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Roma: in visita alla riaperta Casa delle Vestali ai Fori

Un evento positivo, tra tanti episodi negativi spesso gonfiati oltre misura, che hanno gettato un’ombra sulla tenuta dell’archeologia e sulla gestione dei beni culturali anima il nostro ”venerdì di Archeorivista”. E’ avvenuto il giorno successivo al rigetto della mozione di sfiducia al ministro Bondi, dopo il lancio del restauro del Colosseo con lo sponsor privato che inaugura una stagione di collaborazione pubblico-privato da cui potranno venire risorse aggiuntive per la tutela e valorizzazione del nostro patrimonio culturale nella quale ci auguriamo di avere presto nuovi esempi prestigiosi. Si tratta dell’apertura, il 27 gennaio 2011, del nuovo percorso dalla Via Nova alla Casa delle Vestali, dove continua il lavoro di restauro conservativo e di sistemazione.

La Via Nova e la Domus Tiberiana

Lo splendido basolato romano della Via Nova si estende in senso rettilineo dall’inizio del Clivo Palatino all’Atrium Vestae, prospiciente il fronte nord della Domus Tiberiana, il primo edificio monumentale di età imperiale, che fa da cornice al Foro romano. Percorrerlo nella presentazione in anteprima dà una certa emozione, siano nel gruppo con il sottosegretario Francesco Maria Giro e il presidente del Consiglio superiore dei beni culturali Andrea Carandini, prodigo di dotte spiegazioni. Resti di ambienti, si pensa botteghe, si incontrano nel lato sud della strada, con muri di rinforzo e arcate di epoca serviana per consolidare il terreno di tenuta precaria: tracce di pitture e pavimenti a mosaico, banconi e vasche, nonché scale per il piano superiore dove sono in corso lavori di consolidamento, dopo il recupero degli ambienti al piano terra. Si intravede il torso di una tigre dal caratteristico manto in un blocco unico proveniente della Domus Tiberiana.

Gli ambienti di questo edificio monumentale, con arcate alte 20 metri, si affacciano sulla Via Nova e sulla Casa delle Vestali per l’estensione fino al Foro Romano del precedente edificio ad opera di Adriano. Furono portati alla luce fin dal 1882-84 con gli scavi di Rodolfo Lanciani volti ad unificare Foro e Palatino, ora si è proceduto ad interventi di consolidamento e restauro; si ricorda che nel 1970 ci furono dei crolli, dovuti oltre alle condizioni del palazzo a quelle geologiche, critiche anche nell’antichità; a questo si aggiungono i terremoti che hanno prodotto lesioni tuttora visibili sul fronte della Domus Tiberiana; l’antico ampliamento verso il Foro potrebbe essere stato indotto dall’esigenza di consolidare il lato più debole della costruzione.

Il restauro in corso, si afferma testualmente, “sta ricucendo strutturalmente l’intero volume architettonico riconsiderandolo dal punto di vista costruttivo attraverso il ripristino della coerenza strutturale dei piani orizzontali di calpestio, delle volte a botte di copertura, della coerenza dell’apparecchio murario e delle strutture di fondazione. Contestualmente è stata messa in opera la capillare verifica geotecnica dei terreni ed il controllo delle reti e dei sistemi di smaltimento delle acque che dovranno essere tutti bonificati”. Un linguaggio tecnico da cui traspare la complessità. Il monitoraggio continuo misura i “continui piccoli movimenti diffusi nel tempo” e le loro variazioni.

La Casa delle Vestali

La vasta area riservata alle sacerdotesse della dea Vesta si estende al di sotto del percorso della Via Nova, dall’alto se ne ha una visione d’insieme di indubbio fascino. Spiccano i tre bacini, due quadrati ed uno rettangolare al centro, dove è stata ripristinata l’acqua con un’operazione di sicuro effetto; intorno le statue, quasi tutte mutile, e i resti del colonnato del peristilio, rendono l’idea del porticato originario. Intorno ciò che resta di ambienti come il “tablinium”, in origine coperto, con delle stanze ai suoi lati e di fronte il “triclinum”; poi il forno e il mulino di cui è visibile la macina, e si pensa vi fosse anche la cucina; si possono immaginare le stanze delle sacerdotesse al piano superiore. Un “convento moderno”, il vasto porticato corrispondeva ai nostri chiostri conventuali.

L’importanza della Casa è data dal fatto che si trova dietro al Tempio di Vesta dove era custodito il fuoco sacro della dea protettrice la comunità e simbolo dell’eternità di Roma; ospitava per trent’anni le sacerdotesse, dall’iniziazione tra sei e dieci anni; la veste aveva un velo bianco posto sulle spalle nella cerimonia della vestizione con il taglio delle chiome, appese a un albero di loto.

Non vivevano in clausura e avevano dei privilegi come l’essere affrancate dalla patria potestà, con i posti riservati negli spettacoli e il carro dei littori per spostarsi come gli alti magistrati; incontrarle per caso il giorno dell’esecuzione salvava i condannati a morte dalla pena. Il loro compito era la mietitura e la preparazione delle focacce per i sacrifici. Dopo i trent’anni di sacerdozio potevano sposarsi, ma al tempo del loro ministero avevano l’obbligo della castità e se lo infrangevano erano sepolte vive; oltre all’obbligo di custodire il fuoco sacro, se si spegneva venivano fustigate.

Dalla storia torniamo alla cronaca, anzi alla visita. Notiamo la sistemazione dei tre bacini, elegantemente contornati da rose antiche che, insieme con l’acqua limpida, rendono la freschezza di una volta. Atmosfera a cui puntava anche l’intervento di inizi ‘900 di Giacomo Boni, che restaurò vasche e sedili, statue e marmi, pavimenti e verde; sulle rose antiche diceva che in poco tempo si sarebbero integrate con i ruderi. Ora si è andati al di là di quanto mostra una foto del restauro dell’epoca, ripristinando il roseto intorno alle vasche e sostituendo le tubature che le collegano in modo da irrigare anche gli ambienti a nord; e si è realizzato il manto erboso e un vialetto tutt’intorno. Le statue che circondano il vasto cortile sono in perfetto stato nel loro candore, pur se per lo più mutile; si è provveduto al diserbo delle murature e dei pavimenti degli ambienti circostanti e ai consolidamenti murari necessari, ma soprattutto si è ricreato un clima sacrale.

La presentazione di Frati e Gasperini, Giro e Carandini

Descritta la visita, facciamo un passo indietro per chi è interessato alla presentazione dell’evento nella rotonda del Tempio di Romolo, che ha visto l’intervento di autorità dei beni culturali a livello nazionale come il sottosegretario Giro e il presidente del Consiglio superiore Carandini; e a livello romano come il nuovo assessore di Roma Capitale Gasperini e il rettore dell’Università “La Sapienza” Frati, oltre alla soprintendente per i beni archeologici di Roma Moretti.

Luigi Frati ha sottolineato i progressi nell’archeologia con l’uso di tecnologie avanzate per analizzare i reperti e farli “parlare”; ma nel contempo l’arretramento dell’immagine, rispetto a quando la professione dell’archeologo era la quarta tra quelle preferite dai giovani, ora orientati verso le figure televisive per “il prevalere dell’apparire sull’essere”, deriva purtroppo negativa.

Una bella scoperta è stato il nuovo assessore alle Politiche culturali e al Centro storico di Roma Capitale Dino Gasperini dopo l’inattesa esclusione di Umberto Croppi dalla nuova giunta capitolina; le vicende di mera marca politica facevano dubitare sulla qualità del nuovo assessore, dopo la notevole competenza e l’intenso attivismo del predecessore ingiustamente sacrificato. Non era il debutto, c’era stato alla presentazione dello sponsor del restauro nel Colosseo, ma l’intervento odierno è apparso particolarmente incisivo e appassionato, e merita di essere sottolineato.

Dopo aver dato atto del “lavoro incredibile fatto per il recupero del patrimonio e delle inerzie del passato” ha insistito sull’importanza di proseguire nella collaborazione tra Ministero, Comune e Università che mostrano di procedere “con lo stesso passo e la stessa voglia di andare avanti”.

Ha citato una serie di luoghi topici dove operare, dal Foro Romano al Circo Massimo, dal Palatino al Celio, da via dei Cerchi a Colle Oppio, alla Roma medicea; 30 milioni di euro per riqualificare l’area. E ha aggiunto il proposito di curare oltre agli aspetti archeologici quelli per così dire espositivi; nel senso di valorizzare i luoghi museali anche raccontando i personaggi che li hanno vissuti e come lo hanno fatto, non limitandosi a quelli coevi con le preesistenze antiche, ma anche gli altri, come Caravaggio e Raffaello. Tutto questo rafforza “l’unicità di Roma nel mondo”, e ne fa una città sempre più “fruibile e visibile, frizzante e meravigliosa”. Non poteva non interessare chi, come noi, ha sempre sostenuto l’esigenza di contestualizzare sempre più nei luoghi e i luoghi stessi; e rispetto ai personaggi che vi hanno vissuto abbiamo dedicato a suo tempo molta attenzione alle mostre su Gogol e sugli artisti che hanno raffigurato la Campagna romana in tanti suoi aspetti.

Il sottosegretario Francesco Maria Giro ha dedicato l’evento al ministro Bondi senza citare espressamente la fiducia riconfermata il giorno prima alla Camera, ma se n’è avvertito l’implicito riferimento, del resto in una precedente circostanza Giro aveva espresso la ferma intenzione di dimettersi in caso di sfiducia al responsabile del ministero. Ne ha sottolineato l’impegno appassionato per la tutela e valorizzazione “effettuando scelte difficili e spesso impopolari con grande rigore e grande coraggio”; e ha citato al riguardo il vincolo sull’agro romano nella zona simbolica per Roma tra la Laurentina e l’Ardeatina. Questa ed altre iniziative – la Casa delle Vestali e la Curia del Senato da completare entro l’anno – attuano quanto disposto dal Codice dei beni culturali: “Gli altri si sono esercitati a modificarne i dettagli, noi lo applichiamo in concreto”.

Ha poi rivendicato, con l’orgoglio di romanocentrico che nasce dalla sua storia personale, il “modello-Roma che si avvale della collaborazione tra le istituzioni e ha operato fattivamente nella ’casa delle Vestali’, dove non contano solo i fondi messi a disposizione, ma la condivisione dei progetti”; ha citato il “modello-Firenze” con la devoluzione del 20% degli introiti dei musei statali per importanti progetti approvati dal centro e, pur non parlando della possibilità di adottarlo a Roma, ha mostrato disponibilità a sostenere progetti del Comune. Ha dato anche un’indicazione concreta, la riqualificazione dell’area intorno al Colosseo degradata a suk; e ha delineato mostre e iniziative per ripercorrere tappe importanti della storia antica e valorizzare il patrimonio culturale: “I 9 milioni di visitatori annui a Roma impongono di mettere a sistema tale prezioso patrimonio”.

Con Andrea Carandini si è entrati in pieno nell’evento della Casa delle Vestali, che ha illustrato dall’alto della sua grande competenza con l’esperienza diretta di avervi svolto scavi lungo la via Sacra per venti anni con risultati importanti tuttora allo studio. La definisce “la perla più bella nella collana del Palatino, la meglio conservata”, dedicata alla divinità che proteggeva la casa. L’area è di quasi 7.000 metri quadri, l’apertura per circa 1.600 metri quadri dell’Atrium Vestae; “nel mezzo ettaro del Palatino si è svolta la storia straordinaria di 1150 anni di civiltà”. Valorizza l’area libera da costruzioni con il “bosco sacro” ricordando che nel periodo più arcaico, prima del VII secolo, le costruzioni erano di argilla per cui non sono pervenute ma non per questo tali aree vanno trascurate, nel IX secolo c’erano le capanne. Qui il “bosco sacro” era tra il santuario e il Palatino; parla anche della Casa del Re, siamo alla prima metà dell’VIII secolo, tra il 750 e il 700 avanti Cristo.

Poi la storia fino alla risistemazione dell’area da parte di Nerone dopo l’incendio: costruì grandi magazzini e il nuovo santuario senza bosco sacro, lavori che furono completati da Vespasiano, quindi Traiano e Adriano fino a Settimio Severo che trasformò e fece nuove decorazioni al tempio, siamo giunti al 190 dopo Cristo. Il culto terminerà nel 395-97, sarà ancora abitato ma non più dalle Vestali, finché nel VI secolo dopo Cristo le tombe nell’area segnarono la fine del mondo antico.

Carandini termina proiettato nel futuro, alla migliore conoscenza che ne verrà dell’area del Palatino, dalla pendice nord fino alla sua cima. L’archeologia è come la scienza, ogni nuova scoperta apre ulteriori campi di investigazione e di studio, anche questo è il suo fascino.

 

Le pitture di Santa Maria Antigua

Dopo il passo indietro – non quello chiesto ai politici ma il ritorno dalla visita alla Casa delle Vestali alla Presentazione – un passo avanti: la visita successiva ai restauri, in particolare sulle pitture, all’interno della chiesa di Santa Maria Antigua, posta subito dopo l’ Oratorio dei 40 Martiri.  E’ il primo edificio cristiano della fine del I secolo dopo Cristo su un edificio romano dell’età di Domiziano: un vestibolo monumentale e una rampa di collegamento un tempo coperta. Dai quattro porticati iniziali si ottennero tre navate, c’è uno straordinario corredo di dipinti alle pareti, i primi dipinti cristiani risalgono al 500-550; nel 650 nuovi decori alla navata laterale con scritte del Concilio del 649. Ulteriori decorazioni all’inizio dell’VIII secolo, in particolare nella cappella dei Santi Medici; poi, prima della metà del secolo, la cappella dei SS.Quirico e Giulietto del nobile Teodoro; dopo la metà le ultime pitture, infine Adriano ne fece fare altre nell’atrio.

Dopo il terremoto dell’847 restò solo l’atrio. Un salto nel tempo, prima del 1620 la nuova chiesa cristiana al livello superiore, poi all’inizio del XVIII gli scavi ne scoprirono la preesistenza; da casuali all’inizio divennero sistematici nel 1900. Nel 1910 la tettoia di protezione, quindi furono staccati dei dipinti per collocarli nei musei, ma la parte asportata non supera il 12% delle pitture alle pareti, che negli anni ’80 del 1900 sono state restaurate “in loco”. Progetti di restauro sono necessari perché l’umidità e i sali naturali diffusi dai vecchi restauri alle pareti hanno indebolito il 60% dei dipinti e il 40% degli intonaci, mentre il 25% delle pitture restaurate si mantiene in buono stato.

Il rischio del distacco dell’intonaco con perdita delle pitture deve indurre a portare avanti con decisione, accelerandoli, gli interventi richiesti: trattasi di un patrimonio straordinario di pittura antica nel cuore del Foro Romano, basta vedere qualche immagine per rendersene conto.

L’avvertimento di Cicerone

Per rendere omaggio al nuovo percorso Via Nova- Casa delle Vestali fino al sito della dea Vesta, così aperto e sacrale, vogliamo concludere con la citazione di Cicerone, in bella vista nell’Atrium Vestae perché rende l’importanza che aveva per un grande dell’antichità, è tratta dal ”De Divinatione”: “Poco prima che i Galli conquistassero Roma, si udì uscire dal bosco sacro di Vesta, quello che dai piedi del Palatino scende verso la Via Nova, una voce che ammoniva di rifare le mura, e le porte; se non si provvedeva, poteva anche succedere che Roma fosse conquistata…”.

Didascalie delle foto

Le immagini riguardano l’area della Casa delle Vestali, l’ultima è della Domus Tiberiana; l’istantanea della presentazione al Tempio di Romolo vede al microfono il sottosegretario Giro: alla sua destra l’assessore Gasperini, alla sua sinistra la soprintendente Moretti, il direttore generale Malnati, il rettore Frati, il presidente del Consiglio per i beni culturali Carandini. Le foto della galleria che segue riguardano le antiche pitture della chiesa di Santa Maria Antigua in restauro.

Ph: Romano Maria Levante, tutte.

1 Commento su Roma: in visita alla riaperta Casa delle Vestali ai Fori

  1. Ottimo servizio sullo stato di alcuni dei monumenti più antichi di Roma e sui lavori di manutenzione e recupero in corso di vari edifici, interni di chiese, giardini, e altro.
    Tutte le foto sono assolutamente di prima mano, mai viste in giro su depliant o servizi vari.
    Complimenti vivissimi.

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