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Roma: tomba di Cecilia Metella

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Sulla via Appia, poco dopo aver superato le Mura Aureliane, attraverso la porta di San Sebastiano, si raggiunge uno dei monumenti più noti della Roma antica e della campagna romana: il sepolcro di Cecilia Metella.  Il mausoleo si trova precisamente al III miglio della nota via consolare, sul ciglio di una piccola altura; l’Appia fu la prima grande strada pubblica romana, lungo la quale vennero costruiti numerosi edifici e la sua importanza rendeva prestigiosa una sepoltura in questo luogo.

Quella di Cecilia Metella è una tomba individuale, caratteristica della tradizione romana, dalla tipologia, propria anche dell’Augusteo, che succedette al tumolo su base circolare.

Il sepolcro è formato da un corpo cilindrico che poggia, a sua volta, su di un basamento quadrangolare in opera cementizia, alto circa 7 metri, originariamente rivestito di blocchi di travertino, dei quali oggi non rimane che la parte della testa infissa nel nucleo.

Compreso il rivestimento, di cui si è detto, tale basamento, in origine, doveva raggiungere i 100 piedi romani di lunghezza (più o meno 30 metri). Il corpo cilindrico al di sopra presenta la stessa ampiezza, quindi, 100 piedi ed è conservato, senza considerare le aggiunte di epoca medievale, per 11 metri di altezza.

Non è nota l’originale tipologia di copertura, per la quale fu ipotizzata inizialmente una sorta di tetto a cono. Oggi si ritiene, tuttavia, che il corpo centrale fosse sormontato da un tumulo di terra di forma conica, proprio come il mausoleo di Augusto.

La muratura del sepolcro rappresenta un esempio di opera quadrata isodoma, tecnica costruttiva propria dell’età augustea, in cui i blocchi parallelepipedi, tutti di uguali dimensioni, sono posizionati di taglio.

Il nostro monumento presenta una curiosa particolarità e cioè che i giunti dei blocchi non sono tutti veri, alcuni sono solo disegnati in superficie, creando così l’illusione della perfetta isodomia.

Dal lato sud del basamento, perpendicolarmente alla via Appia, si accede all’interno della cella funeraria: anch’essa presenta una pianta circolare ed è caratterizzata da un progressivo restringimento del diametro dell’ambiente a partire dalla base; le pareti sono oggi costituite da un paramento in opera laterizia, che però in antichità doveva presentare un qualche tipo di rivestimento e decorazione, purtroppo andata perduta.

La cella era preceduta da un corridoio, cosiddetto superiore, che la metteva in contatto con la via sull’esterno; il citato corridoio ha conservato le originarie murature in opera laterizia e la volta a botte, inoltre, all’incrocio con la cella, ovvero a circa 6 metri dall’ingresso, rimangono ancora i resti di un grande portale in blocchi di tufo, nel quale si riconoscono gli incassi per le cerniere della porta, aperta solo nei giorni in cui venivano celebrati i riti in onore della defunta.

Al di sotto della cella si trova un altro ambiente, detto corridoio inferiore, in parte, purtroppo, rimaneggiato all’inizio del secolo scorso, ma ancora con le pareti in laterizio conservate e la volta a botte. Il vano non aveva alcun accesso dall’esterno del mausoleo, in quanto in diretta comunicazione solo con la cella funeraria, probabilmente, mediante l’apertura tamponata, che ancora si vede sulla volta, più o meno all’altezza della porta. Anche quest’ambiente doveva essere in origine decorato, tracce di intonaco dipinto, con motivi a palmette, furono rinvenute durante alcuni scavi all’inizio del Novecento.

Nulla si conosce a proposito della deposizione, sembrerebbe che un’urna in materiale pregiato fu portata via già in epoca antica. Il cosiddetto sarcofago di Cecilia Metella, invece, che si trova oggi nel cortile del Palazzo Farnese, venne ritrovato nei pressi del sepolcro, durante gli scavi fatti per volere di papa Paolo III, ma non si ritiene possibile che il sarcofago abbia alcun legame con il monumento, sia per la tipologia del rito, visto che l’inumazione non si accorda con il periodo in cui venne utilizzato il mausoleo, sia per un discorso stilistico, il tipo a vasca strigilata è pertinente al II secolo d.C., molto più tardo quindi.

Tutt’intorno alla parte superiore del corpo cilindrico corre, ancora conservato, un fregio in marmo pentelico, racchiuso in una possente cornice di travertino. La decorazione è costituita da una serie di bucrani (teschi di bue), da cui pendono festoni e da questa deriverà il toponimo medievale di Capo di Bove.

Lo svolgersi delle ghirlande attorno al corpo a tamburo del sepolcro è interrotto, sul lato occidentale, dalla presenza di un rilievo figurato, anch’esso in marmo pentelico ed incorniciato da listelli; ciò che oggi rimane è solo una piccola parte, in quanto dovette essere distrutto durante la realizzazione delle strutture medievali pertinenti al castello dei Caetani.

La decorazione, posta immediatamente al di sopra dell’iscrizione, rappresenta un tropaion, in cui, le armi che lo compongono, per tipologia e forma, fanno propendere la maggior parte degli studiosi per l’ambiente celtico e più precisamente gallico. Ai piedi del trofeo si trova, seduto e legato, un prigioniero barbaro; alla sua sinistra si intravede, infine, il panneggio di una figura femminile, difficilmente interpretabile per l’esiguità dell’immagine, unica parte conservata del resto del fregio perduto.

Nella tabula marmorea, al disotto del fregio con il tropaion, si trova l’iscrizione dedicatoria alla defunta Caecilia Metella, della quale viene specificato solo il ruolo di figlia e moglie, rispettivamente di Quinto Cecilio Metello Cretico e di Crasso, a parte queste informazioni non si conosce molto altro.

Il padre è stato riconosciuto come il Quinto Caecilio Metello, console nel 69 a.C., il quale conquistò, tra il 68 e il 65 a.C., l’isola di Creta, vittoria che gli valse il soprannome di Cretico; i Metelli appartenevano alla nobiltà romana e si erano distinti nelle vicende più importanti della storia della città, fin dalle guerre puniche.

Per quanto riguarda il marito, Crassus, l’identificazione è meno certa, membro sicuramente dell’importante gens dei Crassi, si ritiene fosse uno dei figli del triumviro, più probabilmente il maggiore, legato di Cesare in Gallia, prima come questore e poi come governatore della Gallia Cisalpina. La parte conservata del fregio, con il trofeo di insegne galliche ed il prigioniero, alluderebbe, dunque, alle vittorie militari di Crasso, celebrate nel monumento funebre con la volontà di sottolineare la grandezza e l’importanza della famiglia, ma anche, secondo alcuni studiosi, in relazione ad avvenimenti propri del momento storico in cui venne realizzato il monumento.

La struttura architettonica ed i vari elementi stilistici della decorazione e dell’iscrizione portano a datare la costruzione del mausoleo intorno all’ultimo quarto del I secolo a.C., committente dell’edificio potrebbe essere stata la stessa Cecilia, oppure il figlio Marco Licinio Crasso; quest’ultimo, console insieme ad Ottaviano nel 30 a.C., ottenne numerose vittorie su popolazioni barbare dell’area danubiana.

Il mausoleo di Cecilia Metella nel Medioevo

Come è noto il sepolcro continuò la sua vita attraverso i secoli, tanto imponente nella mole, da imporre il toponimo di Capo di Bove all’area, derivato dal suo fregio a bucrani.

Al IX secolo risale la prima menzione post antica dell’edificio, il quale, in un documento del monastero di Subiaco, viene indicato come limite di un terreno agricolo. L’area nella quale si trovava il sepolcro faceva, infatti, parte del patrimonio ecclesiastico nella campagna romana ed è, per questo motivo, citato in vari documenti del XII-XIII secolo, che si riferiscono a proprietà di campi coltivati di pertinenza di monasteri cittadini.

Il cambiamento più radicale del monumento è legato alla trasformazione che subì con Benedetto Caetani, papa Bonifacio VIII, il quale nel 1303 acquistò la proprietà di Capo di Bove e vi fece edificare un castrum a scopo difensivo, con mura rinforzate da torri ed un palazzo signorile, oggi conservato in gran parte, che si addossava al sepolcro.

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Il palazzo signorile con mura rinforzate da torri

Sul lato opposto della strada venne costruita la chiesa di S. Nicola a Capo di Bove, oggi unica superstite delle numerose che dovevano trovarsi nella zona e raro esempio di architettura gotica romana; l’edificio parrocchiale dimostra come il complesso, ormai terminato, era divenuto, vista anche la presenza di case, un vero e proprio centro abitato, nel quale il mausoleo era stato inglobato quale torrione del palazzo, cambiando, così, destinazione d’uso e acquistando una nuova vita e funzione, non più solo un rudere del passato.

Oggi sono ancora evidenti i segni di questa trasformazione: la parte più alta del cilindro, per un’altezza di circa 6,5 metri, presenta un brusco cambiamento nella muratura, dall’augustea opera isodoma a quella cosiddetta saracinesca, costituita da piccoli blocchi di peperino, la quale culmina nella merlatura ghibellina. Sulla muratura esterna si vedono file di fori e feritoie, dalle quali avveniva la difesa da parte degli arcieri, mentre all’interno un camminamento, accessibile attraverso una scaletta, girava attorno alla cima del monumento, subito sotto le merlature.

Sono, inoltre, presenti e visibili una serie di anelli in marmo proprio sulla coda di rondine dei merli, che servivano, probabilmente, per agganciare le ringhiere in legno dei ballatoi. Gli interventi medievali sono visibili anche all’interno della cella funeraria, dove la muratura in opera laterizia presenta numerosi fori, alcuni dei quali da mettere in relazione alla presenza di piani pavimentali e rampe di scale all’interno dell’ambiente.

Quando i Caetani persero il loro potere, non molto tempo dopo la realizzazione dei vari edifici, il castrum passò tra le proprietà di altre nobili famiglie romane, ma con una funzione diversa, privo, ormai, della sua originaria destinazione di fortezza, era legato piuttosto allo sfruttamento agricolo della campagna circostante.

Seguì, da questo momento, un lento declino: iniziarono le attività di spoliazione per il riutilizzo dei materiali, in particolare quelle, di cui si è già detto, volute dai Farnese, che culminarono nel 1588, anno in cui il papa Sisto V aveva programmato la demolizione del sepolcro, insieme ad altre ben note vestigia dell’epoca classica, ma fortunatamente il mausoleo fu salvato per volere del popolo romano in Campidoglio.

Dopo questo lungo periodo di abbandono, tra i primi decenni dell’Ottocento ed i primi del Novecento si sviluppò un nuovo interesse, che portò alla realizzazione di interventi di scavo che interessarono tutta la via Appia. Il monumento, ancora di proprietà dei principi Torlonia, ricevette i primi restauri strutturali a riparazione dei danni subiti per le continue spoliazioni di materiale e poco più tardi fu realizzata la costruzione della parete curvilinea dove, ancora oggi, sono inseriti frammenti architettonici e iscrizioni pertinenti ad altri monumenti sepolcrali; scavi recenti, all’interno del palazzo medievale, hanno riportato alla luce strutture murarie, sculture ed elementi architettonici pertinenti ad almeno due di questi.

All’inizio del Novecento si svolsero i lavori più consistenti di scavo e soprattutto avvenne la sistemazione del complesso con l’organizzazione dei materiali in un piccolo antiquario nel palazzo Caetani.

Foto della Tomba di Cecilia Metella

http://www.archart.it/archart/italia/lazio/Roma/Roma%20-%20Cecilia%20Metella/index.html

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