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Roma. Nella “Crypta Balbi” storia e archeologia urbana

Crypta balbi

Visitare la Crypta Balbi 

Visitare la “Crypta Balbi” è molto di più che calarsi in un ipogeo pur prestigioso ed evocativo. Siamo nel cuore del ”Museo Nazionale Romano”, che si articola in quattro siti di notevole rilievo storico e artistico: il Palazzo Massimo alle Terme e il Palazzo Altemps, le Terme di Diocleziano e la Crypta Balbi. L’edificio che sovrasta la cripta è dedicato a una “summa” archeologica e storica di Roma, interessante quanto i sotterranei che recano le vestigia dell’antico teatro e dell’isolato.

La visita è regolata da una logistica e da un “timing” ben curati. Mentre si attende l’accesso guidato all’ipogeo scandito da precise cadenze temporali, si può vedere intanto l’esposizione del pianterreno con i reperti rinvenuti “in loco”; e dopo aver esplorato i sotterranei si torna “a riveder le stelle” ai piani superiori con le suggestive ricostruzioni visive della storia urbana di Roma come si è dipanata dall’antichità all’alto e basso Medioevo fino all’età moderna.

L’edificio in cui ci troviamo ne è la dimostrazione concreta: fa parte dell’isolato nel quale fu edificato nell’età di Augusto il Teatro di Balbo, ebbe notevoli trasformazioni nel Medioevo fino alla costruzione della chiesa di santa Caterina dei Funari, riaperta negli anni scorsi con una manifestazione artistica dell’annuale “Festival della spiritualità” di Pamela Villoresi.

E’ anche la dimostrazione delle potenzialità inespresse dell’archeologia romana che per lo più vive essenzialmente di rendita sulle grandi campagne di ricerca di un passato ormai lontano: in questo caso, invece, “rara avis”, i ritrovamenti sono frutto delle campagne di scavo lanciate nel 1981 dalla Soprintendenza che hanno consentito di ricostruire e spiegare la storia di un sito così significativo.

La storia urbana dell’isolato

Si trova nel Campo Marzio, il cuore dell’antica Roma dove si svolgevano manifestazioni politiche e riti religiosi; dal III secolo a.C. fu sede di templi con grandi porticati, come quelli delle Ninfe e di Vulcano e i quattro i cui resti sono nell’adiacente Largo Argentina che era “area sacra”.

A differenza degli altri ipogei, qui abbiamo le vestigia di uno dei tre teatri romani di epoca augustea, realizzato da Lucio Cornelio Balbo, console nel 32 a. C. molto vicino ad Augusto, per celebrare la vittoria sui libici del 19 a. C., allorché Augusto fece costruire il Teatro di Marcello. Il Teatro di Balbo nella cavea di 80 metri di diametro conteneva circa 11.000 spettatori, poco più della metà degli oltre 20.000 del Teatro di Marcello, la cui cavea aveva un diametro di 130 metri.

Entrambi i teatri erano più piccoli del preesistente Teatro di Pompeo, realizzato tra il 61 e il 55 a. C., nel cui porticato si erano conclusi gli Idi di marzo con l’uccisione di Cesare nel 44 a. C. Ma il Teatro di Balbo era molto raffinato, con le colonne di scena in onice, si vede dal notevole reperto che troviamo all’ingresso: un pilastro con semicolonna in laterizio del porticato quadrangolare con esedra posto sul retro dell’apparato scenico che corrisponde all’attuale Crypta Balbi, inserito nell’allestimento in una ricostruzione dell’antica grandezza con ponteggi di ferro che lo sorreggono.

In attesa di scendere nell’ipogeo della Crypta, riviviamo la storia dell’isolato evidenziata dai reperti rinvenuti “in loco”, partendo dalla ricostruzione dopo l’incendio dell’80 d.C., ad opera di Domiziano che fece edificare un nuovo porticato a nord della Crypta, come si vede nel frammento esposto della pianta marmorea di Roma; l’edificio della Porta Minucia frumentaria è integrato con la preesistente Porta Minucia, la sua destinazione è la distribuzione del grano ai cittadini.

Non si può entrare nelle contrastanti interpretazioni su questa funzione, basta ricordare che quando Aureliano sostituì la distribuzione di grano con quella di pane, la Porta Minucia decadde e così la Crypta Balbi. Nel Teatro, dove nell’epoca di Adriano tra il 117 e il 138 d. C. l’esedra del quadriportico era stata trasformata in latrina monumentale per gli spettatori, gli spettacoli si svolsero fino al V secolo, poi fu abbandonato. Gli utilizzi successivi del sito vanno dalla vetreria allo spazio funerario, fino alla discarica nel VII secolo e alla produzione di calce nell’VIII secolo; inoltre un “mitreo” e un’osteria, una stalla e un ospizio per pellegrini, un monastero e un castello.

Come si spiegano la decadenza e le molteplici trasformazioni? Si intravedono senz’altro gli effetti della diffusione del Cristianesimo sugli edifici pagani e in generale pubblici, che venivano destinati ad uso privato, oltre alle piene del Tevere che allagavano la zona. L’assenza di manutenzione e l’impiego inadeguato portavano a crolli degli edifici con effetto sui collegamenti stradali che venivano deviati in varie direzioni, l’innalzamento del terreno nell’alto Medioevo fece il resto.

Non mancarono tentativi di riutilizzo produttivo della zona, come quello del V secolo allorché la famiglia senatoria degli Anici vi costruì un ricovero, collegato all’oratorio di santa Lucia per la distribuzione in una sezione dell’antico portico della Porta Minucia, dei viveri ai pellegrini cristiani; nella vicina zona di Largo Argentina era stato realizzato un monastero, sembra per Boezio.

Nell’Alto Medioevo fu costruita nell’area della Crypta la chiesa di santa Maria Domine Rose, trasformata poi in monastero, lo prova un coperchietto bronzeo con la scritta “domina Rosa”, nell’isolato c’era il monastero di san Lorenzo “in Pallacinis” o “in Pensilis” rilanciato da papa Adriano I nel 780. Dopo 5 secoli, nel 1285 papa Onorio IV dedica la chiesa restaurata a san Salvatore “in Pensilis”, il monastero è nell’area con l’esedra della Crypta, prima utilizzata per produrre calce per lo più da pezzi di sculture antiche che venivano polverizzati.

La trasformazione è notevole nel Basso Medioevo, vi si trasferisce la classe mercantile emergente che dal XII secolo va affermandosi sempre più, tra cui i Pier Mattei. Al ”castrum” difensivo, che era stato una delle utilizzazioni della struttura al centro dell’isolato, succede il “trullum” mercantile. Si moltiplicano le botteghe di commercianti, la strada adiacente viene chiamata via delle Botteghe, “oscure” fu aggiunto per la scarsa luce che vi penetrava. Il monastero di santa Maria Domine Rose fu dedicato a santa Caterina, mentre acquistavano crescente influenza i Funari.

La chiesa di santa Caterina delle Rose fu distrutta e venne costruita la chiesa di santa Caterina de’ Funari; fu realizzato il Conservatorio su impulso di Ignazio de’ Loyola, per la Confraternita delle Vergini Miserabili di Santa Caterina costituita nel 1559 per proteggere le non sposate con una dote e l’istruzione. Nell’epoca napoleonica monastero e conservatorio sono confiscati, fino al ritorno del papa. Vengono costruiti i grandi palazzi Mattei e Caetani; l’odierna via Caetani, che ne prende il nome, delimita l’isolato con via dei Delfini, via dei Polacchi e via delle Botteghe Oscure.

Notevoli modifiche subirono le case su via delle Botteghe Oscure fino ad epoca recente: il Piano regolatore Generale del 1931 raddoppiò la larghezza della strada, il fronte delle case arretrò. Il monastero cessò di funzionare, ma non fu attuato il progetto di portarvi la sede della Banca d’Italia; nel 1943-44 vi furono le demolizioni, però nel dopoguerra vincoli rigorosi impedirono quella che sarebbe stata una profanazione. L’area abbandonata degradò finché non fu rilevata dal Demanio nel 1983. Il resto è storia recente, l’archeologia stratigrafica delle meritorie campagne di scavi ha fatto conoscere l’evoluzione dell’area e ha portato alla luce i copiosi reperti esposti nelle sale.

Crypta balbi

L’archeologia dei reperti di vita quotidiana e produttiva

Nelle sale a piano terra i criteri stratigrafici utilizzati negli scavi sono illustrati da grandi pannelli che ricordano le attività commerciali e industriali dell’isolato intorno alla Crypta, in particolare la lavorazione dei metalli legata al vicino tempio dedicato al dio Vulcano; a partire dall’età romana a quella carolingia fino al XVI secolo è documentata la presenza di bronzisti e fabbri. Oltre alla metallurgia notiamo l’attività nella calce legata alla “calcara” che fu posta nella Crypta, mentre dal XIII secolo le botteghe di commercianti di panni e dei produttori di funi e cordami.

Per vedere altri materiali rinvenuti nelle ricerche si sale al secondo piano dove, corredate da mappe topografiche dei luoghi degli scavi e dei principali siti romani, alcune ampie vetrine espongono una grande quantità di ceramiche, vasi, piatti e altri oggetti soprattutto di uso quotidiano rinvenuti “in loco”. E reperti provenienti da altri scavi aggiunti perché significativi nella narrazione di ampio respiro della progressiva trasformazione di Roma dall’antichità: produttrice di beni artigianali e importatrice di materie prime e merci dall’Africa, dall’Oriente beni di lusso. Vediamo nelle prime vetrine il cratere di ceramica invetriata con le fatiche di Ercole, una padella in bronzo con la testa di Oceano, coppe di ceramica africana “sigillata” e oggetti ornamentali come fibbie-fibule d’argento.

Il degrado dei luoghi trasformati in discariche ha fatto rinvenire in abbondanza ceramiche di uso comune che venivano gettate, sono esposte in grande dovizia nell’apposita vetrina; il deposito rinvenuto da Boni presso l’antica fonte Giuturna conteneva oltre 1500 frammenti di ceramica invetriata e più di 2000 anfore. Con quelle da trasporto si riforniva Roma di alimentari, non essendo sufficiente la produzione interna al fabbisogno cittadino elevato anche nei periodi di crisi.

Vediamo esposti reperti funerari, come i corredi delle tombe sul Palatino, il Celio e Colle Oppio; nell’esedra della Crypta sono state trovate alcune tombe del Vi secolo d. C., ricollocate “in loco”. Giustiniano cercò di instaurare contatti sempre più intensi con l’Oriente soprattutto nei beni di lusso, di cui vediamo unguentari per commerciare essenze e profumi.

Di particolare interesse la ricostruzione della Roma bizantina del VII secolo d. C. con le monete e i sigilli sulla base dei ritrovamenti di materiali provenienti dal già citato monastero di san Lorenzo in Pallacinis dov’era un’officina che produceva oggetti di osso e vetro, metallo e pietre pregiate. Vediamo una serie di oggetti di uso quotidiano, dai pettini alla scacchiera con pedine di diverso tipo usate nel gioco; e oggetti di uso liturgico come una croce-reliquario e una croce d’avorio che ne attesta la presenza in Occidente a metà dell’VIII secolo, nonché la lucerna in bronzo e la lampada in vetro soffiato dal monastero di san Martino ai Monti; notiamo due preziosi anelli d’oro dove sono incastonate antiche gemme con decorazioni di figure del VII-VIII secolo e iscrizioni del X secolo.

Sono esposti altri reperti di vario tipo dell’antica religiosità: dagli oggetti legati ai pellegrinaggi, come le ampolle in ceramica per riportare acqua e terra votiva decorate da motivi cristiani, agli arredi liturgici ed epigrafi papali. E testimonianze laiche dell’epigrafia pubblica monumentale.

Infine gli affreschi: tre con grandi figure di padri della Chiesa e san Basilio che incontra sant’Anastasio mandato al martirio con sant’Adriano, staccati dalla chiesa di Sant’Adriano al Foro demolita nel 1936 per riportare alla luce la “curia Senatus”; e gli affreschi dell’ipogeo di Santa Maria in Via Lata, così importanti da richiedere una considerazione a parte, ne parleremo prossimamente nella visita ai sotterranei dai quali sono stati staccati per preservarli dall’eccessiva umidità del sito, celebre per aver ospitato, secondo la tradizione, san Pietro e san Paolo.

Ora è il momento di scendere nella Crypta, dopo aver rievocato la storia di cui dà testimonianza.

Crypta balbi

L’archeologia del percorso sotterraneo

Con questa storia alle spalle, la visita all’ipogeo diventa emozionante. Ci limitiamo solo ad alcuni momenti rimasti impressi di un percorso non breve tra i numerosi vani collegati. Discesa la prima rampa di scale che porta al sotterraneo vediamo un frammento dell’antica Crypta, oltre all’arcata residua del quadriportico di cui resta la muratura in tufo e travertino, nell’alternanza di tecniche costruttive che riflette le varie epoche, dalle più antiche a quelle medievali. La rampa successiva fa accedere al pavimento del cortile del teatro di epoca imperiale, ben conservato. Nei muri le stratigrafie di cui si è detto e le tamponature di quattro tombe lasciate chiuse. Si aprono diversi vani, quasi delle celle, che erano utilizzati come abitazioni, vi erano anche le latrine dell’epoca.

Il sotterraneo che si percorre da ovest ad est dov’era “Porticus Minucia”, ha l’aspetto di un lungo corridoio allineato con via delle Botteghe Oscure che sta su un livello superiore, dove oltre all’antica pavimentazione troviamo i “battuti stradali” altomedievali” dal V al X secolo. Va ricordato che tra il muro della Crypta e quello del “Porticus Minucia” fu costruito un edificio al tempo di Domiziano. Sul percorso si aprono i vani comunicanti con volte a botte, le cantine che nell’XI-XII secolo furono unite alla Crypta, i canali per la raccolta dell’acqua nelle cisterne in un sistema di condotti e pozzetti. Il pavimento in cocciopesto che riveste i muri della Crypta per più di mezzo metro, con i chiusini collegati ai pozzetti, fa pensare all’impiego come cisterna per l’acqua dall’acquedotto dell’Acqua Marcia che arrivava al Campidoglio. Una scala portava sopra alla cisterna. All’inizio del IV secolo d. C. la galleria fu divisa in due navate con una serie di pilastri.

Il muro del portico della Minucia Frumentaria si congiunge a sinistra con una serie di altri vani, mentre si incrociano le strade tardo antiche e alto medievali prima citate, dato che dal muro meridionale partiva il collegamento tra Campo Marzio, di cui l’isolato faceva parte, il Campidoglio e i Fori; era la via dei pellegrini in visita alle basiliche, da san Pietro a san Giovanni in Laterano.

A parte c’è il “mitreo” che fu insediato verso l’inizio del III secolo d. C. alla base di un’insula vicino al portico del teatro, previa chiusura di un vicolo che accedeva alla latrina dell’esedra; ebbe un momento di fulgore con l’apertura di una Schola mitralica, però con la chiusura dei santuari pagani fu abbandonato, tra l’altro i cristiani combattevano il culto mitralico molto diffuso nell’esercito. Nell’ambiente a lato dell’aula per il culto è stata trovata una vasca in pietra locale e una mangiatoia, come per una stalla. Nel VII secolo la zona fu ricoperta da macerie, forse per un terremoto, e tra queste si è trovato un bassorilievo con Mitra che uccide il toro, tipica immagine di quel culto, oltre ad iscrizioni su marmo ed altri reperti.

La visita alla Crypta Balbi e alla sua storia è terminata anche se non abbiamo parlato degli affreschi staccati dall’ipogeo di Santa Maria in Via Lata; li commenteremo presto insieme alla visita a questo secondo ipogeo nel quale sarebbero passati san Pietro e san Paolo. Nientemeno, ci viene di dire!

Info

Crypta Balbi, Via Botteghe Oscure, 31, dal martedì alla domenica ore 9,00-19,45, lunedì chiuso. La visita include gli altri tre siti del Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo alle Terme, Palazzo Altemps, Terme di Diocleziano – con un biglietto valido tre giorni: intero euro 7,00; ridotto euro 3,50 per i giovani tra 18 e 24 anni; gratis per i minori di 18 anni e i maggiori di 65 anni. Tel. 06.39967700; http://www.archeoroma.beniculturali.it/

Foto

Le immagini sono state riprese da Romano Maria Levante nell’edificio della Crypta Balbi, si ringrazia il Museo Nazionale Romano per l’opportunità offerta.

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