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Roma: foro di Augusto

Roma. Foro di Augusto

La costruzione del Foro fu decisa da un voto fatto da Augusto nel 42 a.C. prima della battaglia di Filippi, in cui morirono gli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio e fu così vendicata la morte del padre adottivo, nell’ambito della nobiltà romana un gesto considerato doveroso e imprescindibile. In realtà bisogna ragionevolmente pensare che i lavori presero avvio solo dopo il periodo tra il 30 e il 27 a.C., quindi dopo che Augusto ebbe gettato le fondazioni del nuovo ordine costituzionale. I lavori durarono a lungo tanto che secondo un aneddoto tramandato da Macrobio (1), Augusto avrebbe scherzato sulla lentezza dell’architetto del Foro, il cui nome purtroppo ci è ignoto. L’inaugurazione, senza che il complesso fosse però ancora terminato, avvenne nel 2 a.C., data non casuale in quanto in quell’anno Augusto ricevette il titolo di Pater Patriae.

Il foro rientra in un vasto disegno di riorganizzazione dell’area centrale tra il Foro Romano, il Foro di Cesare e la Basilica Emilia. Come ricorda lo stesso imperatore nella sua autobiografia (2), il complesso fu costruito, secondo la tradizione repubblicana, con il denaro ricavato dalle proprie vittorie in guerra (ex manubiis) ed era orientato in senso perpendicolare rispetto al foro di Cesare, anch’esso completato da Ottaviano, col quale s’andava a congiungere e del quale seguiva il modello copiando l’impianto della piazza porticata dominata su un lato dal tempio e con al centro la statua del fondatore. La costruzione del foro è ricordata come avvenuta in solo privato: la piazza risultò più piccola di quanto Augusto avrebbe desiderato, poiché egli non volle ricorrere alle maniere forti per espropriare alcuni proprietari riluttanti (3).

La realizzazione del complesso fu motivata dalla necessità di dare sfogo alle folle che si accalcavano nei due fori più antichi e di fornire nuovo spazio per i processi e le trattazioni commerciali. Il Foro di Augusto era dunque un immenso tribunale ma, innanzitutto, un centro rappresentativo voluto per fini propagandistici e destinato a glorificare l’imperatore anche grazie ad una ricchissima galleria di immagini scultoree dei personaggi mitologici e storici di Roma: tutta la decorazione celebrava, infatti, la nuova età dell’oro del principato di Augusto.

Il foro nelle intenzioni del Princeps doveva rappresentare una sorta di centro militare, amministrativo e politico dell’impero nel quale si accentravano tutti gli aspetti della guerra e del trionfo romano. In esso e in particolare nel Tempio di Marte Ultore si tenevano i processi pubblici e si faceva l’estrazione dei giudici. Qui si riuniva il senato per decidere sulle dichiarazioni di guerra e per sancire la pace; sull’altare del tempio i governatori celebravano un sacrificio prima di partire per le province e quanti tornavano vincitori, portavano qui le insegne dei loro trionfi. Vi erano, inoltre, ospitate alcune cerimonie religiose, come i Ludi Martiales, cioè i festeggiamenti dedicati al dio della guerra.

Storia

Questo foro prima di altri fu soggetto a fenomeni di spoliazione e progressiva rovina delle strutture e, rispetto a quelli contigui, dovette cadere presto in disuso. Con ogni probabilità le funzioni giudiziarie furono spostate progressivamente in altri spazi pubblici, mentre nella tarda antichità sono state attestate attività educativo-culturali che si tenevano nelle esedre. Alcuni restauri furono effettuati già in età adrianea ma le tracce rimaste (alcuni capitelli e poco altro) indicano che si trattò di lavori modesti.

Il ritrovamento su di un frammento architettonico dell’iscrizione PAT(rici) DECI (4), riconducibile ad un membro di una delle più importanti famiglie dell’aristocrazia senatoria degli ultimi anni dell’Impero d’Occidente, o Basilio Decio (console nel 486 d.C.) o Flavio Decio (console nel 529), testimonia il crollo della trabeazione già nel V o VI secolo e l’attestazione di proprietà dell’elemento marmoreo, indicata dall’uso del genitivo, rappresenta un’importante testimonianza del sistematico smontaggio del tempio. Nel VII secolo, inoltre, i materiali del Foro e in particolare del tempio di Marte Ultore, furono utilizzati per restaurare il Pantheon.

Nella prima metà del IX secolo nella cella del tempio fu costruita la chiesa di San Basilio in scala mortuorum (5), oratorio di un convento di monaci. Il monastero si insediò sul podio del tempio e nel vicino edificio romano, oggi denominato Casa dei Cavalieri di Rodi. Il luogo di culto della chiesa è attestato per la prima volta in una bolla di Papa Agapito II del 955. Il complesso si sostituì quasi completamente alle strutture del tempio di cui erano rimaste in piedi solo tre colonne del fianco destro e parte della corrispondente parete della cella. Nel XII secolo alla chiesa fu aggiunto un campanile che, addossato alle superstiti colonne sul lato orientale ha permesso la sopravvivenza di queste fino ai nostri giorni. Già nel XII secolo ai Basiliani si affiancarono i Cavalieri di San Giovanni che vi rimasero fino alla fine del XIV secolo, utilizzando probabilmente lo stesso edificio di culto che venne restaurato a più riprese.

Malgrado la perdita di precisi connotati topografici, il Foro con il tempio suscitò grande attenzione soprattutto durante il Quattrocento e il Cinquecento. Numerosi studi del periodo presero le mosse dai rilievi di Baldassarre Peruzzi e dei Sangallo. Papa Pio V (1566-1572), animato da una precisa volontà di rioccupazione di luoghi pagani con edifici di culto e insediamenti monastici, nel 1568 fece insediare nel complesso di San Basilio un convento di monache domenicane neofite dedicato alla Santissima Annunziata ai Pantani: a questo periodo appartengono l’apertura di finestre e di un portale nel muro di recinzione del foro verso la retrostante via Tor de’ Conti, ancora oggi visibile. Nel Cinquecento importante fu anche il ruolo del nipote di papa Pio V, il Cardinale Michele Bonelli, detto l’Alessandrino, che si occupò dell’urbanizzazione dell’intera area, avviando opere di risanamento e realizzando nel 1570 un riempimento di terra sul quale venne edificato un intero quartiere: una delle strade, via Bonella, correva a fianco dei resti del tempio.

Nel XIX secolo si avviarono le prime indagini archeologiche e i primi restauri. Nel 1828 si cominciò a guardare con apprensione alle precarie condizioni statiche del campanile di San Basilio e, dopo alcuni tentativi di conservarlo, venne definitivamente demolito nel 1838. A seguito del Piano Regolatore del 1873, il Comune di Roma acquisì la vasta area e tra il 1888 e il 1889 Rodolfo Lanciani vi condusse i primi scavi sistematici.

Nell’ambito del programma di recupero dei Fori pensato dal senatore Corrado Ricci, con un progetto di scavo complessivo dell’area pubblicato nel 1911, a partire dal 1924 il convento e la chiesa della Santissima Annunziata vennero demoliti e si iniziarono gli scavi. Si procedette all’esproprio e all’immediata occupazione dei fabbricati da demolire e si distrussero sistematicamente tutte le tracce posteriori; venne inoltre eliminata la via Bonella che attraversava il lato meridionale del complesso forense e sostituita da una passerella di attraversamento. Nel 1933 gli interventi riguardarono soprattutto le esedre ma furono eseguiti velocemente in vista dell’apertura di Via dell’Impero. Una ripresa scientifica di lavori e studi consistenti si ebbe tra gli anni ’70 e ’80 grazie a studiosi italiani e tedeschi.

Nello scavo del settore meridionale del Foro di Traiano condotto in vista del Giubileo nel 1998-2000 sono state scoperte le fondazioni di un muro semicircolare, appartenente ad una seconda coppia di esedre aperte alle spalle dei portici, più piccole di quelle già conosciute, e successivamente eliminate per la costruzione dei contigui Foro di Nerva e Foro di Traiano (6). Gli scavi realizzati nel 2004-2006, in prosecuzione di quelli giubilari, hanno permesso di ampliare ulteriormente la superficie visibile del monumento.

Descrizione

Il foro era lungo in origine circa 125 metri e largo 118 metri. L’area che attualmente si presenta al visitatore, essenzialmente il settore posteriore con gli avanzi dei portici dei lati lunghi, non rende assolutamente l’idea di come doveva essere originariamente. Il complesso era formato da una grande piazza rettangolare, la cui superficie scoperta era lastricata in marmo bianco lunense, al cui centro era situata una grande statua dell’imperatore su quadriga trionfale, incoronato da una vittoria alata e con un’iscrizione che le fonti ci dicono dedicata a lui dal Senato in occasione dell’attribuzione del titolo di “Pater Patriae”. Nella piazza, nata per accogliere il tempio dedicato a Marte Ultore, Augusto codificò e tradusse in immagini e strutture il suo nuovo corso politico, la sua concezione religiosa e culturale. La piazza era fiancheggiata sui lati maggiori da due portici colonnati nei quali si aprivano, in posizione simmetrica, due ampie esedre per lato, una maggiore e una minore, nelle quali dovevano trovarsi sedi di tribunali.

Il lato di fondo era chiuso da un imponente muraglione (tutto conservato) alto ben 33 metri circa, a pianta irregolare e in opera quadrata di blocchi in tufo di Grottaoscura, parti in travertino e blocchi di pietra ignifuga, un misto di peperino e pietra gabina, utilizzati per separare il foro dal retrostante quartiere popolare e popoloso della Subura, soggetto a frequenti incendi. Due ingressi secondari erano situati su questo muraglione, ai lati del tempio: quello più a nord formato da tre fornici, quello più a sud a un solo fornice, conosciuto con il nome medievale di Arco dei Pantani che alludeva ai facili e prolungati allagamenti che si verificavano nella zona, uno dei luoghi più bassi di tutta la città. Da entrambi gli ingressi si accedeva al piano del Foro mediante due scalinate che permettevano di superare il netto dislivello tra la Subura e il foro stesso. Al termine delle gradinate nel 19 d.C. furono aggiunti due archi dedicati da Tiberio l’uno in onore del figlio Druso Minore (di cui restano a terra frammenti dell’iscrizione) l’altro simmetrico in onore del nipote Germanico, in ricordo della sua vittoria sugli Armeni. Tra i due ingressi era situato il tempio di Marte Ultore.

I portici e le esedre

Ai portici si accedeva dalla piazza salendo tre gradini e sembra ormai certo che davanti alle colonne della facciata si trovassero basamenti con statue così come all’interno dei portici stessi. La facciata si componeva di un solo ordine di colonne in giallo antico con capitelli corinzi in marmo lunense. L’ordine era sovrastato da un alto attico molto articolato in marmo bianco lunense che contribuiva a slanciare i portici, altrimenti schiacciati dall’altezza del tempio. Il piano superiore si articolava in avancorpi sporgenti che sostenevano delle Cariatidi, figure femminili che Augusto aveva fatto commissionare in Grecia su modello di quelle dell’Eretteo dell’Acropoli di Atene. L’effetto d’insieme del corteo verso il tempio doveva essere di grande ieraticità, simbolo della pace raggiunta nell’impero grazie ad Augusto, malgrado le sanguinose guerre. Sul piano di fondo tra le Cariatidi trovavano posto pannelli quadrangolari nei quali erano iscritti dei clipei, elementi circolari alludenti a scudi, che ospitavano teste maschili, alcune delle quali direttamente ispirate alla rappresentazione di Giove Ammone, divinità mutuata dalla religione egizia e legata alla figura di Alessandro Magno che, dopo la visita al santuario dell’oasi di Siwa, volle farsi considerare figlio del dio.

All’interno i portici erano pavimentati in opus sectile con lastre di marmi policromi (bardiglio di Luni, marmo africano e giallo antico) a scomparti geometrici e avevano un solo ordine di colonne in giallo antico. Sulla loro parete di fondo, i portici erano articolati in nicchie rettangolari, inquadrate da semicolonne in giallo antico, che dovevano ospitare statue. All’interno di essi, su una linea ideale in corrispondenza del tempio, si aprivano simmetricamente una di fronte all’altra le due esedre semicircolari maggiori, la cui struttura compensava quella allungata tipica dei portici: non erano chiuse con muri ma rappresentavano uno spazio unitario grazie alla separazione dai portici per mezzo di undici pilastri in cipollino; in esse lo spazio si dilatava ed era illuminato dall’alto grazie al loro sviluppo verticale. L’ordine degli undici pilastri, infatti, sorreggeva sia la copertura del portico sia la facciata rettilinea delle esedre verso i portici, realizzata con un secondo ordine superiore in marmo africano. Le esedre presentavano due ordini a parete che inquadravano nicchie rettangolari: il primo ordine con semicolonne in cipollino, il secondo in giallo antico, mentre al centro di ogni esedra si apriva una nicchia molto più ampia. Nella loro pavimentazione si alternavano lastre rettangolari in africano e giallo antico.

Verosimilmente le esedre ospitavano i maggiori cicli statuari di cui ci parlano le fonti. I soggetti di queste statue sono in parte tramandati dagli scrittori antichi ma soprattutto dalle iscrizioni rinvenute sul posto. Ogni statua ne possedeva due: una sulla base con i nomi e le cariche (titulus), mentre l’altra incisa su una lastra marmorea (tabula) posta al di sotto della nicchia, con le imprese principali del personaggio (elogium). Attraverso la titolatura dei personaggi rappresentati e il racconto delle loro gesta e delle loro opere meritevoli per la grandezza di Roma, si realizzava di fatto un vero e proprio piano di comunicazione della propaganda augustea. In tutto conosciamo il nome di venticinque di questi personaggi ed estremamente interessante è la loro disposizione: nelle due nicchie centrali delle esedre maggiori erano sistemate rispettivamente a nord la statua di Enea che fugge da Troia ponendo in salvo i Penati, con Anchise e Ascanio, il fondamento della gens Giulia, mentre a sud quella di Romolo cui Augusto si ispirava quale nuovo fondatore della città e del suo impero, in atto di trasportare in trionfo le spoglie di Acrane, re dei Ceninensi, da lui vinto e ucciso.

Sul lato di Enea, a sinistra del tempio, erano disposte le statue degli antenati della gens Giulia che la tradizione faceva risalire, com’è noto, a Enea stesso e al figlio di questi, Iulio. Seguivano i re di Albalonga a rappresentare le origini di Roma. Sull’altro lato Romolo era accompagnato dai Summi Viri, i più grandi personaggi della Repubblica. Questa vera e propria galleria della memoria richiamava le basi sulle quali poggiava il nuovo potere imperiale instaurato da Augusto: da un lato la tradizione dello stato repubblicano con le statue dei Summi Viri, e dall’altro il prestigio della famiglia di Cesare, da cui Augusto era stato adottato come erede. La storia repubblicana veniva recuperata e allo stesso tempo identificata con la storia della stessa famiglia Giulia. Romolo discendeva da Enea e i loro genitori divini, Marte per il primo e Venere per il secondo, erano riuniti nel culto del tempio di Marte Ultore. E l’Impero, suggeriva la propaganda augustea, costituiva la logica e provvidenziale conclusione della Repubblica.

Aula del Colosso

In fondo al portico di sinistra, nell’angolo nord-orientale del Foro, in una posizione tipica dei sacelli strettamente connessi alle basiliche dei complessi provinciali, era inserita l’ala del Colosso, un ambiente quadrangolare (12 x 13 metri), schermato da due colonne in marmo giallo antico e capitelli corinzi in marmo bianco lunense che proseguivano nelle dimensioni e nei colori gli ordini della facciata e del muro di fondo dei portici. La sala si presentava di altezza maggiore rispetto agli spazi dei portici stessi, altezza accentuata anche dalla relativa esiguità della sua area. La decorazione marmorea era particolarmente ricca: alle pareti marmo lunense, giallo antico, pavonazzetto e pannelli dove vennero inseriti i celebri quadri, opere del pittore Apelle raffiguranti l’uno Alessandro Magno con i Dioscuri e la Vittoria, l’altro lo stesso Alessandro sul carro trionfale e l’immagine allegorica della guerra, con le mani legate (7). Per la pavimentazione, invece, giallo antico e pavonazzetto.

In fondo all’aula la parete era rivestita, almeno fino all’altezza della statua, da lastre in marmo bianco lunense sulle quali, grazie alla conservazione dei fori per le grappe per il montaggio delle lastre, è stato possibile ipotizzare la pittura di un grande tendaggio blu decorato da motivi in rosso e in giallo ocra. Addossato alla parete vi era un basamento rivestito nel piano superiore con lastre di marmo pavonazzetto ritagliate per l’alloggiamento di una statua gigantesca, come deduciamo dalle impronte dei piedi e dai pochi resti riconducibili ad essa, alta circa undici metri nella quale si deve identificare un colosso di Augusto o più credibilmente il genius Augusti (divinità tutelare), realizzata come acrolito – la struttura interna era probabilmente in legno e/o ferro – e qui collocata forse dall’imperatore Claudio. Presso la statua si dice che accorressero i servi per essere manomessi. La sala venne chiusa probabilmente durante un rifacimento di età tardo imperiale da un muro in opera laterizia e forse abbandonata in un’epoca precedente alla altre parti del complesso forense.

Tempio di Marte Ultore

Il tempio di Marte Ultore (vendicatore degli uccisori di Cesare) (8) lungo 46 metri e largo 38 metri, abside esclusa, dominava la piazza del foro e occupava una posizione simile a quella del tempio di Venere Genitrice nel foro di Cesare. Completamente rivestito in marmo bianco lunense, si innalzava su un alto podio alto circa 3,55 metri. La scalinata centrale, lunga diciassette gradini, forse fu introdotta nel corso dei lavori. Al centro di essa era inserito l’altare mentre due fontane (di cui rimangono delle tracce) ne occupavano le estremità. Aveva otto colonne sulla facciata e sette sui lati lunghi. Questi colonnati laterali terminavano contro l’alto muro di fondo al quale il tempio si addossava con una lesena. Le tre colonne corinzie alte 17,70 metri, rimaste oggi ancora in piedi, testimoniano come l’ordine architettonico di questo tempio venga considerato il primo esempio di applicazione dell’ordine corinzio canonico romano, all’origine dell’evoluzione della decorazione architettonica romana. La cella era riccamente decorata e splendente di marmi policromi, a cominciare dal pavimento in pavonazzetto, giallo antico e africano. Punto focale era l’abside, poco profonda ma molto larga, elevata su cinque alti gradini che ospitava le statue di culto di Marte e Venere, in marmo pario. La cella, oltre al carattere sacrale proprio dell’edificio di culto, qui rivestiva anche il ruolo di “tabernacolo” per le insegne militari recuperate, e probabilmente affisse lungo le pareti e sull’abside stessa: le prime in essa conservate furono quelle tolte dai Parti ai Romani nella battaglia di Charrae del 53 a.C. e restituite in seguito ad Augusto.

La decorazione del frontone è nota grazie alla sua riproduzione in un rilievo di età claudia dell’Ara Pietatis Augustae, oggi inserito nel muro posteriore di Villa Medici che raffigura un sacrificio davanti al tempio. La scena, di carattere simbolico e religioso, mostra al centro Marte barbuto con elmo, mantello, lancia e spada inguainata (quindi non in guerra), a destra Venere con un piccolo Eros sulla spalla seguiti da Romolo in abito pastorale e seduto in atto di prendere gli auspici (dal mito della fondazione di Roma), mentre a sinistra la dea Fortuna con cornucopia, seguita dalla dea Roma victrix sulle armi che impugna lancia e scudo. Alle estremità le personificazioni del Palatino semisdraiato correlato a Romolo perché questo era il luogo dove egli ricevette l’auspicio per la fondazione della città “quadrata”, e del Tevere correlato alla dea Roma. Ai lati del frontone, secondo la riproduzione claudia, vi erano due vittorie alate acroteriali.

Per saperne di più

  • L. UNGARO, a cura di, Il Foro di Augusto, Roma 1997.
  • L. UNGARO, a cura di, Il museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano, Roma 2007.

Note

  • 1) Macrobio, Saturnalia, II, 4, 9.
  • 2) Res Gestae, 21.
  • 3) Svetonio, De vita Caesarum, II, 56, 2.
  • 4) R. Meneghini – R. Santangeli Valenzani, “Episodi di trasformazione del paesaggio urbano nella Roma Altomedievale attraverso l’analisi di due contesti: un isolato in Piazza dei Cinquecento e l’area dei Fori Imperiali”, in Archeologia Medievale, 22, Firenze 1996, pp. 78-91.
  • 5) Corrado Ricci riconduceva questo nome alla presenza di un cimitero sotterraneo, ma sembra riferirsi, in realtà, come altri nomi di questo tipo, a elementi topografici noti e riconoscibili, anche perché gli ambienti sottostanti la chiesa sono troppo piccoli per deporvi dei corpi adulti.
  • 6) Secondo alcuni studiosi, considerato che il foro era un luogo dove si amministrava la giustizia, queste esedre sarebbero due sedi tribunalia destinate ai pretori pellegrini e più piccole di quelle già conosciute, riservate invece ai pretori urbani; secondo una teoria alternativa, invece, i due emicicli verrebbero identificati con le absidi di una vera e propria basilica, come nel Foro di Traiano ma, al momento attuale, mancano i riscontri archeologici.
  • 7) Plinio, Naturalis Historia, XXXV, 93-94, ricorda le due opere come collocate “in fori sui celeberrimis partibus”. Più tardi Claudio fece sostituire il ritratto di Alessandro con quello di Augusto.
  • 8) Con il riferimento al dio della guerra Augusto volle sottolineare un clima di confusione e di crisi prodotto a Roma da un secolo di guerra civile, conclusosi grazie a lui e alla sua vendetta con la battaglia di Azio del 31 a.C.; una volta stabilito il nuovo ordinamento politico, sostituì a Marte Apollo che, per il suo carattere salvifico e profetico divenne uno dei cardini del suo piano di rinnovamento religioso e di propaganda personale: al dio, infatti, cominciò a dedicare templi e provvide a restaurare quelli già esistenti, a testimonianza dell’avvenuta pacificazione e dell’inizio di una nuova età dell’oro sotto i suoi auspici.

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