessuna vita di questa santa martire, neanche nella Bibliotheca sanctorum….

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