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Roma: Domus del Celio

Roma: Domus del Celio

Il complesso di edifici residenziali di età romana è situato sul lato occidentale del Celio, nel cuore di Roma, in prossimità del Colosseo e in stretto collegamento con la Basilica dei SS. Giovanni e Paolo che ricopre e in parte riutilizza tali abitazioni. Ad esse si accede da Via del Clivo di Scauro, che riprende il tracciato dell’antico clivus Scauri (probabilmente dal nome di Marco Emilio Scauro, censore nel 109 a.C.) salendo lungo il lato meridionale della basilica. La strada è sovrastata da sei archi realizzati tra l’età tardo-antica (V-VI sec. d.C.) e quella medievale (XIII-XIV sec. d.C.) per sostenere il fianco meridionale della chiesa, dando al visitatore la sensazione che il tempo, almeno in questa parte di città, si sia completamente fermato.

La storia del complesso

Le case sono state riaperte al pubblico, con un percorso di visita completamente rinnovato, il 16 gennaio 2002 dopo molti anni di restauri, grazie al Fondo Edifici di Culto del Ministero dell’Interno. La scoperta di questi luoghi risale al 1887 quando Padre Germano da S. Stanislao, appartenente all’ordine dei Passionisti e rettore della Basilica, si calò da un’apertura scavata nel pavimento della chiesa in cerca della tomba dei martiri Giovanni e Paolo e trovandosi di fronte a innumerevoli ambienti dipinti, pensò di aver scoperto e restituito alla comunità niente di meno che l’abitazione dei due santi. Vennero così lentamente scavati oltre venti ambienti, di cui tredici affrescati.

Queste abitazioni rappresentano un ottimo esempio di un’originale soluzione architettonica di case e appartamenti riconducibili a fasi edilizie e usi diversi, realizzati in un arco temporale di circa cinque secoli, tra la fine del I sec. d.C. e il V sec. d.C., e parte integrante del tessuto abitativo residenziale che caratterizzava la sommità del Celio in età imperiale.

Il nucleo originario del complesso era costituito da due edifici, una domus (abitazione residenziale) e un’insula (edificio popolare a più piani), separate da un vicolo basolato.

La domus fu il primo edificio a insediarsi, tra il I e il II sec. d.C., in corrispondenza della navata destra della soprastante e successiva basilica. Al piano superiore dell’abitazione vi erano alcune stanze collocate lungo i lati di un corridoio, mentre a quello inferiore un impianto termale, di cui ancora oggi si conserva una vasca e un labrum (bacino) fittile. La domus fu costruita progressivamente lungo le pendici del Celio verso la valle del Colosseo distribuendosi, pertanto, su livelli diversi tanto che il primo piano di essa era posto alla stessa quota del vicolo e del pianterreno dell’insula costruita nel III sec. d.C. in opera laterizia. Quest’ultima si affacciava sul clivus Scauri ed era dotata di appartamenti in affitto ai piani superiori e di un portico a livello stradale, nel quale si aprivano almeno cinque tabernae – botteghe. Questo lato è in buona parte conservato perché venne riutilizzato come muro perimetrale sinistro della successiva basilica.

Alla fine del III sec. d.C., in età tardo-antica (III-VI sec. d.C. circa), l’isolato costituito dall’insula e dalla domus fu interessato da un’opera di ristrutturazione che portò all’unificazione dei due edifici per ricavarne un’unica importante residenza privata che non affacciava più verso l’esterno, ma era illuminata e arieggiata dal vicolo, chiuso e trasformato in atrio-cortile interno. Questo spazio, divenuto zona di collegamento tra le due ali del nuovo edificio, venne ripavimentato con tessere musive policrome, occupato da una scala che conduceva agli ambienti del piano superiore e arricchito da un ninfeo con vasche. In questa nuova fase edilizia, il portico e le botteghe dell’insula vennero adattati, rispettivamente, ad ambienti di ingresso e di rappresentanza/abitazione della nuova domus aristocratica. Essa si impiantò sul pianterreno dell’insula e sul primo piano della precedente domus, mentre il piano sottostante di quest’ultima, occupato dalle terme, venne interrato.

Nella nuova dimora, probabilmente nel corso del IV sec. d.C., si insediò un centro di riunione per la comunità cristiana della zona e, verso la fine dello stesso secolo, l’abitazione divenne anche un importante centro di culto martiriale dedicato alle figure dei SS. Giovanni e Paolo, funzionari della corte imperiale, identificati da una passio (una fonte sacra tarda) del VI sec. d.C. negli stessi proprietari della casa che qui sarebbero stati torturati e sepolti durante il principato di Giuliano l’Apostata (361-363 d.C.). Simbolo di questa nuova destinazione fu la confessio, un piccolo oratorio ricavato su un pianerottolo a metà della scala che conduceva ai piani superiori in corrispondenza del sottoscala in cui la tradizione poneva le tombe dei due martiri, dotato di una finestrina sulla parete di fondo (fenestella confessionis) che consentiva ai fedeli di affacciarsi su una sorta di pozzo in diretta comunicazione con le sepolture sottostanti.

L’ultimo probabile proprietario del complesso fu il senatore Pammachio, importante personaggio della comunità cristiana, e a lui è attribuita agli inizi del V sec. d.C. la costruzione della basilica soprastante, ricordata nel sinodo del 499 d.C. proprio con la denominazione di Titulus Pammachii (l’intitolazione ai Santi Giovanni e Paolo, che in seguito prevarrà, è documentata solo a partire dal 595 d.C.). I lavori interessarono il primo piano dell’abitazione tardo-antica e reimpiegarono come fondazione gli ambienti del pianoterra che vennero tutti ricoperti tranne uno che rimase accessibile dalla chiesa attraverso una scala interna e che venne trasformato nel VIII sec. in un Oratorio dedicato al Santissimo Salvatore.

Gli affreschi

Ricco è l’apparato decorativo presente in numerosi ambienti del complesso.

Nella cosiddetta Stanza dei Geni la decorazione parietale è articolata su due registri: nel fregio inferiore compaiono dieci efebi nudi (in origine dodici, forse un’allusione ai mesi dell’anno) con mantello sulle spalle che sostengono una ghirlanda policroma tra piccoli uccelli in volo, mentre nel registro superiore una scena di eroti vendemmianti tra tralci e pampini con uccelli e piccoli animali.

Una megalografia, grande affresco in questo caso a soggetto marino, copre le pareti del vicino atrio-cortile con ninfeo. Vi sono raffigurate tre divinità in atto di libare sullo sfondo di un paesaggio animato da eroti a cavallo di delfini e mostri marini o intenti alla pesca. Le protagoniste sono due divinità femminili semisdraiate su uno scoglio, identificate come Cerere e Proserpina o come Peitho e Venere; la seconda figura tiene in mano una patera (piccolo recipiente), in cui il terzo personaggio, identificabile probabilmente con Dioniso per il grappolo d’uva che ha nella mano sinistra, sta versando il liquido della libagione.

Raffigurazioni di candelabri, maschere teatrali, elementi vegetali, animali fantastici, fauni e figure umane decorano l’Aula dell’Orante. Tra questi soggetti si distingue un giovane con capo velato e tunica, con le braccia sollevate in segno di beatitudine e di ringraziamento (da qui il nome dato al luogo) che, insieme a dei personaggi intenti alla lettura o alla scrittura e a due agnelli accovacciati ai lati di un secchio di latte, simbolo di refrigerio, sono stati interpretati da alcuni studiosi come segnale della destinazione cristiana assunta dall’abitazione e in particolare da questa sala, forse utilizzata proprio per le riunioni liturgiche verso l’inizio del IV sec. d.C., a seguito dell’adesione del proprietario alla fede cristiana. La presenza nelle stesse scene anche di menadi danzanti e del bue Api con disco solare tra le corna sembra essere in contrasto con questa lettura degli affreschi e suggerisce una duplice interpretazione per le figure menzionate – orante o donna che accenna un passo di danza? e Apostoli o filosofi? – tipica di quell’eclettismo che caratterizza il patrimonio figurativo romano in epoca tardo-antica.

La decorazione parietale della confessio, il vero centro di culto cristiano della domus tardo-antica, è databile verso la fine del IV sec. d.C. Ai lati della fenestella sono raffigurate due figure maschili, purtroppo acefale, nelle quali si devono forse riconoscere gli stessi Giovanni e Paolo. Sulle pareti laterali compaiono le scene dell’arresto ad opera di due militari e la successiva decapitazione di tre personaggi identificabili, in base alla passio sopracitata, con Crispo, Crispiniano e Benedetta, i seguaci di Giovanni e Paolo che furono torturati e sbranati dai cani per ordine dello stesso imperatore Giuliano (è visibile, infatti, la presenza di un cane nella scena dell’arresto) e i cui corpi furono in seguito sepolti da alcuni membri della comunità cristiana nel sottoscala della casa, vicino alle tombe dei due santi.

L’Oratorio medievale del Santissimo Salvatore è decorato da affreschi a soggetto cristologico, e particolare risalto ha la scena della Crocefissione di Cristo vestito di una tunica blu tra le figure di Maria e San Giovanni, secondo un’iconografia rara a Roma ma diffusa in ambiente siriaco-palestinese. Era presente anche una rappresentazione del Cristo vestito tra gli arcangeli Gabriele e Michele e i santi Giovanni e Paolo ma l’opera fu rimossa negli anni Cinquanta del XX secolo e collocata nell’attiguo Antiquarium.

L’Antiquarium

Dopo l’opera di raccolta e conservazione dei reperti rinvenuti effettuata da Padre Germano, nel 1936 l’avvocato V. E. Gasdia si occupò della realizzazione di un vero museo all’interno di un ambiente sottostante la cappella ottocentesca di S. Paolo della Croce, situata nella navata destra della basilica. L’Antiquarium, ristrutturato da Antonio Prandi nel 1952, è stato recentemente riallestito e dotato di un moderno sistema di climatizzazione per garantire ai reperti ottimali condizioni di conservazione. Il materiale è suddiviso in due sezioni cronologiche. Nella prima sono esposti vari materiali di età imperiale e tardo-antica, tra cui un gruppo di anfore vinarie e olearie, il cui rinvenimento suggerisce la presenza di cellae (cantine) all’interno del complesso residenziale. Nella seconda sono esposti i materiali pertinenti alla fase medievale della basilica, tra i quali si distinguono una ventina di “bacini” fittili di produzione islamica (piatti, catinelle, ciotole), inseriti nel campanile romanico della chiesa nel corso del XII sec. a scopo ornamentale e da qui staccati e sostituiti da copie durante i restauri del Prandi.

Per saperne di più

  • B.BRENK, Le costruzioni sotto la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, in Aurea Roma, pp. 154-158, Roma 2001.
  • G. DI GIACOMO, Le case romane sotto la basilica dei SS. Giovanni e Paolo al Celio, suppl. Forma Urbis, Roma 2007.

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