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Roma. Le domus del Celio sotto la Basilica di San Giovanni e Paolo: bellezze e misteri

Basilica di San Giovanni e Paolo, Roma, Celio

L’appuntamento per la visita alle “domus romanae” del Celio sotto la Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Roma è nel bel piazzale antistante il tempio, lastricato a sampietrini. Se ne ammira la facciata con i colonnati, sei colonne con capitello ionico al centro e due con capitello corinzio ai lati, il campanile, sulla sinistra una fuga di archi sull’antico itinerario. All’interno la navata è lunga più di 40 metri e larga 15, alcuni archi sottesi da colonne separano dalle piccole navate laterali. L’abside, di epoca successiva, prende luce da quattro grandi finestre. La basilica fu fondata dal senatore Pammachio; gli ambienti preesistenti sono per lo più sotto la navata destra.

Ma non c’è tempo per soffermarsi, d’altra parte caratteristica delle visite archeologiche è concentrarsi sui resti delle preesistenze senza farsi abbagliare dalle vistose presenze dei templi costruiti su di esse; anche se, come sempre avviene, rappresentano tesori di arte e di storia. Ci si tornerà per approfondire ciò che c’è in superficie, questa archeologia è underground.

La Basilica soprastante e il “titulus” originario

A lato della basilica, dunque, gli archi medioevali: vi correva una strada verso nord dov’era il Tempio di Claudio, con le abitazioni adiacenti al “Clivus Scauri”, i cui resti sono visibili nell’alta parete di “opus mixtum” che doveva essere di tre piani; e nel muro della basilica che si avvale della facciata di un’altra antica abitazione, con accesso al piano superiore. Una di esse era prospiciente le due strade e reca laterizi i cui bolli la riferirebbero all’età di Adriano, con indizi che la fanno risalire alle epoche precedenti, forse l’età flavia, più attendibili dei bolli i quali non sono prove decisive nella datazione per l’abitudine a riutilizzare laterizi e tegole preesistenti, con bolli non coevi.

La Basilica è stata edificata all’inizio del V secolo su edifici residenziali almeno del III secolo, di epoca imperiale, costituiti presumibilmente da un “titulus” e altre costruzioni affiancate. Il ”titulus” era dedicato ai due santi Giovanni e Paolo: non l’evangelista e l’apostolo delle genti, per i quali furono edificate le due grandi basiliche romane di san Giovanni in Laterano e san Paolo fuori le mura; ma due cristiani che sarebbero stati martirizzati, secondo la tradizione, nella “domus” su cui è stata costruita la basilica in loro onore.

Questi martiri vengono accostati a Benedetta, Crispo e Crispiniano, anche per un affresco che mostra due uomini e una donna portati forse al supplizio da dei soldati. Siamo a metà del IV secolo, l’epoca eroica del Cristianesimo quando solo il martirio portava alla santificazione; successivamente, cessate le persecuzioni risalenti soprattutto a Diocleziano che voleva frenare il diffondersi della religione nell’esercito, e a Giuliano l’Apostata, che mise in atto un estremo tentativo di ripristinare i riti pagani, altri furono i requisiti che aprivano la strada alla santità, legati alla fede interiore o all’azione pastorale fino a premiare il “defensor fidei”, cavaliere o regnante.

Domus del celio

Il mistero del martirio e della sepoltura

Prima di essere presi dalle preesistenze e dalla bellezza dei dipinti, ben conservati e restaurati, siamo intrigati dal mistero che anche questa volta l’archeologa Adelaide Sicuro evoca nella sua sapiente regia della visita con il gruppo, a cui ci aggreghiamo, dell’associazione Info.roma.it che ne organizza di continuo ai siti archeologici, ai templi, palazzi e mostre d’arte romane.

Il complesso archeologico è venuto alla luce nel 1887 per merito del rettore della basilica – affidata tuttora ai Padri passionisti – padre Germano di san Stanislao. C’è il mistero del martirio dei due romani, seguito dall’uccisione dei testimoni del fatto di sangue. Perché è del tutto inusuale che le esecuzioni avvenissero nelle abitazioni dei martirizzati, con un’ulteriore anomalia: la sepoltura nella loro casa mentre avvenivano fuori delle mura cittadine, nelle strade consolari, perché restassero in comunicazione con i viventi e se ne conservasse la memoria pur se lontano dai luoghi abitati.

Rende più fitto il mistero il fatto che Giovanni e Paolo sarebbero stati personaggi influenti nella corte imperiale insieme alle circostanze del martirio riportate dalla tradizione: sembra che vi fossero stati ripetuti tentativi di convincerli ad abiurare alla propria fede e fare sacrifici all’imperatore e a questo fine furono rinchiusi nell’abitazione in modo che cedessero. Si sottolinea il martirio dei testimoni, decapitati e sepolti anch’essi nell’abitazione.

Il gruppo si lancia in ipotesi alternative, che prendono l’avvio dall’inusuale sepoltura all’interno della città, per cui potrebbe essersi trattato di un fatto di sangue con motivazioni private, quindi senza il carattere pubblico proprio delle esecuzioni, nel qual caso si spiegherebbe l’occultamento nell’abitazione. Tuttavia su queste elucubrazioni contemporanee prevale l’antica leggenda e tradizione, suffragata da un dipinto che come si è già accennato, raffigura tre persone avviate presumibilmente al martirio; e da un altro che mostra persone genuflesse e in preghiera.

Non è contraddetta dal dipinto e dagli altri reperti un’interpretazione alternativa che si basa sul fatto che manca una documentazione storica attendibile del martirio, che normalmente lasciava tracce ufficiali, ma non si può negare il culto delle reliquie: al posto delle reliquie private del proprietario Bizante la cui moglie era fervente cristiana – che lasciando la casa le avrebbe portate via – vi sarebbero state collocate quelle dei santi cui dedicare la nuova chiesa, poste nelle stesse cavità, operazione che viene attribuita al senatore Pammachio nuovo proprietario e fondatore della basilica.

Oltre che da questi problemi interpretativi, l’interesse è acuito dal coesistere di elementi religiosi e laici ed anche pagani, nonché dalla compresenza, anzi dalla fusione, di abitazioni di lusso e popolari, in un mescolanza di elementi culturali e religiosi oltre che di diverse epoche storiche.

Il mistero della destinazione degli ambienti

Va considerato innanzitutto che non si tratta di un “ipogeo” originariamente sotterraneo, ma seguiva il declivio del terreno al Celio, prospiciente le due strade verso il Tempio di Claudio e il “Clivio di Scauri”. I diversi livelli configurano un’“insula”, cioè una struttura a più piani e più abitazioni popolari, si potrebbe dire un attuale condominio; confinavano con queste delle “tabernae”, botteghe a servizio delle abitazioni. Due muri della basilica, come si è accennato, hanno utilizzato pareti preesistenti, ambedue del II secolo, una in “opus mixum” di tre piani.

In un’abitazione si aveva un ingresso al piano terreno e uno al piano superiore con accesso tramite una scala; un’altra abitazione era all’angolo delle due strade poste perpendicolarmente. La composizione è tagliata dalle fondamenta della basilica in una parte piuttosto marginale, per cui si può seguire la conformazione degli ambienti e l’evoluzione nel tempo della loro utilizzazione.

Si incontrano i resti di un impianto termale privato, con una vasca e un piccolo bacino, e un ambiente di epoca successiva che evoca il ninfeo nei resti delle fontane, nelle pitture marine alle pareti e nei segni del mosaico del pavimento, c’è anche un pozzo al centro prolungato fino al pavimento della chiesa. In tre ambienti si possono ammirare dipinti alle pareti di portata non inferiore a quelli delle ville romane esposti nella recente mostra “La pittura dell’Impero” alle Scuderie del Quirinale: si tratta delle stanze dei Geni e del Bue Api, dell’aula dell’Orante e del Ninfeo di Proserpina, la cui ricchezza ed eleganza pittorica rimandano a una diversa destinazione nel tempo, che si è allontanata dall’originaria “insula” popolare per la “domus” signorile.

Infatti le decorazioni configurano un’abitazione di gran lusso, che sarebbe stata realizzata tra il III e il IV secolo riunendo in un unico proprietario facoltoso l’originaria “insula “ popolare con le “tabernae” e la “domus” dotata di impianto termale privato. I dipinti che evocano il martirio attesterebbero il “titulus”e l’uso anche come luogo di culto, “domus ecclesiae”.

Affreschi della Domus del Celio

Le bellezze e i misteri delle pitture romane nella “domus” signorile

Il gruppo, guidato dall’archeologa, si muove tra gli ambienti che si susseguono seguendo la planimetria che è stata distribuita. Nei tredici che percorriamo si trovano reperti rilevanti, alcuni con opere pittoriche che è inconsueto trovare nei siti archeologici dove le pitture sono molto rare. La più antica delle pitture rinvenute è dell’epoca di Domiziano, poi c’è un affresco della metà del II secolo, quindi decorazioni parietali del III-IV secolo nella fase di trasformazione a “domus” patrizia. Le pitture più antiche, data la loro importanza storica, sono state studiate con procedimenti molto avanzati che hanno consentito la restituzione di immagini complete delle pareti affrescate.

Le pitture più evidenti si trovano nelle pareti di tre grandi stanze con un effetto d’insieme che è riduttivo definire spettacolare, perché al fatto estetico e artistico si unisce la suggestione storica. Per l’interpretazione complessiva dell’intero impianto pittorico Alessandra Pignotti “in accordo con recenti studi archeologici in tema” parla di “un articolato sistema di autorappresentazione dell’identità sociale e dello status di un colto dominus romano”, che ritiene da preferirsi a “un esplicito messaggio di fede cristiana dei proprietari” e tanto meno alla loro utilizzazione “come segreto ritrovo delle prime comunità cristiane”. La mescolanza di elementi e l’ambivalenza di talune immagini apre la strada a considerazioni di segno diverso, in accordo o meno con tale visione, che costituiscono un ulteriore motivo di interesse della visita archeologica.

Sempre la Pignotti aggiunge che “il soggetto degli affreschi sembra inoltre evidenziare una disposizione programmata degli ambienti lungo il percorso antico all’interno della domus”, percorso che è difficile evidenziare per i mutamenti intervenuti anche con la costruzione della basilica. Mentre la stessa analisi chimica sui pigmenti porta alla conclusione che gli affreschi sono della stessa età tardo- antica, e non appartengono a due fasi distinte.

Ma guardiamo questi affreschi cercando di immaginare l’ambiente che intendevano illustrare.

La “Stanza dei Geni” è decorata con tralci e motivi floreali, ghirlande sorrette da giovani, figure simmetriche come elementi decorativi inseriti in modo armonico nella composizione pittorica.

E’ solo l’inizio, perché già nella sala che segue troviamo una decorazione che in basso imita un rivestimento in marmo mentre in alto mostra la figura di un toro con la falce lunare tra le corna, e fa pensare all’egizio “Bue Api”, mentre vi sono anche immagini di “saltatrices” danzanti in un rito bacchico. Ambiente pagano, quindi.

Scena ben diversa nell’Aula dell’Orante” con una figura dipinta in atteggiamento di preghiera, che viene riferita direttamente al “titulus” cristiano. La coesistenza con il Bue Api, che richiama credenze pagane di origine orientale, fa nascere interrogativi che l’archeologa, guida del gruppo, non manca di sottolineare. Una risposta che lei stessa accenna è data dal fatto che si era nel periodo di transizione in cui erano compresenti religioni e credenze pre-cristiane; anzi ad esse spesso si ispira la nuova religione basata sul messaggio di fede, senza che particolari riti precostituiti.

In questo ambiente si è presi da una bellezza il cui fascino prevale sui misteri evocati. C’è una decorazione molto ricca nelle pareti e nel soffitto, anche se manca la parte centrale. Alla base la decorazione pittorica propone motivi marmorei che imitano l’“opus sectile”, la ricca decorazione di marmo a intarsio molto costosa, rinvenuta nella sua opulenza a Ostia nella “Villa di Porta Marina”, secondo una consuetudine diffusa dato che la pittura era ben più economica. Sopra c’è un fregio a volute vegetali, sovrastato a sua volta dalla decorazione del soffitto divisa in una serie di settori, ne abbiamo contati dodici, dentro i quali ci sono pecore a coppia e figure maschili con dei “rotuli”. Potrebbero rappresentare dei filosofi e sapienti, che conducono verso Dio con la loro saggezza. La figura dell’“Orante” è in una lunetta: volto ispirato, braccia aperte con le mani rivolte verso l’alto.

Molto suggestiva è la “Confessio”, lungo la scala del cortile, una piccola nicchia con una finestrella in corrispondenza della navata centrale della basilica, dalla quale si vedeva dall’alto la sepoltura dei due martiri. E’ decorata con affreschi: due figure con il pallio, sotto le quali un’altra figura in preghiera con due che si prostrano in ginocchio; poi il dipinto più importante, già citato, dell’avvio al martirio con due uomini e una donna, e intorno altri due forse soldati che li scortano, mentre sotto è raffigurata la loro decapitazione. Rientrava nell’antica tradizione mostrare visivamente le sepolture con immagini illustrative come motivo di culto e tramite di fede.

Collegando la “confessio” alle figure di filosofi e sapienti e all’immagine dell’“Orante”, non si pensa più al “Bue Api” e al rito bacchico, il gruppo sembra convergere sulla destinazione ad assemblea di fedeli raccolti per ascoltare il messaggio cristiano e pregare, in un “titulus” patrizio. Ma si sa, le impressioni vanno verificate con l’analisi degli studiosi.

Ed ecco le interpretazioni riportate ancora dalla Pignotti basate sull’ “aspetto duplice di una casa romana, tra spazio di rappresentanza pubblico e spazio privato dedicato all’otium filosofico-letterario”, al quale i dipinti dovevano essere funzionali nel trasmettere ”un messaggio celato dietro una rete di riferimenti culturali o politico-sociali”. Il messaggio sarebbe laico, anzi professionale: l’invocazione delle divinità per proteggere la navigazione su cui si fondavano i commerci. Quindi il Bue Api e Proserpina, l’Orante e le genuflessioni non evocherebbero immagini pagane e cristiane, e nemmeno la transizione dall’una all’altra credenza, bensì “i molteplici interessi del padrone e della padrona di casa” che lo stesso intende mostrare pubblicamente. Una sorta di scaramanzia?

Quanto si è visto sarebbe sufficiente per adornare più di un “ipogeo”. Ma non è finita, in un crescendo di espressioni ammirate da parte del gruppo si entra nel “Ninfeo di Proserpina”, che raffigura il ritorno dall’Ade della figura mitica. Non si può rendere a parole l’effetto di una pittura parietale di così grandi dimensioni, molto ben conservata anche nei colori: c’è il rosso pompeiano e il viola dello sfondo sul quale spicca una giunonica bianca Proserpina al centro, con a lato un giovane che versa del liquido; intorno un movimento di barche con sopra delle persone che vengono traghettate. Si è fatta anche l’ipotesi di Afrodite, ma le immagini traghettate sono per l’Ade.

La visita si avvia alla fine, l’archeologa cerca di interessare all’“Antiquarium”, una grande sala moderna con esposti i reperti trovati negli scavi, anch’essi notevoli: anfore a punta molto strette e lunghe, frammenti di sculture, rari monili in vetro; e la raccolta di ceramiche islamiche del XII secolo che decoravano il campanile medioevale, riportate dai Crociati dalla Terrasanta.

E’ la grande immagine di Proserpina sul triclinio che sembra un trono a restare impressa; insieme all’Orante le cui braccia spalancate per l’invocazione sembrano stringere tutti in un abbraccio. Di origini pagane o cristiane, fideistico o scaramantico, lo sentiamo come l’abbraccio della storia.

2 Commenti su Roma. Le domus del Celio sotto la Basilica di San Giovanni e Paolo: bellezze e misteri

  1. Vi consiglio di vederle. Sono, oltre che magnifiche di proprio, anche tenute benissimo ed ospitano un museo molto moderno. Tutto il complesso è tuttavia visitato molto poco, quindi, avendo gradito l’offerta del polo, sono lieto di fare pubblicità.

  2. Il magnifico ed articolato quartiere delle Domus romane così ben descritto, è uno dei numerosi esempi che possiamo trovare nei sotterranei della Città Eterna. Una città che si è sviluppata nei secoli in continuità di vita e sovrapponendo ad ogni epoca edifici gli uni sopra gli altri, o contigui oppure ancora intersecandosi l’un l’altro. Non voglio aggiungere null’altro allo scritto del Dott. Levante, ma desidero invece segnalare nelle immediate vicinanze un’altra chicca per i cultori del passato e dell’insolito: invito a scoprire i sotterranei del Tempio di Claudio che nascondono niente meno che dei magnifici e cristallini laghetti le cui origini lascio scoprire a chi vorrà leggere qualche cosa su tali gioielli… spero di avere solleticato curiosità…

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