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Roma. Heliogabalium

Heliogabalium al Palatino
I resti dell’Heliogabalium e la chiesa di San Sebastiano al Palatino

Il Tempio del Sole di Eliogabalo a Roma

La chiesa di San Sebastiano al Palatino è stata costruita sulle fondamenta del pronao di un tempio, di cui oggi rimane solo il basamento. Sono i resti del santuario che l’imperatore Marco Aurelio Antonino (Eliogabalo), fece erigere nel lato nord orientale del Palatino, dedicandolo alla divinità solare di origine siriana El-Gabal.

L’imperatore Eliogabalo (218 – 222 d.C.)

Sestio Vario Avito Bassiano nacque nella città siriana di Emesa da una nipote di Giulia Domna e divenne giovanissimo gran sacerdote del culto del dio Sole El-Gebal, due parole siriache che significano “dio” (el) e “dell’alto – che si manifesta da una montagna” (gebal) e da cui gli derivò il soprannome di “Eliogabalo” (o Elagabalo).

Appartenente alla dinastia dei Severi, salì al trono nel 218 all’età di 14 anni con il nome di Marco Aurelio Antonino; morì assassinato a soli 18 anni nel 222 d.C.

L’imperatore Eliogabalo (Musei Capitolini, Roma)
L’imperatore Eliogabalo (Musei Capitolini, Roma)

La sua figura storica è stata dipinta con connotati molto negativi e depravati (1). Queste sue stravaganze furono anche immortalate da alcuni artisti, soprattutto del XIX e degli inizi del XX secolo, come Lawrence Alma-Tadema in “Le rose di Eliogabalo”, del 1888.

Lawrence Alma-Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888 (collezione privata)
Lawrence Alma-Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888 (collezione privata)

La scena rappresentata è ripresa dal racconto della Historia Augusta dove si narra che l’imperatore avrebbe ucciso i suoi ospiti che morirono soffocati a causa della quantità di petali di “viole e fiori” che li seppellirono:

“Sommerse in triclini mobili i suoi convitati con viole e fiori, in modo tale che alcuni di loro morirono soffocati perché non riuscivano a liberarsene.” (2).

Molti studiosi sono però incerti sull’effettiva attendibilità storica della “Storia Augustea”, databile alla fine del IV secolo, in particolare sui dettagli relativi alla eccessiva depravazione dell’imperatore Eliogabalo il quale fu colpito, dopo la sua morte, dalla damnatio memoriae e probabilmente fu anche questo il motivo che portò ad esagerare le sue effettive eccentricità e stravaganze, confermate da molte fonti, con connotati molto negativi (3).

L’Heliogabalium e il culto solare di origine orientale

Nel 220 – 221 d.C. Eliogabalo dedicò un tempio alla divinità solare di El-Gabal il cui nome fu mutato in Deus Sol Invictus “dio Sole invitto”, cioè invincibile, non vinto, che trionfa sulle tenebre; il suo culto fu inserito nel pantheon delle divinità romane, al di sopra di Giove, sovvertendo così le tradizioni religiose romane.

“Ma, appena entrò a Roma, senza curarsi di quanto accadeva nelle province,

consacrò il culto di Eliogabalo e fece costruire in suo onore un tempio sul colle Palatino, nei pressi del palazzo imperiale, con l’intenzione di portare in quel tempio il simulacro della Grande Madre, il fuoco di Vesta, il Palladio e gli scudi ancili, così che nessuno in Roma venerasse alcun dio all’infuori di Eliogabalo. Affermava inoltre che in quel luogo dovevano essere trasferiti i riti propri degli Ebrei e dei Samaritani, nonché le cerimonie religiose dei Cristiani, affinché il sacerdozio di Eliogabalo potesse detenere i misteri di tutti i culti.” (4).

Nel luogo dove Eliogabalo eresse il suo tempio c’erano già dei monumenti edificati precedentemente:

“Egli fu dunque conosciuto in un primo tempo con il nome di Vario, quindi con quello di Eliogabalo, per il fatto di essere sacerdote del dio Eliogabalo. In suo onore, infatti, dopo aver introdotto il culto dalla Siria, edificò in Roma un tempio, nel luogo in cui in precedenza sorgeva il sacrario in onore dell’Orco. Infine, quando salì al trono, prese il nome di Antonino, e fu l’ultimo degli imperatori a portare questo nome.” (5).

Altre fonti antiche, tra le quali Plinio e Svetonio, ci dicono che un santuario fu costruito in questo luogo già in età augustea, mentre il grande terrazzamento artificiale, di forma rettangolare, fu costruito da Domiziano tra l’81 e il 96. Le opinioni più diffuse dicono che probabilmente era un luogo di culto dedicato a Giove (Iuppiter Victor) che Eliogabalo ampliò ridedicandolo al culto solare (6).

Spaccato dell’Heliogabalium
Spaccato dell’Heliogabalium (autore arch. Patrizia Veltri)

Nel tempio siriano dedicato a questa divinità si conservava un betilo conico, una pietra (probabilmente un meteorite) a cui si attribuiva una funzione sacra in quanto si riteneva fosse dimora di una divinità o perché si identificava con la divinità stessa. La sacra pietra fu trasferita nel 218 dalla Siria al tempio eretto dall’imperatore sul Palatino.

Rovescio di moneta con il tempio di El-Gabal a Emesa e all’interno la pietra sacra (253 - 254 d.C.)
Rovescio di moneta con il tempio di El-Gabal a Emesa e all’interno la pietra sacra (253 – 254 d.C.)

Il termine “betilo” deriva dall’ebraico Beith-El, “Casa di Dio”. Poteva avere forme varie: conica, cilindrica, piramidale, triangolare, antropomorfa ecc. Si trattava probabilmente in alcuni casi di meteoriti alle quali si dava una particolare importanza perché erano pietre luminose che cadevano dal cielo. L’origine del culto è orientale e diffusa tra i Sumeri, Semiti, Siro-Palestinesi e le popolazioni della Mesopotamia.

Erodiano, uno storico di origine siriaca contemporaneo di Eliogabalo, nella sua “Storia dell’impero romano dopo Marco Aurelio” scritta in lingua greca, racconta che il betilo veniva trasportato su una biga, adornata di oro e gioielli, e trascinata da sei cavalli bianchi. Nessuno teneva le redini e nessuno stava sul carro. Eliogabalo camminava all’indietro davanti al carro guardando la divinità e tenendo le redini. Questa processione per le vie della città si teneva durante il solstizio d’estate.

Aureo di Eliogabalo con al rovescio la legenda SANCT DEO SOLI ELAGABAL, “Al sacro dio sole El-Gabal” e la quadriga che trasporta il betilo del tempio di Emesa

E sempre Erodiano ci informa che, dopo la morte di Eliogabalo, il betilo fu riportato ad Emesa.

L’Heliogabalium e gli oggetti sacri alla religione romana

Allo scopo di assicurare la supremazia della divinità solare, l’imperatore pensò di portare nel tempio gli oggetti della religione romana più sacri alla città, conservati in altri templi, come la Magna Mater (il simulacro della “Grande Madre”), il fuoco di Vesta, gli ancilia (gli scudi sacri di Marte conservati nella Regia) e il Palladio.

“Non solo avrebbe desiderato estirpare i culti del popolo romano, ma anche tutti quelli celebrati in ogni parte del mondo, animato com’era da un unico desiderio: che il dio Eliogabalo fosse celebrato ovunque; entrò a forza nel santuario di Vesta […dove rimosse, ndr] la statua che credeva essere il Palladio e, ricopertala d’oro, la pose nel tempio dedicato alla sua divinità. Partecipò anche ai riti della Grande Madre e, per poter sottrarre il simulacro e gli altri oggetti sacri, che sono conservati nascosti in un luogo segreto, divenne […] un iniziato a quei misteri […] infine, presa la statua della dea, la ripose nel tempio della sua divinità. […] Affermò dunque che tutti gli dei erano servi della sua divinità”. (7)

Plastico ricostruttivo dell’Heliogabalium
Plastico ricostruttivo dell’Heliogabalium

Il culto della Magna Mater (dea Cibele), fu introdotto a Roma dall’Asia Minore. L’immagine aniconica della dea, una pietra nera a forma di cono allungato (probabilmente un meteorite), si custodiva in un tempio appositamente costruito sul Palatino nel III secolo a.C. Il Palladio era una statua di legno che ritraeva Pallade Atena e si riteneva che avesse il potere di difendere un’intera città. Virgilio narra che Enea, fuggendo da Troia distrutta, portò con sé la statua in Italia, trasferita poi nel tempio di Vesta al Foro romano, dove era custodito anche il fuoco sacro.

Athena Giustiniani, copia romana della statua greca di Pallade Atena, Musei Vaticani
Athena Giustiniani
, copia romana della statua greca di Pallade Atena, Musei Vaticani

L’Heliogabalium e il successore di Eliogabalo

Il tempio esastilo sul Palatino, di cui oggi rimangono pochi resti visibili nell’area conosciuta dal XVII secolo come “Vigna Barberini”, perché possedimento agricolo di questa nobile famiglia fino ai primi del XX secolo, era circondato tutt’intorno da un portico colonnato.
Pianta dell’Heliogabalium e della chiesa di San Sebastiano

Dopo la morte di Eliogabalo l’imperatore a lui succeduto, Alessandro Severo (222 – 235), ridedicò il tempio a Giove Vendicatore (Iuppiter Ultor) (8).

Nerone e l’Heliogabalium

Nell’area della Vigna Barberini sul lato sinistro c’è un cantiere di scavo dove, per una scoperta casuale, avvenuta durante i lavori di consolidamento della zona, gli archeologi ipotizzano di aver trovato la Coenatio rotunda neroniana, cioè la sala da banchetto della Domus Aurea di Nerone (64-68 d.C.), che girava su se stessa giorno e notte. Gli studiosi per supportare l’ipotesi si avvalgono della descrizione fatta da Svetonio nella “Vita dei Cesari”.

Quello che è emerso dai primi scavi è un grande pilone circolare di 4 metri di diametro, alto circa 10 metri che probabilmente era il “perno” del meccanismo che faceva girare la sala.

Il pilone circolare della Coenatio rotunda emerso dagli scavi nell’area della Vigna Barberini
Il pilone circolare della Coenatio rotunda emerso dagli scavi nell’area della Vigna Barberini

Fino a questa scoperta si pensava che la sala corrispondesse ad un’altra di forma ottagona che si trova sul Colle Oppio e si pensava che fosse solo il soffitto a ruotare. Gli scavi, iniziati nel 2009, sono ancora in corso.

Note

  • 1) Sulla figura di Eliogabalo, cfr. Francesco Citti e Lucia Pasetti, “Un rifiuto della storia: Eliogabalo, l’imperatore che morì nella cloaca” e Andrea Tufarulo, “Eliogabalo”.
  • 2) Aelius Lampridius, Historia Augusta, Vitam Heliogabali Antonini, XXI, 5 – Elio Lampridio, Storia Augustea, “Vita di Eliogabalo”.
  • 3) Cfr. S. Fumagalli, Elio Lampridio, “Vita di Eliogabalo, delirio e passione di un imperatore romano, Milano, Mimesis, 1994
  • 4) Aelius Lampridius, Historia Augusta, Vitam Heliogabali Antonini, – Elio Lampridio, Storia Augustea, “Vita di Eliogabalo”.
  • 5) Aelius Lampridius, Historia Augusta, Vitam Heliogabali Antonini, – Elio Lampridio, Storia Augustea, “Vita di Eliogabalo”.
  • “Orco” è il dio dei morti; è il nome latino di Plutone, divinità dell’Ade (il regno degli Inferi).
  • 6) Secondo Coarelli quest’area era occupata da giardini che la pianta marmorea severiana indica con il nome di Adonea, un’area sacra al culto di Adone, che è possibile identificare con i “Giardini di Adone” che costituivano una parte del palazzo imperiale di Domiziano. Qui Adriano edificò probabilmente un tempio dedicato ad Antinoo, suo favorito e da lui divinizzato dopo la morte.
  • Cfr. F. Coarelli, “Roma”, Guide archeologiche Laterza, Roma, 2011.
  • 7) Aelius Lampridius, Historia Augusta, Vitam Heliogabali Antonini, – Elio Lampridio, Storia Augustea, “Vita di Eliogabalo”.
  • 8) Sul tempio di Eliogabalo cfr. anche Broise Henri, Thébert Yvon, Élagabal et le complexe religieux de la Vigna Barberini. Heliogabalium in Palatino monte iuxta aedes imperatorias consecravit eique templum fecit (HA, Ant. Heliog., III, 4). In: Mélanges de l’Ecole française de Rome. Antiquité T. 111, N°2. 1999. pp. 729-747.

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