Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Roma: mausoleo di Augusto

Roma. Mausoleo di Augusto

Al suo ritorno da Alessandria, dopo la fine della guerra contro Antonio e Cleopatra, conclusasi con la vittoria di Azio del 31 a.C. e la conquista dell’Egitto nel 28 a.C., Ottaviano diede inizio alla costruzione di una grandiosa tomba, emblema immortale della sua famiglia e del suo potere dinastico. La scelta del luogo cadde nell’area settentrionale del Campo Marzio settentrionale, all’epoca ancora privo di edifici pubblici ma già in precedenza occupato dai sepolcri di alcuni uomini illustri dell’età repubblicana come Silla, Cesare e sua figlia Giulia, che con Augusto subì un totale rinnovamento grazie alla costruzione di numerosi complessi. La scelta del Campo Marzio per il proprio monumento funerario trovava una spiegazione anche nella sacralità dell’area, sede di culti antichissimi: l’erezione del mausoleo in uno dei luoghi più importanti di Roma serviva, dunque, a garantire la fedeltà del suo committente ai valori tradizionali della Res Publica e allo stesso tempo evidenziava, con la sua enorme mole cilindrica, il potere raggiunto da Ottaviano, rimasto unico arbitro della politica romana.

Modelli architettonici di riferimento

Il problema degli eventuali modelli architettonici del mausoleo è uno dei più complessi e ancora oggi oggetto di discussioni scientifiche. Fin dall’inizio il monumento funebre fu chiamato Mausoleo con il nome cioè che a partire dal sovrano Mausolo di Caria e dalla sua famosa tomba ad Alicarnasso costruita intorno al 350 a.C., aveva designato i sepolcri dinastici, anche se nei documenti ufficiali sembra fosse definito Tumulus Juliorum, un termine di antica tradizione repubblicana e forse per questo motivo preferito negli atti ufficiali a quello di “mausoleo”, dai rimandi un po’ troppo orientali. La maggior parte degli studiosi ritengono che nella scelta tipologica del mausoleo abbia influito la suggestione della tomba di Alessandro Magno (1), modello ideologico che ispirò la politica di conquista del Princeps, cui Augusto rese omaggio nel 30 a.C. all’indomani del suo ingresso trionfale ad Alessandria rifiutandosi, invece, di vedere quella di Tolomeo(2). Si ritiene, invece, con certezza che l’aspetto del Mausoleo non si riallacciasse alla tradizione dei tumuli etrusco italici (3). L’evidente difficoltà ad individuare un preciso modello tipologico per il grandioso sepolcro è dovuto, forse, alle intenzioni di Augusto di creare un monumento del tutto nuovo a Roma e il fatto che esso fin dall’inizio sia stato inteso come sepolcro dinastico lo rende, in effetti, inevitabilmente privo di confronti con altri edifici della Roma repubblicana.

Descrizione del mausoleo di Augusto

Lo storico greco Strabone, che vide la grande tomba dinastica appena terminata, la definì il più bello tra i monumenti del Campo Marzio (4). Ad oggi il sepolcro, devastato da secoli di saccheggi e liberato nel secolo scorso da tutte le strutture esistenti, non presenta una pianta ben definita né si presta ad una facile ricostruzione. Varie supposizioni sono state fatte sulla base dei resti conservati e dei disegni realizzati nel XVI secolo soprattutto da Baldassarre Peruzzi.

Secondo alcune ipotesi ricostruttive, era costituito da un basamento-recinto esterno, oggi completamente scomparso, formato da un muro di blocchi di travertino alto circa 12 metri, e da un corpo cilindrico interno di 300 piedi romani (circa 87 metri) di diametro e alto circa 45 metri: queste misure rendono il mausoleo il più grande sepolcro circolare che si conosca. Il corpo cilindrico era composto da una serie di muri concentrici il più esterno dei quali era in opera cementizia rivestita di blocchi di travertino (quasi del tutto asportati) mentre i due muri più interni erano in opera reticolata uniti tra loro da setti di muri radiali che costituivano dodici grandi ambienti con funzione esclusivamente strutturale. Nella parte meridionale si apriva l’ingresso. Percorrendo il lungo dromos (corridoio), ancora oggi presente, ci si imbatteva in un settore di muro ad arco di cerchio che nascondeva dall’esterno la vista alla cella sepolcrale; ai lati originariamente vi erano due passaggi posti tra questo settore e il muro (attualmente scomparso) di circa 5,70 metri di spessore, rivestito in travertino.

Tale muratura doveva costituire la sostruzione di un tamburo circolare che doveva emergere dal tumulo creando, con un secondo ordine architettonico dell’edificio, un tumulo a ripiani sovrapposti, e quindi uno schema architettonico molto simile ai monumenti funerari ellenistici. Nella parte centrale sorgeva la cella, anch’essa circolare (attualmente quasi del tutto ricostruita), che presentava tre nicchie simmetriche. Al centro di essa un grande pilastro circolare conteneva una stanzetta quadrata dove forse era la tomba di Augusto, in corrispondenza significativa della statua bronzea del Princeps che sorgeva alla sommità del pilastro a 100 piedi romani (circa 30 metri di altezza) e visibile da quasi tutta la città. Augusto probabilmente era stato raffigurato secondo le sembianze tipiche del condottiero che proclama vittoria all’esercito o al popolo, come appare nella statua rinvenuta nella villa di Livia a Prima, forse copia in marmo dell’originale bronzeo del mausoleo.

L’ingresso era preceduto da una scalinata e fiancheggiato da due pilastri sui quali erano collocate le tavole di bronzo, oggi perdute, recanti il testo delle Res Gestae divi Augusti, autobiografia celebrativa ufficiale dell’imperatore (5). Il mausoleo era il luogo ideale nel quale esporre le Res Gestae, grazie al quale il lettore sarebbe stato indotto non solo dalle parole ma anche dal contesto architettonico, a non distinguere la storia dalle imprese private e la memoria pubblica da quella privata.

Ai lati della facciata d’ingresso vi erano due obelischi in granito rosa, alti circa 15 metri e anepigrafi, secondo un uso egiziano risalente fino a età faraonica, riutilizzati poi uno in Piazza dell’Esquilino alle spalle di Santa Maria Maggiore, lì collocato nel 1587 da Sisto V Peretti, l’altro sistemato da Pio VI Braschi nel 1786 nella Fontana dei Dioscuri in Piazza del Quirinale (6). Numerosi cipressi, sacri a Venere e quindi associabili alla gens Giulia che vantava di discendere dalla dea, ricoprivano il tumulo soprastante.

Nelle tre nicchie della cella erano le altre tombe: il primo a essere sepolto fu Marcello nel 23 a.C., morto appena diciannovenne. Nel 10 a.C. si aggiunsero le ceneri della madre Ottavia minore, collocate nella nicchia di sinistra dove negli scavi del 1927 venne rinvenuta ancora in situ l’epigrafe funeraria dedicata congiuntamente al giovane nipote e alla sorella di Augusto. Seguirono Agrippa, nel 12 a.C., generale amico di Augusto e secondo marito della figlia Giulia; Druso maggiore nel 9 a.C., Lucio e Gaio Cesari rispettivamente nel 2 e 4 d.C., nipoti di Augusto e destinati a succedergli; lo stesso Augusto nel 14 d.C.; Germanico (19 d.C.), Druso minore (23 d.C.), Livia (29 d.C.), moglie di Augusto, Tiberio (37 d.C.), Agrippina, moglie di Germanico, la cui urna insieme a quella del primo figlio Nerone Cesare, nel Medioevo fu trasportata presso il mercato che allora si teneva in Campidoglio e riutilizzata come misura legale per i cereali, il grano e la calce (7); ancora Britannico, forse Claudio, Poppea, la moglie di Nerone che fu, invece, escluso dalla tomba dinastica e sepolto sul Pincio, così come Caligola, il cui corpo giacque a lungo insepolto sul Palatino, entrambi a causa della damnatio memoriae; furono escluse anche Giulia, figlia di Augusto, morta in esilio perché accusata di adulterio e tradimento e sua figlia Giulia minore. Per breve tempo il Mausoleo ospitò probabilmente le ceneri di Vespasiano, in seguito di Nerva e, dopo oltre un secolo dall’ultima deposizione, Cassio Dione (8) afferma che si riaprì per ospitare, prima di trasferirle nel sepolcro di Adriano, le ceneri di Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo che sosteneva di discendere dalla famiglia Giulia, anche se l’ipotesi appare piuttosto dubbia.

Storia

Il monumento, integro e venerato sino alla tarda epoca romana subì gravi danni durante l’invasione barbarica dei Goti di Alarico nel 409. In un documento del 955 di Papa Agapito II viene menzionata una chiesetta, Sant’Angelo de Agosto, collocata “in cacumine” ovvero sulla sommità della montagnola che, secondo una leggenda, era stata creata per volere di Augusto il quale, per essere ricordato in eterno, aveva ordinato di portare da ogni parte dell’Impero un pugno di terra e di deporlo sulla propria tomba (9). Nel 1150 il mausoleo fu trasformato in un fortilizio dalla famiglia ghibellina dei Colonna ed espugnato poi nel 1241 da una sollevazione popolare incitata da papa Gregorio IX, appartenente alla famiglia rivale dei Conti di Segni. Le scarse testimonianze di epoca medievale descrivono l’area circostante il mausoleo come una contrada semideserta, per lo più ricoperta da vigne, orti e campi. Nel XIII secolo ebbe inizio una sistematica opera di spoliazione del monumento: i marmi vennero ridotti in calce dai calcararii e nel migliore dei casi utilizzati come materiali da costruzione o riutilizzati con gli scopi più vari: ne sono un esempio i contenitori delle urne di Agrippina e di Nerone Cesare noti fin dal XIII secolo.

Per tutto il medioevo l’area circostante il mausoleo era stata feudo incontrastato dei Colonna e dunque non stupisce che proprio davanti la mole nel 1354 venisse appeso e bruciato il cadavere del loro più acerrimo nemico, il tribuno Cola di Rienzo. La scelta del luogo sembra un ironico “omaggio” all’uomo che si era proclamato tribuno e aveva tentato di far rivivere la grandezza dell’antica Roma.

Nel Cinquecento il monumento visse uno dei periodi più fortunati della sua storia. Alcuni ritrovamenti avvenuti nelle vicinanze fecero rivalutare il sepolcro che venne liberato dagli orti e dalle vigne. I disegni di Baldassarre Peruzzi e dei Sangallo sono un imprescindibile punto di partenza nella moderna indagine archeologica tesa a ricostruire la pianta e l’alzato del monumento antico, almeno nelle sue linee generali. Nel 1546 Monsignor Francesco Soderini, fiorentino, acquistò gli avanzi del mausoleo e nella parte superiore di esso venne allestito un giardino all’italiana adorno di statue e di sarcofagi che suscitò l’ammirazione generale di artisti e antiquari. Il Soderini, inoltre, eseguì degli scavi all’interno dell’edificio con lo scopo non tanto di promuovere una migliore conoscenza “archeologica” del sepolcro imperiale, ma di recuperare qualche pezzo antico da esibire. Nel 1561 Paolo Antonio Soderini, fratello di Francesco, rimasto unico proprietario del mausoleo cominciò a vendere alcune opere per problemi economici, dando così vita ad una lenta ma ininterrotta dispersione della collezione di sculture e ad un progressivo abbandono del giardino.

Nel Settecento, grazie soprattutto al Cardinale Giovanni Angelo Braschi, futuro papa Pio V (1775-1799) riprese una febbrile attività di scavo e la volontà di interpretare scientificamente le strutture originarie del monumento ormai completamente nascoste dalle costruzioni moderne. Verso la metà del Settecento il giardino divenne proprietà del marchese Benedetto Correa, portoghese, che lo affittò allo spagnolo Bernardo Matas il quale allestì sul perimetro delle rovine un anfiteatro ligneo nel quale si cacciavano tori e bufale e si tenevano giostre per divertire la nobiltà e il popolino. L’edificio prese il nome di Anfiteatro Coréa (storpiando alla romana il nome portoghese). L’impresa fu poi rilevata dal marchese Vincenzo Correa, che alle tauromachie aggiunse giochi pirotecnici detti fochetti. Con questa trasformazione in anfiteatro per le giostre dei tori il mausoleo tornò ad essere una delle mete più frequentate sia dai romani che dai visitatori stranieri.

Un vero e proprio scavo del monumento si inaugurò nel 1788 ad opera del nuovo proprietario, il marchese Saverio Vivaldi Armentieri che, nonostante il grande successo di pubblico del nuovo anfiteatro, fece temporaneamente sospendere gli spettacoli per dare inizio agli scavi con lo scopo, sembra, di una più accurata conoscenza “archeologica” del monumento antico e soprattutto delle sue strutture più interne, ancora del tutto inesplorate. Gli scavi durarono diversi anni e solo nel 1797 l’anfiteatro venne ripristinato e sostituito da uno stabile in muratura fatto edificare dal marchese, dando nuovamente inizio alle giostre con gli animali.

Nell’ottobre del 1802 l’anfiteatro venne ceduto alla Camera Apostolica per la cifra di 29.500 scudi e continuò ad ospitare le cacce dei tori e gli spettacoli con i fochetti. Ritenute, però, troppo violente e pericolose, le giostre vennero vietate nel 1829 da Pio VIII anche se proseguirono ancora fino al 1844 circa, quando furono definitivamente soppresse e l’arena del Correa, nel quale venne costruito un palco, si trasformò in teatro di prosa all’aperto per spettacoli diurni.

Con l’unità di Italia, l’anfiteatro passò di proprietà al conte Telfener che ne mutò il nome in Politeama Umberto I mantenendo invariata la sua funzione di teatro di prosa. Nel 1880 il conte lo fece sormontare da una cupola di vetro e metallo ma questo provocò aspre critiche da parte del pubblico romano e ne determinò l’inagibilità, per insufficienza di vie d’uscita, da parte della Pubblica Sicurezza: l’anfiteatro venne chiuso per alcuni anni e gli spettacoli temporaneamente sospesi. Il luogo servì, quindi, come officina per la fusione della statua equestre di Vittorio Emanuele II realizzata dagli scultori Enrico Chiaradia ed Emilio Gallori per l’Altare della Pace inaugurato nel 1911.

Ceduto al Comune di Roma e adeguato alle norme di sicurezza, nel 1907 venne inaugurato il nuovo Auditorium comunale, meglio noto come Augusteo, destinato a diventare una delle più apprezzate sale da concerti, rinomata in tutto il mondo per la sua acustica perfetta. Sulla base del Piano regolatore del 1932 e secondo il progetto redatto dall’architetto Morpurgo, che prevedevano l’isolamento del Mausoleo e la realizzazione di una nuova piazza, il monumento, ridotto da secoli di saccheggi e in condizioni deplorevoli, cominciò a essere smantellato il 22 ottobre del 1934 (ma la serie di concerti terminò il 13 maggio 1936) e tra il 1936 e il 1938 fu liberato dalle strutture relative all’Auditorium, definitivamente chiuso, in nome dell’ambizioso progetto di Mussolini che intendeva utilizzare a fini ideologici-politici l’antichità romana, isolando i resti del sepolcro e scavandone le fondamenta per far emergere la tomba imperiale e con essa la gloria del passato romano in previsione delle solenni celebrazioni organizzate per il 1937-1938 in occasione del bimillenario della nascita di Augusto.

A quanto sembra, Mussolini accarezzava l’idea di essere sepolto nella tomba del primo imperatore di Roma, ma restò poi deluso dalla poca monumentalità dei resti. Nel 1938 i lavori di restauro, eseguiti sulla base del progetto di sistemazione finale elaborato da Antonio Munoz, non erano ancora ultimati e proseguirono fino al 1942, quando furono interrotti per i sopravvenuti eventi bellici. I colpi di piccone, contrariamente alle aspettative del Duce, sancirono in un certo senso la morte del mausoleo, privato di una qualsiasi funzione sociale dopo tanti secoli di storia e isolato al centro della razionalista Piazza Augusto Imperatore e di un contesto urbano artificialmente costruito. Gli ultimi interventi di sistemazione dell’area circostante il Mausoleo, eseguiti negli anni 1950-52, hanno conferito al monumento il suo aspetto attuale.

Dopo decenni di deprimente abbandono, di recente il Comune di Roma ha avviato un ampio progetto di recupero artistico e urbanistico dell’area del Mausoleo, per la giusta valorizzazione del monumento. Dal 2008 sono iniziati i restauri della parte interna e ci si prefigge di recuperare la sua struttura originaria. Una recente notizia vede Diego Della Valle finanziatore del restauro del Mausoleo che dovrebbe concludersi entro il 2014.

Per saperne di più

  • P. CHINI, Il Mausoleo di Augusto, Roma 2000.
  • A. M. RICCOMINI, La ruina di si bela cosa: vicende e trasformazioni del Mausoleo di Augusto, Milano 1996.

Note

  • 1) Quest’ipotesi è giudicata da alcuni troppo azzardata soprattutto se si considera che nel 28 a.C., subito dopo la battaglia di Azio e la definitiva sconfitta di Antonio, la scelta di un modello architettonico orientale (alessandrino addirittura) per il monumento dinastico eretto sul suolo di Roma sarebbe apparsa una stonatura troppo forte rispetto alla politica di restaurazione della Res Publica ostentata in quegli anni da Ottaviano.
  • 2) Svetonio, De vita Caesarum, II, 18; Cassio Dione, 51, 16, 5.
  • 3) La tesi secondo cui il mausoleo fosse l’espressione architettonica della più genuina tradizione italica ebbe molto seguito nei primi decenni del XX secolo e in particolare negli anni del regime fascista, ma fu generalmente respinta negli studi successivi.
  • 4) Strabone, Geografia, V, 236.
  • 5) L’unica copia rimasta, fra tutte quelle esistenti sui templi a lui dedicati nelle varie province dell’impero è quella incisa sulle pareti del tempio, dedicato a Roma e ad Augusto, situato ad Ancyra (l’odierna Ankara, capitale della Turchia) e rinvenuta nel 1555. Il testo fu riprodotto in giganti lettere di bronzo sulla teca contenente l’Ara Pacis, opera di Morpurgo, ma non è presente su quella realizzata recentemente da Meier.
  • 6) I due obelischi sono menzionati per la prima volta nei Cataloghi Regionali del IV secolo d.C. e da Ammiano Marcellino, intorno al 380 d.C. Il fatto che non siano citati prima ha fatto pensare che non sarebbe stato Augusto a far trasportare i due monoliti dall’Egitto, ma un imperatore a lui succeduto, da identificare secondo alcuni studiosi, con Claudio o forse con Domiziano, sovrano particolarmente favorevole all’introduzione dei culti egizi a Roma e responsabile del trasporto dell’obelisco eretto nell’Iseum.
  • 7) Quella di Agrippina che si trova ancora oggi in Campidoglio nel Museo dei Conservatori, presenta infatti gli stemmi del comune scolpiti sul fianco e così doveva essere anche per quella di Nerone Cesare, oggi andata perduta.
  • 8) Cassio Dione, Storia Romana, 78, 24, 3.
  • 9) La chiesa, in realtà, sembra essere stata costruita più che sul tumulo stesso nei suoi pressi.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*