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Roma. Nel nuovo Museo dei Cappuccini in scena l’archeologia umana

Museo del Convento dei Frati Minori Cappuccini

E’ stato inaugurato il 26 giugno 2012 il nuovo Museo del Convento dei Frati Minori Cappuccini all’inizio di Via Veneto.

Il percorso in 8 sale, con una sezione ciascuna, ripercorre la vita dei frati con opere pittoriche e artistiche, alcune molto pregiate come il “San Francesco” di Caravaggio, e antichi manoscritti, paramenti e apparati liturgici, insieme ad oggetti di uso quotidiano in un clima di spiritualità e misticismo che riflette la semplicità e umanità dei frati in spirito di fraternità. Il ciclo di vita, il fatidico “ora et labora”, si conclude con l’archeologia umana nella cripta-cimitero finale.

Il progetto complessivo è a cura di Alessandro Nicosia, il presidente di Comunicare Organizzando che ha realizzato il Museo con la curatela scientifica di Marco Pizzo e un prestigioso comitato scientifico di eminenti padri cappuccini – tra cui padre Rinaldo Cordovani e padre Carmine Antonio De Filippis, intervenuti all’inaugurazione – docenti e personalità tra cui, oltre a Marco Pizzo, spicca Claudio Strinati, storico dell’arte e alto esponente del Ministero per i beni e le attività culturali.

Le 8 sale-sezioni sono state impostate, ha detto Nicosia, per “cogliere l’intenso misticismo così come lo stile di vita semplice e la continua vicinanza al popolo e il forte e dolce spirito di fraternità che da sempre caratterizza questo ordine religioso”; a ciò ha concorso sia la scelta di soggetti e oggetti nelle testimonianze storico-artistiche esposte, selezionati con rigore scientifico, sia il ricorso a tecnologie multimediali e interattive avanzate anche per attrarre i giovani. Può essere questo un esempio da seguire di valorizzazione del vastissimo patrimonio storico-artistico religioso.

Le prime 7 sezioni del percorso espositivo

Accoglie all’inizio la figura in piedi di padre Carmine Antonio De Filippis che dà il benvenuto e illustra la mostra, è un video espressivo e dinamico a grandezza naturale, sembra il frate in persona.

Si inizia con la sezione sul Convento, realizzato su commissione dei Barberini tra il 1626 e il 1631, dal progetto di Fra Michele da Bergamo, frate architetto, con la chiesa dedicata all’Immacolata Concezione nella quale si può ammirare il celebre olio di Guido Reni, “San Michele Arcangelo”. Vediamo due quadri della prima metà del XVII secolo dei ritratti del cardinale Antonio Barberini con in mano il zucchetto color porpora e di papa Urbano VIII Barberini benedicente, entrambi di Antonio Alberti; poi immagini del chiostro del convento prima delle demolizioni del 1925.

Dal Convento si passa all’Ordine dei Cappuccini, con quadri che raffigurano i Padri Generali e una vasta documentazione di archivio, con notizie approfondite sui conventi e sui santi cappuccini.

A questi ultimi è dedicata la terza sezione che ne illustra figure ed opere e fa percorrere la “via pulchritudinis” che porta alla santità attraverso una vita semplice di dedizione e profonda umanità.

La sezione più vasta è dedicata a questa vita di semplicità, di cui sono esposti oggetti di uso quotidiano, fatti di materiale povero, paglia e corde intrecciate, o riutilizzati; come la pialla per lavori di falegnameria, la tabacchiera e la sporta per la questua, oltre a vasi da farmacia. E’ una vita permeata di “cultura e spiritualità”, espressa dagli apparati liturgici e da altre evidenze: c’è l’abito cappuccino celebrato nei quadri sui confratelli e ci sono le pianete e i piviali, gli ostensori e i reliquari, fino a degli inusuali bambolotti di cera, lana e tessuto in seta ricamata del XVIII secolo raffiguranti il Bambino e la Vergine Maria infante.

In contrasto con queste immagini dolcissime, il “Crocifisso sanguinante”, un impressionante disegno su carta in acquarello della fine del XVI secolo – che anticipa di secoli la truculenta “Passione” cinematografica dell’attore-regista Mel Gibson – accompagnato da un cartiglio e da altri riferimenti intriganti su questa e altre iconografie.

San Francesco in meditazione” di Caravaggio ci porta ai vertici dell’arte, è inginocchiato in una caverna spoglia e buia a figura intera di profilo con il saio logoro, mentre stringe nelle mani il teschio per deporlo accanto al crocifisso, i colpi di luce sullo sfondo nero. E’ “il momento della compiuta trasfigurazione spirituale del Santo”, commenta Claudio Strinati, nel definirlo “sublime quadro”, e ricorda la testimonianza con cui Orazio Gentileschi nel 1603 dichiarò al giudice del processo intentato da Giovanni Baglione di aver prestato al Merisi una veste di cappuccino, forse quella del dipinto; e cita gli altri quadri francescani del pittore, di cui tre versioni dello stesso soggetto a Roma Galleria Cesare Lampronti, a Carpineto Romano e a Londra collezione privata.

Dall’inizio del XVII secolo con il San Francesco di Caravaggio l’esposizione si proietta al XX secolo con Padre Mariano, un’icona della comunicazione dai primi tempi dell’era televisiva; del resto anche i capolavori pittorici sono stati sempre una forma di comunicazione diretta con i fedeli. Si chiamava Paolo Roasenda, era del 1906, alla Radio Vaticana nel 1950, poi alla televisione dalla mattina del 1° maggio 1955 con “La posta di padre Mariano”, in onda fino alla morte il 27 marzo 1972, nel 2008 dichiarato “venerabile” da papa Benedetto XVI per “l’eroicità delle virtù”.

La settima sezione è come il settimo sigillo, tra i “Cappuccini nel mondo” c’è l’“eccelsa santità” del cappuccino contemporaneo più celebre e venerato, San Pio da Pietrelcina, simbolo sublime di “misticismo e carità verso il prossimo” di cui vediamo delle belle immagini e, a sorpresa, il “Purificatoio e Palla” da lui usati; e figure esemplari di santi in frati cappuccini del passato assurti alla santità quali San Felice da Cantalice, San Crispino da Viterbo, San Giuseppe da Leonessa.

Museo del Convento dei Frati Minori Cappuccini

L’8^ sezione: la cripta-cimitero dei Cappuccini

Concluso il percorso di vita cappuccina non termina l’itinerario della mostra. C’è, nel segno di San Francesco, “sora nostra morte corporale”, rivissuta nella cripta in una forma inconsueta anche per gli stessi Cappuccini. Ricordiamo le Catacombe dei Cappuccini del Convento di Palermo, ne abbiamo descritto, nel“venerdì di archeorivista” del 20 novembre 2010, l’“archeologia umana”: una successione sterminata di presenze corporali, trattate con procedimenti di conservazione, esposte ai lati del labirinto di gallerie sotto il convento in una sfilata muta e ammonitrice.

L’“archeologia umana” del Convento romano dei Cappuccini è ben diversa, altrettanto intrigante ma in altro senso, qui la morte viene considerata per quello che è nella fede, un passaggio, l’inizio di un’altra storia, ce lo dice personalmente padre Rinaldo Cordovani – che ha scritto la parte relativa alla Cripta nel Catalogo di Gangemi Editore “Il Museo dei Cappuccini”- al quale abbiamo ricordato le Catacombe palermitane. La morte qui viene esorcizzata banalizzando le reliquie corporali utilizzate addirittura a fini ornamentali.

Si tratta dei reperti ossei di 3700 frati, che comprendono quelli traslati tra il 1620 e il 1630 dal precedente convento cappuccino di San Bonaventura al Quirinale e i successivi defunti, in una sequenza così descritta nell’800 da Nathaniel Hawthorne: “Quando uno di loro muore, la confraternita ha in uso da tempi immemorabili di togliere dalla tomba più vecchia lo scheletro da più tempo sepolto e deporvi al suo posto il nuovo dormiente”. Osserva padre Rinaldo Cordovani: “E’ così che si sono accumulati tanti resti, che poi qualcuno ha utilizzato anche per ornare volte e pareti”; e cerca di individuare quel “qualcuno”, l’iniziatore di tale inusitato impiego ornamentale dei reperti ossei.

A tal fine riporta una serie di citazioni, come quella di Domenico da Isnello, del 1922, che attribuisce alla “grande modestia dei nostri confratelli” l’anonimato dell’autore, e di Bruno Bruni che nel 1926 concorda attribuendo l’opera d’arte barocca ad “audaci decoratori cappuccini”.

Per fare un nome padre Cordovani parte dall’affermazione del marchese de Sade secondo cui “un sacerdote tedesco di questa casa ha eseguito un monumento funebre degno di un ingegno inglese”: che porterebbe a “padre Norberto Baumgartner da Vienna (1710-1773, noto pittore cappuccino, del quale rimangono alcune opere anche nella chiesa soprastante il cimitero”; ma poiché “tutto l’ambiente è pervaso dal ‘puro stile Luigi XVI’”, si potrebbe pensare – come suggerisce anche lo Zeppegno – che a quest’opera d’arte non sia del tutto estraneo Ennemond Alexandre Petitot (1727-1801) che fu a Roma dal 1746 al 1750”; in questa direttrice Igino da Alatri nel 1930 ha scritto che l’autore, rimasto anonimo, dovrebbe essere uno dei cappuccini francesi fuorusciti a Roma negli anni del Terrore e ospitati nella cripta, espertissimo in arte decorativa, impegnatosi nella certosina raccolta e selezione delle ossa e nella loro disposizione decorativa sul soffitto, nelle pareti e nelle nicchie, come premio le sue spoglie furono accolte in una nicchia da lui stesso indicata.

Tiberinus nel 1931 ha avanzato un’ipotesi suggestiva: “Un artista scampato alla giustizia nella franchigia del convento durante il lungo periodo dell’espiazione, ha adornato queste stanze della morte”; mentre Giorgio da Riano nel 1963 ha identificato l’autore in padre Raffaele da Roma, “valente pittore cappuccino, morto a Roma nel 1805”. Infine la triplice ipotesi del Maes che, invece di cercarne l’anonimo iniziatore, ne traccia tre possibili identikit: ”Genio eremitico e grottesco”, o semplicemente “pazienza di frate”; “coscienza torturata di qualche gran scellerato, qui ricoverato di nascosto dalla pietà religiosa”; oppure “uomo dalla fede ardentissima , che quasi con la morte scherza,” nella credenza della Resurrezione.

Abbiamo riassunto la certosina ricerca delle origini di padre Rinaldo trattandosi di un impiego unico dei resti umani che esorcizza l’angoscia della morte legata alla visione simbolica dello scheletro, qui scomposto nelle sue parti a loro volta assemblate con quelle corrispondenti di centinaia-migliaia di altre scomposizioni e trasformate in elementi decorativi; pur se in un cimitero con la terra proveniente da Gerusalemme, tradotto in altari e nicchie, ornamenti alle pareti e al soffitto.

La cripta-cimitero è un corridoio lungo 30 metri, vi sono sei ambienti con i resti dei 3700 frati ivi seppelliti dal 1631 al 1870 e riesumati nella sequenza prima descritta; ogni ambiente ha un nome, spesso riferito al tipo di resti umani maggiormente utilizzato: si inizia con la Cripta “dei tre scheletri”, segue quella “delle tibie e dei femori”; quindi le cripte “dei bacini” e “dei teschi”; infine le cripte “della messa” e “della resurrezione”, anch’esse con decorazioni fatte di ossa assemblate.

I corpi vengono completamente scomposti e sezionati, per così dire, laddove a Palermo sono conservati nella loro interezza, ossa e pelle, abiti compresi, quasi fosse la resurrezione dei corpi in quell’al di là sotterraneo: nessun al di là nella cripta del Convento romano, la morte è un altro momento del ciclo dell’esistenza, e può trovare i suoi momenti di sdrammatizzazione e dissacrazione. Che altro è l’utilizzo di teschi, tibie e bacini a fini ornamentali per comporre lampadari e arredi di varia natura?.

Vi è, però, un “memento” che ricorda le impressionanti figure di Palermo: in ogni cripta, realizzata come si è detto, sono collocati nelle nicchie scheletri intatti di cappuccini avvolti nel loro saio, distesi o seduti nell’atto di pregare o in piedi nel predicare. Sembrano le statue celebrative dei santi, e non mutano l’effetto sdrammatizzante dell’insieme

Questa è stata la nostra sensazione, forse per aver visto la ben più impressionante scenografia palermitana, una specie di giorno del Giudizio. Non così la vide il marchese De Sade, sebbene non fosse di palato fino, per così dire. Sul Convento romano, infatti, visitato nel soggiorno a Roma dalla fine dell’ottobre 1775 alla metà del gennaio 1776 prima di andare a Napoli, scrisse: “Non ho mai visto nulla di più impressionante, e per esserlo ancora di più non bisognerebbe, mi sembra, vedere questo monumento di giorno, bisognerebbe visitarlo al chiarore delle lampade funebri che vi sono dentro”; ma aggiunge che ciò non toglie la perfetta letizia ai frati cappuccini “ ai quali tuttavia la morte che li circonda non impedisce di essere allegri come nel resto d’Europa”. 

Hans Christian Andersen nel 1885 ne ha dato una descrizione onirica, mentre il già citato Hawthorne ne parla così: “Non è possibile descrivere quanto sia macabro e grottesco l’effetto, sia pur combinato con un certo merito artistico, né quale genio pervertito sia stato messo in luce in quel modo bizzarro”. Che riporta al mistero dell’ideatore e iniziatore in una chiave peraltro sdrammatizzante.

Come sdrammatizzante è stato il giudizio finale che ci ha dato padre Rinaldo Cordovani, nella concezione cristiana della morte come un passaggio, non una fine; e a miglior vita, come si dice.

E’ una nota positiva che esorcizza la morte nei suoi simboli più angosciosi quali sono gli scheletri. i teschi e le ossa che da immagini da incubo diventano elementi ornamentali quasi barocchi. La prova di questa funzione catartica è nella perfetta letizia che si legge nei volti dei confratelli, quella serenità che lo stesso Nicosia ha sottolineato essere stata la nota saliente rilevata nel lavoro comune.

Del resto, il loro eccelso ispiratore non è San Francesco che nel “Cantico delle creature” invoca “Laudato sì, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale da la quale nullu homo vivente pò skappare”?

Info

Museo dei Cappuccini, Via Vittorio Veneto, 27. Tutti i giorni dalle ore 9,00 alle 19,00, ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura. Ingresso euro 6,00 intero; euro 4,00 ridotto. Tel. 06.42014995.

Ph

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante al Museo il giorno dell’inaugurazione, si ringrazia “Comunicare Organizzando” con i Cappuccini del Convento per l’opportunità concessa.

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