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Roma. Lo scavo della metro C svela antichi boschi a San Giovanni

Restituita l’immagine del quartiere romano di San Giovanni, come doveva apparire tremila anni fa, quando Roma non era stata ancora fondata, nel territorio compreso tra via Casilina vecchia e Porta Metronia. A compiere il miracolo sono state le ricerche di archeologia preventiva effettuate dalla Soprintendenza per la costruzione del metro C, grazie alla tecnologia progettata dal CNR, fondata sulla georeferenziazione, che fornisce raffigurazione tridimensionali del terreno, basandosi sulla sua morfologia. Una tecnica descritta nel volume “Cantieristica archeologica e opere pubbliche. La linea C della Metropolitana di Roma”, edito la Mondadori e appena presentato a Palazzo Massimo.

Realizzando oltre quattrocento carotaggi tra le nuove stazioni di San Giovanni e Lodi Nord, gli esperti hanno scoperto come quell’area cittadina, oggi pianeggiante, prima dell’intervento dell’uomo era una vallata, spesso acquitrinosa, con depressioni, rapide e piccole cascate. Di questo percorso d’acqua, il medesimo che ancora scorre sotto il Colosseo, non si sa neanche il nome. Quel che è sicuro è che era circondata da una fitta vegetazione di canne e di alberi di Giuda, sopra la quale si stagliavano boschi particolarmente folti. Il terreno era talmente fertile che in età tardo-repubblicana i grandi proprietari occuparono la zona per costruirvi le proprie aziende agricole.

Nel sito della stazione San Giovanni, a una profondità di quattordici metri, sono state rinvenute le radici ancora piantate nel suolo di meli e peschi. Ma le ricerche hanno rivelato anche opere di canalizzazione delle acque di epoca augustea, la traccia di una specie di mulino ad acqua e numerosi laterizi col lo stesso bollo. Testimonianza, presumibilmente, dell’attività industriale di un’officina. Invece, in via Sannio sono venute alla luce i resti di lastre in marmo pregiato, impiegato per ricoprire pareti e pavimenti. Secoli dopo, sul fiumiciattolo di San Giovanni venne eretta parte delle Mura Aureliane, circostanza che giustifica l’attuale fragilità in più zone. Il territorio di San Giovanni, invece, restò agricolo sino alla caduta dell’impero romano per poi essere abbandonato per secoli e sbancato negli anni Venti del XX secolo, fino ad assumere l’aspetto attuale.

La scoperta della presenza in antichità di un bosco a San Giovanni va a sommarsi alle altre svelate dagli scavi della metro C: un tratto della via Libicana, una necropoli, databile al Paleolitico, a Pantano, una cava di pozzolano di epoca Flavia con colonne e mosaici al Pigneto. Fondamentale si è dimostrata l’applicazione della geomatica, che consente di effettuare rilievi in poco tempo e di verificare, prima dell’inizio dei lavori, lo spessore medio degli interri e i volumi da eliminare: modalità e fasi di scavo sono così calcolati dettagliatamente, dal numero di archeologi necessari alla tipologia di mezzi da usare nel cantiere. Senza considerare le informazioni utili alla progettazione della stazioni e dei pozzi di aerazione.

La precisione dei calcoli è stata dimostrata dalla realizzazione puntuale di ogni fase del progetto, dimostrando come sia possibile dare certezza alla fase esecutiva, senza inciampare in ritardi. Malgrado gli oneri comportati dalla progettazione delle attività archeologiche, essi vengono poi compensati dai risparmi nella fase esecutiva: un attento studio preventivo contiene i pericoli di slittamento durante i lavori a causa di scoperte inaspettate.