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Roma: sepolcro degli Scipioni

Il sepolcro degli Scipioni

In un tratto di strada tra la via Appia e la via Latina, poco fuori Porta Capena e poche centinaia di metri prima della Porta S. Sebastiano (antica Porta Appia) si trova l’area archeologica del sepolcro degli Scipioni, la sua collocazione corrisponde a quella testimoniata dalle fonti antiche (1). La parte della vecchia necropoli ora occupata dalla vigna Sassi era attraversata in antico da un diverticulum (via traversa) che univa le due vie sopra citate. Questa strada fiancheggiava una collinetta e attraversava una o due cave di tufo; una di esse era probabilmente di proprietà degli Scipioni, i quali la trasformarono in tomba di famiglia.

Quest’area oltre al prezioso ipogeo comprende anche un colombario di età imperiale, un’insula romana del III sec. d.C. e un singolare sepolcro al quale è collegata una piccola catacomba. Tutta la zona si estende per circa 16.000 mq.

La scoperta del Sepolcro degli Scipioni

La prima scoperta del monumento degli Scipioni risale al 1614 con il ritrovamento di due sarcofagi: quello di L. Cornelius Scipio, questore del 167 a.C. rimasto intatto; l’altro di L. Cornelius Scipio, figlio di Scipione Barbato e console del 259 a.C., fu privato dell’iscrizione originale che, venduta ad un tagliapietre, in seguito fu acquistata dai Barberini, i quali la collocarono nella loro biblioteca; per poi giungere ai Musei Vaticani. Questa importante scoperta non ha nessun seguito e viene dimenticata fino al 1780. Nel mese di maggio di quest’anno i fratelli Sassi, proprietari del terreno, scoprono accidentalmente il sepolcro e non avendo competenze adeguate lo esplorano con metodi distruttivi. I sarcofagi vengono spezzati e le iscrizioni portate in Vaticano, molti oggetti vengono dispersi e le copie degli epitaffi collocate nei punti sbagliati.

L’intervento di Angelo Quirini, senatore di Venezia, pone fine a questo scempio e grazie a lui le reliquie di L. Cornelius Scipio, figlio del Barbato, vengono depositate in un’urna nella villa dell’Altichiero a Padova (2). Nel giro di due anni tutte le gallerie vengono scavate e rivedono la luce per primo il sarcofago con l’iscrizione di Publio Cornelio Scipione (augure nel 180) e poco dopo la tomba di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Asiatico e questore nel 167. Seguono tutti gli altri fino alla scoperta di un altro sepolcro minore, con all’interno le sepolture di uno Scipione ignoto e di Gneo Cornelio Scipione Ispano, figlio dell’Ispallo e pretore nel 139 a.C., oltre all’iscrizione imperiale di Cornelia Getulica. Dagli scavi emergono anche due teste: una di tufo dell’Aniene (il cosiddetto “Ennio”) e un ritratto in marmo di età imperiale. Nel 1880 tutta l’area viene acquistata dallo stato.

L’ipogeo è stato chiuso al pubblico nel 1990 e riaperto nel 2008 in occasione di alcuni lavori di consolidamento.

Il sepolcro degli Scipioni è un monumento fondamentale per la conoscenza della Roma repubblicana. Dopo i primi entusiasmi successivi alla scoperta e alcuni importanti studi nell’800 e nel ‘900 (3), non è stato oggetto di ricerche e studi completi che possano valorizzarlo al meglio.

A Lucio Cornelio Scipione Barbato, capostipite di una delle più antiche e celebri famiglie patrizie dell’antica Roma, diamo il merito di aver voluto costruire nei primi decenni del III sec. a.C. il sepolcro.

La decisione di collocare la tomba in questa area non è certamente casuale ma indica una precisa scelta politica, la via Appia è stata costruita nel 312 a.C. presumibilmente per agevolare l’espansionismo romano verso il sud e la Magna Grecia. Il suo ideatore Appio Claudio Cieco è stato un fervente sostenitore della politica imperialistica di Roma, inoltre ha dimostrato una netta inclinazione verso la cultura greca.

Sembra consequenziale la scelta degli Scipioni, aperti alla cultura ellenizzante, di voler costruire il loro monumento funerario vicino alla nuova strada consolare, segno evidente di una politica di espansione fatta propria dalla nobilitas al potere. La via diventa sede di tombe di altre potentissime gentes dell’epoca, i Metelli e i Servilii (4). Se così fosse, il 312 a.C. costituirebbe un primo terminus post quem per la datazione dell’ipogeo nel suo impianto originario.

Il sepolcro è ricavato in un banco naturale di cappellaccio, probabilmente scavato appositamente per tale scopo.

La pianta del Sepolcro degli Scipioni

La pianta realizzata da Italo Gismondi (1887-1974) mostra una struttura abbastanza regolare: è di forma quadrata (m. 14,5 di larghezza per 13,5 m. di profondità), all’interno quattro pilastri (che svolgono la funzione di sorreggere il soffitto) la suddividono in vari settori. Il sepolcro è costituito da sei gallerie che si incrociano formando un reticolo (indicate in pianta con i nn. 1-10). Separatamente a questo impianto ritroviamo un’altra galleria comunicante, realizzata in mattoni e con un ingresso indipendente (nn. 11-12), gli studiosi e i dati materiali lasciano immaginare che si tratti di un’aggiunta posteriore.

Roma. Sepolcro degli Scipioni
Sepolcro degli Scipioni. Pianta (Gismondi). (clicca sull’immagine per ingrandirla)

I sarcofagi

I sarcofagi in tufo sono di tue tipi: monolitici (scavati in un unico blocco) e a lastre; ve ne sono alcuni addossati o incassati nelle pareti, altri collocati intorno ai pilastri. È possibile porli in successione cronologica: i più antichi (270-200 a.C. circa) sono quelli monolitici in peperino; mentre più tardi (160-144 a.C.) sono quelli a lastre.

Alla prima categoria appartengono le tombe di Barbato e quello del figlio (A e B in pianta), console nel 258 a.C. (5).

Nel secondo gruppo possiamo inserire i sarcofagi a lastre di tufo dell’Aniene di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Asiatico e questore nel 167 a.C. (E); di Scipione Asiageno Comato (F), morto a sedici anni intorno al 150 a.C.; di Scipione Ispano (H), figlio dell’Ispallo, pretore nel 139 a.C. e morto pochi anni dopo questa data; infine quello di Paulla Cornelia, moglie di un Ispallo (I).

Un terzo gruppo può essere costituito da due esemplari: il sarcofago del figlio dell’Africano (C) morto prima del 162 a.C. e quello di un altro figlio dell’Ispallo (D) morto a venti anni; ambedue le sepolture sono in pietra gabina, il primo a lastre e il secondo monolitico, quest’ultimo (200-170 a.C.) sarebbe anteriore al sarcofago appartenente al figlio dell’Africano (170-160 a.C.).

Per ultimo in ordine cronologico ricordiamo la sepoltura di Gneo Cornelio Ispano, pretore nel 139 a.C., morto probabilmente poco prima del 130 a.C.; si tratta di un sarcofago a lastre di tufo dell’Aniene con facciata in lastre di peperino (140-100 a.C. circa). Si distingue non solo per l’uso misto dei materiali ma anche per le sue dimensioni eccezionali (m. 3×2,31×1,47).

Tra sarcofagi frammentari ancora in loco e tracce delle nicchie, che dovevano contenerne altri, se ne possono ricostruire una trentina, numero che teoricamente corrisponde agli Scipioni vissuti tra l’inizio del III e la metà del II sec. a.C.; di questi ci sono pervenuti i resti di sedici, solo sette dei quali con relativa iscrizione.

Roma. Sepolcro degli Scipioni
Sepolcro degli Scipioni. Ricostruzione della probabile posizione dei sarcofagi (Gismondi). (clicca sull’immagine per ingrandirla)

Nella galleria più tarda vi erano probabilmente non più di sei deposizioni, restano solamente i frammenti di tre sarcofagi con due epitaffi.

Gli elogi

Si sono conservate nove iscrizioni di età repubblicana appartenenti ad altrettante sepolture, certamente costituiscono solo una parte esigua di quelle originarie, si tratta dei famosi “elogi degli Scipioni”. Gli epitaffi sono quasi tutti incisi, solo in due casi l’iscrizione è dipinta, come sembrano provare i resti di due sarcofagi, dei quali si conserva quasi interamente la faccia anteriore ma senza alcuna traccia di elogi.

Analizzando l’albero genealogico degli Scipioni nel periodo compreso fra Scipione Barbato e la metà circa del II sec. a.C. vi sono altri otto o nove personaggi la cui presenza nel sepolcro può ritenersi probabile, per citarne alcuni: l’altro figlio di Barbato, Cn. Scipio Asina, console nel 260 e nel 254, ma anche Scipione Asiatico e l’altro figlio di Scipione Africano, pretore nel 174. Si arriva ad un totale di 15-16 deposizioni su 30 circa. La differenza è costituita da membri della famiglia che non sono emersi storicamente, i motivi possono essere diversi: figli morti in giovane età prima di poter assumere cariche pubbliche oppure le figlie rimaste nubili.

Il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione Barbato

Possiamo identificare il fondatore della tomba in Lucio Cornelio Scipione Barbato, il suo sarcofago è sicuramente il più antico tra quelli scoperti. L’eccezionalità della sepoltura è testimoniata non solo dalla sua posizione dominante in fondo alla galleria centrale (7-8) di fronte all’ingresso; ma anche dal confronto con gli altri, costituiti da semplici casse di tufo, arricchite al più da una modanatura alla base. L’originale insieme alle iscrizioni è esposto nei Musei Vaticani, una copia invece lo ha sostituito all’interno del sepolcro.


Copia del sarcofago di Scipione Barbato ricollocato in situ.

È l’unico ad avere una decorazione elaborata ed elegante. Si tratta di una cassa in peperino con sobrie modanature alla base e ornato alla sommità con un fregio dorico composto da triglifi e metope decorate con rosoni a rilievo; al di sopra vi è una cornice ionica, completa il tutto un coperchio decorato con fogliame d’acanto e ai lati da volute ioniche. La presenza di elementi dei tre stili evidenzia influenze del primo ellenismo oltre a influssi provenienti dall’Italia meridionale. Il sarcofago è stato scolpito nel primo venticinquennio del III sec. a.C., periodo durante il quale il crescente espansionismo romano determina un rapporto diretto con il mondo magno-greco.

Di notevole importanza sono le iscrizioni: una più antica dipinta sul coperchio con il solo nome del defunto; l’altra incisa sulla cassa forse posteriormente, abrasa e sostituita da alcuni versi che richiamano il cursus honorum e le imprese belliche del defunto nella guerra sannitica.

All’inizio del III secolo datiamo la fondazione del sepolcro degli Scipioni, ciò contribuisce a confermare quanto si è osservato in precedenza a proposito della relazione tra l’ipogeo e la via Appia. Dopo questa prima sepoltura inizia ad essere occupato il lato est del sepolcro con il sarcofago monolitico del figlio di Barbato e con gli unici altri due sarcofagi monolitici in peperino conservati anche se privi di iscrizioni. Le casse sono inserite in nicchie poco profonde e di conseguenza emergono in parte. Successivamente i sarcofagi monolitici verranno inseriti completamente in una nicchia, come nel caso di Lucio Cornelio Scipione, figlio dell’Ispallo e di Paulla Cornelia, morto a venti anni; anche quelli a lastre sono pienamente inserite nelle nicchie, forse per evitare eventuali spostamenti delle lastre stesse.

Sarebbe interessante visitare il sepolcro seguendo l’ordine cronologico delle deposizioni e contemporaneamente l’albero genealogico della gens. Partendo dalla galleria 7-8 vediamo in fondo la copia del sarcofago di L. Cornelio Scipione Barbato (A); nella medesima galleria si trovano i resti del sarcofago originale (B) e la copia dell’iscrizione di Lucio Cornelio Scipione, figlio del Barbato. Di fronte al sarcofago B vi è quello più tardo in pietra gabina di un Lucio Cornelio Scipione (D), figlio dell’Ispallo.

Spostandoci verso nord possiamo individuare il punto (C) in cui avrebbe dovuto trovarsi il sarcofago di uno dei due figli dell’Africano, Publio Cornelio Scpione, posto in fondo alla galleria 9-10; rimane però solo la copia dell’iscrizione. Continuando a percorrere la galleria e un tratto di corridoio 3-4 (dove erano posti altri sarcofagi dei quali restano poche tracce) si ritorna all’ingresso; accanto al quale è incastrato il sarcofago di Lucio Cornelio Scipione (E), figlio dell’Asiatico.

Da questo punto ripercorrendo la galleria 7-8 fino al sarcofago di Scipione Barbato individuiamo i resti del sarcofago (F) e la copia dell’iscrizione di Cornelio Scipione Asiageno Comato, di cui ignoriamo il prenome; lo spazio è stato ricavato scavando un loculo nella parete di fondo.

Sulla sinistra è stata posizionata la copia dell’iscrizione di Paulla Cornelia (I), incisa sulla cornice del sarcofago in travertino e tufo dell’Aniene, che era collocato posteriormente a quello di Scipione Barbato. Si tratta sicuramente di una deposizione successiva, dato che la cornice superiore poggiava direttamente sul sarcofago del Barbato; un espediente di questo tipo indica che l’ipogeo doveva essere interamente occupato.

Percorrendo il corridoio 5-6 accanto ai resti di altri sarcofagi si notano due piccole nicchie per sepolcri ad incinerazione. Nella prima è stata posta l’iscrizione di Cornelia Getulica, scoperta in realtà nella galleria 11-12 (K). La seconda scoperta durante i restauri del 1926 reca tracce di stucchi e pitture.

Non è possibile pensare ad una continuità d’uso del sepolcro dall’età repubblicana a quella imperiale, ciò è testimoniato anche dalla lacuna cronologica di più di un secolo che separa le ultime deposizioni repubblicane della fine del II sec. a.C. da quelle del I sec. d.C. Probabilmente si tratta di una riutilizzazione del sepolcro in epoca imperiale da parte dei Cornelii Lentuli, eredi degli estinti Scipioni e desiderosi continuatori delle tradizioni della gloriosa famiglia repubblicana.

Un tratto della galleria 5-6 ha restituito i resti di un sarcofago di tufo e accanto nel punto L un’iscrizione su lastra di marmo di un M. Iunius Silanus, nipote del Getulico, morto a venti anni, il cui calco è stato ricollocato nella sua posizione originaria.

Intorno alla metà del II sec. a.C. l’ipogeo principale doveva essere già interamente occupato e questo è testimoniato da diversi elementi. Innanzitutto la posizione del sepolcro I alla spalle di quello di Barbato indica una mancanza di spazio. Paulla Cornelia come suggerisce l’iscrizione fu moglie di Ispallo, morto nell’anno stesso del consolato (176 a.C.). Alcuni studiosi fra cui Coarelli suppongono che la moglie lo abbia seguito nella tomba intorno alla metà del secolo.

Anche la tomba F è ricavata in uno spazio residuo, scavato in profondità perpendicolarmente alla galleria 1-2. La sepoltura appartiene a Cornelio Scipione Asiageno Comato, morto a 16 anni in base al dato epigrafico, nipote di Lucio Cornelio Scipione Asiatico e figlio di Lucio Cornelio Scipione, questore nel 167 a.C. e morto a 33 anni. In base a questi dati il nostro Cornelio morì intorno al 150 a.C. o poco dopo.

Il nuovo ipogeo del Sepolcro degli Scipioni

Si può affermare con abbastanza sicurezza che per ospitare nuove sepolture, nella seconda metà del II sec. a.C., vi sia stato un ampliamento con la realizzazione della galleria 11-12. L’ipogeo più recente ha restituito l’unica iscrizione repubblicana integra giunta a noi e proviene dal sarcofago di Gneo Cornelio Scipione Ispano (H), uno dei figli dell’Ispallo e di Paulla Cornelia, pretore nel 139 a.C. e morto probabilmente poco dopo perché non ha ricoperto altre cariche.

In questa nuova galleria è stato ritrovato un altro sarcofago (G) di dimensioni grandiose in tufo dell’Aniene con frammenti di un iscrizione; gli studiosi sulla base delle poche parole leggibili hanno pensato alla moglie di uno degli Scipioni della fine del II sec., forse Sempronia sorella dei Gracchi e moglie di Scipione Emiliano.

Gli scavi hanno restituito anche un’iscrizione di età imperiale su lastrina di marmo (K) destinata a Cornelia Getulica, figlia di Gneo Cornelio Lentulo Getulico, console nel 26 d.C.; anche se la copia è ora collocata nella galleria 5-6 del sepolcro più antico.

Scipioni
Dinastia degli Scipioni (clicca sull’immagine per ingrandirla)

La nuova facciata del Sepolcro degli Scipioni

L’ampliamento ha comportato anche la realizzazione di un ingresso indipendente, di cui rimane solo un arco in conci di tufo dell’Aniene. I pochi resti della facciata, realizzata in occasione dell’apertura della nuova galleria, hanno permesso di poterne ricostruire l’aspetto.


Sepolcro degli Scipioni. Ricostruzione della facciata. (clicca sull’immagine per ingrandirla)

Essa era composta da un alto podio sormontato da una cornice sagomata, nel quale si aprivano i tre ingressi simmetrici al sepolcro costituiti da archi: quello centrale appartenente al sepolcro originario; quello di destra relativo al nuovo ipogeo e tuttora visibile;


Particolare degli ingressi al sepolcro

quello di sinistra era cieco e aveva una funzione ornamentale a meno che non si pensasse in futuro di ampliare ulteriormente l’ipogeo. Il basamento probabilmente era ricoperto di affreschi come dimostrano alcune tracce, da cui si possono ricavare tre strati sovrapposti di pitture: scene storico-militari con figure di alcuni soldati per i primi due più antichi, una semplice decorazione in rosso a onde stilizzate per quello più recente. Questi elementi decorativi possono datarsi tra la metà del II sec. a.C. e l’inizio del I sec. a.C. quando come ricorda Cicerone cessarono le deposizioni.

A coronamento della cornice fu realizzato un alto prospetto con sei semicolonne in tufo con base attica (una sola sopravvive), che incorniciavano tre nicchie monumentali, nella quali secondo la testimonianza di Livio avrebbero dovuto trovarsi le statue di Scipione Africano, Scipione Asiatico ed Ennio, il poeta che aveva celebrato le imprese della famiglia.

La facciata denota influssi dell’architettura ellenistica, derivanti dalle conquiste in Oriente del II sec. a.C.; inoltre i materiali adoperati in particolare il tufo di Grotta Oscura forniscono un terminus ante quem dal momento che quest’ultimo scompare dall’uso già alla fine del II sec. a.C.

È ipotizzabile che l’ampliamento del sepolcro sia avvenuto per volere di Scipione Emiliano, il vincitore di Cartagine nel 146 a.C., in tal caso la sua tomba andrebbe collocata nel loculo in fondo alla galleria 11-12 di fronte all’ingresso, come è avvenuto per Scipione Barbato.

Le due teste

Il monumento ha restituito due teste in tufo dell’Aniene: una ritrovata nel 1780 e oggi conservata ai Musei Vaticani, l’altra scoperta nel 1935 e subito trafugata. La prima testa è alta 24 cm. e comunemente viene detta “di Ennio”, ma l’attribuzione non è corretta; Cicerone ricorda una statua in marmo e non di tufo. Di conseguenza la scultura appartiene ad uno dei personaggi inumati nella tomba.

La testa è realizzata con uno stile semplice e poco dettagliato, il viso è tondeggiante, il naso largo, gli occhi sono infossati, i capelli poggiano sulla fronte a piccole ciocche, ma una corona di alloro sopra il capo ne arricchisce l’aspetto. Quest’ultimo particolare ha fatto pensare ad un poeta, tuttavia essa era anche l’attributo tipico dei trionfatori, in tal caso la scelta sarebbe quasi obbligata.

Il tufo dell’Aniene ci porta ad escludere i più antichi membri della famiglia le cui tombe erano in peperino e pietra gabina; eliminiamo anche il ramo degli Scipioni Nasica che probabilmente non erano sepolti qui; stesso discorso per Scipione Africano la cui tomba era a Literno; escludiamo anche Scipione Emiliano il cui sarcofago doveva essere nella galleria 11-12; rimane un’unica possibilità: Scipione Asiatico, il vincitore di Antioco nel 189 a.C. Di conseguenza la statua andrebbe datata nella metà del II sec. a.C.

In epoca claudio-neroniana il sepolcro accoglie alcune tombe ad incinerazione attribuite sulla base delle iscrizioni ai Cornelii Lentuli. Nel III sec. d.C. l’ipogeo degli Scipioni è in stato di abbandono e viene definitivamente danneggiato dalla sovrapposizione di un edificio (probabilmente un’abitazione) laterizio a tre piani. A fianco si realizza una piccola catacomba. Evidentemente in quegli anni l’importanza del sepolcro e forse anche il suo stesso ricordo sono ormai perduti, segno evidente di una crisi e di una rottura con la gloriosa tradizione repubblicana.

Note

  • Cic., Tusc. Disput. I, 7, 13, Pro Archia 22; Liv., XXXVIII, 56; Svet., de poetis, p. 25.
  • Rodolfo Lanciani, Rovine e scavi di Roma antica, Roma 1985, p. 285.
  • Risalgono al 1926-30 i lavori di restauro realizzati dal Comune che comportarono il completamento dello scavo, l’asportazione di muri costruiti dagli scopritori per sostenere le volte crollanti, la corretta sistemazione delle copie delle iscrizioni.
  • Anche queste sono tombe a camera, come quelle degli Scipioni.
  • Le lettere utilizzate per indicare i sarcofagi e le iscrizioni in essi ritrovate sono quelle presenti nella pianta del Gismondi.

Bibliografia

  • Filippo Coarelli (a cura di), Il sepolcro degli Scipioni, in “Guide di Monumenti”, Roma 1972.
  • Filippo Coarelli, Il sepolcro degli Scipioni, in “Revixit ars, arte e ideologia a Roma, dai modelli ellenistici alla tradizione repubblicana”, Roma 1996.

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