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Roma. Villa dei Quintili, aperti i nuovi scavi

Il nostro appuntamento settimanale dei “venerdì di Archeorivista” questa volta è attualità, cronaca viva: racconta la visita di giovedì 25 novembre 2010 ad uno straordinario sito archeologico: la romana Villa dei Quintili, dove i lavori non sono terminati. Sono stati intanto presentati i risultati dei nuovi scavi e la sistemazione per il pubblico dell’area tra l’Appia Nuova e l’Appia Antica.

Una giornata particolare: due eventi sul patrimonio culturale

La giornata era iniziata a Palazzo Poli con la VI Conferenza nazionale dei siti italiani iscritti nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco, alla quale è intervenuto il vertice di tre organizzazioni prestigiose: la Commissione nazionale italiana Unesco con il presidente Giovanni Puglisi, la Pontificia commissione dei beni culturali della Chiesa con il sottosegretario monsignor Josè Manuel Del Rio Carrasco, l’Associazione città italiane patrimonio mondiale Unesco con il presidente Claudio Ricci. Il Ministero per i beni e le attività culturali presente in forze con i tre direttori generali Roberto Cecchi per i beni storico, artistici ed etnoantropologici, Francesco Maria Greco per la promozione e la cooperazione culturale e Mario Resca per la valorizzazione del patrimonio culturale, e il sottosegretario Francesco Maria Giro che ha aperto i lavori.

Questa manifestazione ha segnato il ritorno al positivo dopo la negatività di una convulsa fase politica tracimata sui beni culturali con denunce figlie di strumentalizzazioni che hanno enfatizzato oltre misura un malaugurato evento naturale da circoscrivere, al contrario, alla sua reale consistenza e nelle effettive responsabilità, senza l’innalzamento del tiro che può coprire le eventuali omissioni.

Ma passiamo senza indugio alla Villa dei Quintili, la nostra è una visita archeologica e non un resoconto, anche se riteniamo di dover riferire l’essenziale di quanto detto alla presentazione dei lavori della Villa. Ci si arriva da due parti, dall’alto in corrispondenza del numero 1094 dell’Appia Nuova, dal basso nell’Appia Antica, la campagna romana si estende in tutta la sua bellezza. Ne parlava Thomas Ashby, lo studioso che nel 1909 scrisse sulla Villa dei Quintili, posta tra “l’immensa città capitale del mondo antico” e il “bellissimo gruppo dei Colli Albani, ove nei tempi romani biancheggiavano ville”, aggiungendo che del panorama “chi lo sente sinceramente non parla se non è poeta perché non riesce mai a esprimerne il fascino”. Trascurava gli artisti venuti da tutta Europa per dipingere la campagna romana, come ha documentato la bella mostra del Vittoriano.

Siamo nelle vicinanze del VII chilometro, dove negli scavi del 1925-26 e 1929, all’incrocio con l’Appia Pignatelli, sono stati trovati notevoli reperti, soprattutto busti e statue come la grande statua di Zeus in trono, del II secolo dopo Cristo: li vediamo esposti, con altri di rinvenimenti successivi, all’Antiquarium realizzato nella stalla del casale sull’Appia Nuova, una galleria nelle cui vetrine ci sono anche i reperti trovati nella Villa, frammenti di pavimenti e rivestimenti marmorei ed anche oggetti, c’è pure una superficie vetrosa prodotta dalla vetreria che si trovava all’interno. E’ solo una parte dei reperti, sparsi nei Musei vaticani e in altri musei in Europa; quelli degli scavi nella villa del 1828-29 diretti da Nibby sono nelle collezioni dei Torlonia e della Soprintendenza. Pur con l’amarezza di dover constatare l’assenza dal luogo dove sono stati rinvenuti di molti reperti, vedere i tanti esposti nell’Antiquariun è un bell’inizio per la visita.

Il percorso verso la parte centrale dell’ampia fascia di campagna romana dov’è la Villa, è stato sistemato anche con torba per difendere dal fango, è una traversata breve e istruttiva con gli imponenti resti della villa che si stagliano su un cielo che si va sempre più rischiarando e nell’avvicinarsi mostrano la vasta articolazione della grande residenza. E’ raro vedere una simile struttura, ricorda le Terme di Caracolla, almeno nelle dimensioni, e al suo interno dà delle sorprese.

Parlano il commissario per l’archeologia romana Cecchi e il sottosegretario Giro

Inizia la presentazione Roberto Cecchi, l‘attivo Commissario per l’archeologia romana, cita i nomi dei progettisti dei lavori, in primis quello di Meogrossi, e il coordinamento del commissariato svolto da Pia Petrangeli. Avverte subito che con il recupero anche nella parte sistemata il lavoro non è finito, “occorrono cure continue”; e che queste creino dei problemi lo dimostra la sua riflessione su Pompei, un complesso unico al mondo per importanza e vastità: ecco la forza dei numeri, 60 ettari, 1500 Domus romane, il tutto gestito da 160 persone con 5 architetti e 1 archeologo; gli addetti alla manutenzione ordinaria sono 8, dieci anni fa erano 89. “In queste condizioni come si può tenere in piedi un a struttura così vasta e delicata?” Le criticità vengono segnalate dagli incaricati delle ispezioni, se non vi è un numero sufficiente di addetti non è possibile una vigilanza efficace. E’ un allarme che trasmettiamo sperando venga recepito come merita.

Sull’archeologia romana un messaggio rassicurante, la risposta affermativa alla nostra domanda se sarà attuato in concreto il programma di manutenzione programmata e sistematica descritto accuratamente nel Rapporto Cecchi del settembre 2009 di cui demmo conto a suo tempo.

Dal sottosegretario Francesco Maria Giro una visione di ampio respiro su quanto compiuto e sui programmi e le strategie: viene ricordato quanto fatto nel Palatino, al Colosseo con l’apertura del terzo anello e degli ipogei, alla Casa delle Vestali, al Tempio di Venere, ora alla Villa dei Quintili dove i lavori proseguiranno per l’apertura anche di Santa Maria Nova. E soprattutto il sottosegretario ha annunciato un vasto progetto condiviso con la Regione Lazio per la valorizzazione del Parco regionale dell’Appia Antica, dov’è inserito il Parco archeologico, una duplicità di competenze affrontata con l’unione degli sforzi e non con i conflitti e le confusioni connaturate a tali situazioni. Anzi, “la lotta all’abusivismo potrà avvalersi della potestà legislativa e amministrativa della Regione”.

Questa impostazione fa parte di una strategia generale: “la collaborazione con gli Enti territoriali per iniziative integrate di carattere culturale finanziate da apporti comuni di risorse per progetti condivisi”. Una logica di questo tipo fa superare la tradizionale competizione tra le istituzioni pubbliche, centrali e locali, come la polemica sulla destinazione degli incassi: questo vale anche per i rapporti con Roma Capitale, con il sindaco Alemanno, come con la presidente regionale Polverini, si studia un grande progetto che potrà creare occasioni di sviluppo economico e di crescita individuale e professionale per i giovani; si sta lavorando, in particolare, per la “ricucitura urbanistica della città storica” anche con una nuova pedonalizzazione del centro, ha citato la zona del Corso, largo Chigi, e piazza San Silvestro. Non ha omesso la conservazione, sottolineando l’importanza del fattore umano nelle ispezioni, anche se vengono adottate le nuove tecnologie. “Un incidente può sempre accadere, ma si pone con forza il problema della sostenibilità disponendo di risorse inadeguate. Per Roma come per tutte le città d’arte la cultura deve avere priorità assoluta”.

Le origini, la “basis Villae” e i giardini.

Il nome della Villa – che lo Stato ha acquisito solo nel 1985 con i 24 ettari in cui si trova – viene dai fratelli Quintili, nobili romani consoli nel 151 dopo Cristo con incarichi in Asia e in Grecia, il cui nome è stato trovato impresso sui tubi di piombo trovati nel sito. Appoggiati dagli imperatori Antonino Pio a Marco Aurelio furono invece accusati di congiura e uccisi sotto l’imperatore Commodo che ne fece confiscare i beni e se ne impossessò. La proprietà imperiale si protrasse a lungo, nell’epoca dei Severi tra il 193 e il 235 e dei Gordiani tra il 238 e il 244, fino a Teodorico dal 493 al 526. L’area in cui si trova, il Quinto miglio ai confini dell’“ager romanus”, è una zona archeologica dove sono state rinvenute le “fossae cluiliae”, per la purificazione, e dove si svolse la famosa disfida tra Orazi e Curiazi a cui seguì l’assoggettamento di Alba Longa e del Lazio; lo testimoniano tombe a tumulo dei guerrieri rinvenute nella zona. Adiacente c’è il complesso di Santa Maria Nova, una tenuta di 4 ettari con un casale che la Soprintendenza ha acquistato nel 2006 e sarà aperto dopo la sistemazione in corso, illustrata in tutti i particolari. Diciamo solo che dal 1200 era dei monaci olivetani dell’omonimo monastero, la residenza romana preesistente risale anch’essa, come la Villa, al II secolo dopo Cristo: c’è una torre romana, sopraelevata nel Medioevo, rivestimenti marmorei e pavimenti con mosaici raffiguranti scene di lotte e di giochi del circo.

Tornando alla Villa, alcuni padiglioni, come il Ninfeo sull’Appia Antica, furono utilizzati nel Medioevo, nel ‘700 era chiamata “Statuario” per le molte statue e attirava ricercatori e artisti, alla fine del secolo fu il papato a svolgere scavi per collocare i reperti nel Museo Pio-Clementino.

Non è facile orientarsi nel labirinto di strutture, aiuta l’apposita piantina, inoltre i singoli ambienti sono descritti in sobri cartelli illustrativi; scalette e transenne in ferro completano la sistemazione.

La vista spazia dalle sostruzioni all’“edificio curvilineo”, dalla sala ottagona al giardino porticato, dalla sale della residenza alla grande esedra, fino alle terme con il calidario, tepidario, frigidario.

I servizi, tra cui cucine, fogne e latrine, erano posti nella “basis villae”, collegata alla parte residenziale e alle terme dal cosiddetto “edificio curvilineo”, sul quale sono fiorite le interpretazioni. Fu chiamato “teatro marittimo” per la somiglianza con quello di Tivoli, ma i reperti, tra cui mattoni bollati nelle fondazioni, lo fanno ritenere destinato inizialmente ai giochi dei gladiatori ma non utilizzato a questo scopo, bensì trasformato in un giardino coperto dagli imperatori della dinastia dei Severi venuti dopo Commodo.

Il sistema idrico e il Ninfeo, le Terme

Parlando di servizi vanno segnalate la grande cisterna e la cisterna mediana, poste a una certa distanza dal complesso. Facevano parte del sistema idrico che captava l’acqua dall’acquedotto dei Quintili le cui arcate si trovano sulla via Appia, e la distribuiva tra cisterne, Ninfeo e residenza.

E’ molto staccato dalla residenza il grande Ninfeo che all’epoca vi era collegato dai xysti, portici coperti: quello meridionale era di circa 300 metri e circoscrive il vastissimo giardino “a ippodromo”, questo nome ci fa tornare alla mente il grande spazio romano di Istanbul così definito.

Cerchiamo di ricostruire idealmente il Ninfeo, una “fontana monumentale” abbellita da gruppi di sculture e statue isolate, l’acqua zampillava nelle vasche tra marmi e mosaici. Un luogo così elegante e raffinato ebbe una sorte singolare: fu trasformato nel Medioevo addirittura in fortificazione, con ambienti soprastanti adibiti ad alloggi; alla fine del 1400 ospitò una lavanderia che utilizzava le vasche e i bacini serviti dal sistema idrico. Una parte del portico su cui c’era la terrazza è visibile tuttora, delle tre colonne all’ingresso ne è rimasta una.

Nel nostro progressivo avvicinamento alla parte residenziale l’ultima struttura è quella delle Terme, si trova sul retro in un’area ancora non completamente esplorata. La conformazione e relativa destinazione è tipica, l’abbiamo descritta nei particolari nella visita alle Terme di Caracalla. Del frigidarium restano due vasche per l’acqua fredda e due colonne riportate, almeno queste, in loco dopo impieghi decorativi altrove; del calidariunm sono visibili gli incassi delle tre caldaie di bronzo, che sono andate perdute, erano riscaldate dai praefurnia, il calore veniva anche dalle vetrate delle finestre esposte al sole; in mezzo a queste sale gli ambienti del tepidarium, riscaldati dalla circolazione di aria calda sotto il pavimento e in tubi posti nelle pareti, sembra che uno fosse a vapore acqueo e l’altro ad aria calda, due tipi di sauna dell’epoca romana, la sudatio e il laconicum. Gli ambienti recavano marmi di grande pregio e mosaici nelle pareti e nei pavimenti. Di particolare importanza quello a scacchi policromi diagonali di quattro colori con un riquadro nero e il mosaico con una tessera rosa al centro su sfondo bianco.

La zona residenziale della Villa

Ed eccoci nel cuore della Villa, c’è un grande spazio pavimentato dove un attore in severa tenuta nera recita testi intonati alla classicità, uno spettacolo sobrio nell’area meglio conservata, in alto le grandi arcate. Sembra fosse senza copertura anche in origine, adatto a una serie di utilizzazioni di rappresentanza, era la parte pubblica della Villa. E’ la zona più antica che risale ai Quintili, il censo e la posizione poneva loro molti obblighi di rappresentanza, viene datata agli inizi del II secolo dopo Cristo all’epoca del consolato . I vani di questo tipo sono posti su due piani, poi ci sono gli ambienti privati come il locale da letto (“cubiculum”) e la “latrina” con il piccolo bagno.

Vicino al giardino con il porticato c’è la “sala ottagona”, doveva essere sede di banchetti con i relativi triclini, viene chiamata “triclinio invernale”, circondata da altri ambienti.

Nel lato verso l’Appia Nuova ci sono i vani privati, mentre dall’altra parte la grande esedra, che con un portico si collegava all’ingresso dal lato dell’Appia Antica e rappresentava una sorta di “triclinio estivo”. .Interessante notare che l’esedra nel tempo perdette la sua funzione per essere trasformata in alloggi chiudendo gli intercolumni con dei divisori e realizzando dei piccoli vani.

Un corridoio collegava con il settore termale, in particolare il frigidarium , .in corrispondenza troviamo pavimenti in mosaici policromi a rombi, in ottimo stato di conservazione; in genere erano i marmi i materiali richiesti per le nuove costruzioni, oltre alle statue, invece i mosaici a tessere piccole venivano ignorati e così molti si sono salvati.

Un discorso a sé per i marmi dei pavimenti e rivestimenti tra la sezione residenziale e quella termale. Sono stati usati materiali pregiati provenienti da diverse parti del mondo, Grecia e Turchia, Algeria, Tunisia ed Egitto. Lavorazioni anche preziose ad opus sectile, l’intarsio marmoreo che era più costoso dei dipinti e potevano permetterselo soltanto i romani di censo elevato; una porzione di intonaco dipinto è pur essa rimasta in loco. Tra i marmi serpentino e porfido egizio; il verde, giallo e rosso antico; il pavonazzetto e il cipollino, l’alabastro e il fior di pesco; il granito e il palombino.

La visita alla grande cisterna circolare

La visita si sposta poi alla grande cisterna circolare, che ha una storia degna di essere raccontata, e la dice lunga sul nostro sterminato patrimonio culturale.. Fino a poco tempo fa un pastore la utilizzava per ripararvi le greggi, utilizzazione che si protraeva dal 1500, naturalmente dopo l’acquisto da parte dello Stato di Santa Maria Nova si è potuto sloggiare l’occupante. La cisterna ha forma rotonda con sei camere e tre aperture a forma di galleria, interessante la tecnica costruttiva dove si trova calcestruzzo e basalto, malta idraulica e il ben noto “cocciopesto” come rivestimento impermeabile di pareti e pavimento. Le tre grandi volte centrali hanno delle coperture spioventi, che risalgono al 1500; è successiva al 1750 l’incisione del veneto Piranesi che ritrae la pianta della cisterna con due viste frontali e ha dato il nome al sito chiamato anche “cisterna ‘Piranesi’”.

Naturalmente si resta all’esterno, ma si può salire su una struttura metallica dalla quale si domina la copertura della cisterna e si spazia con lo sguardo non solo sull’Appia Antica ma anche sui monti che fanno da corona all’agro romano, dal Terminillo al monte Gennaro, e soprattutto il monte Cavo nei Colli Albani al quale si attribuisce un valore speciale nella logistica archeologica, per così dire. Ricordiamo quando, all’apertura del Complesso Severiano al Foro Romano, l’architetto Meogrossi – è tra i progettisti del recupero della Villa citati da Roberto Cecchi e direttore tecnico del Colosseo – ci parlò di questo lontano orizzonte di carattere sacro al quale va traguardata l’archeologia romana.

Meogrossi è tra i protagonisti della giornata, con il commissario Cecchi e il sottosegretario Giro, restano tutti fino a sera, partecipano attivamente anche all’ultima illustrazione dei progetti per Santa Maria Nova sulla struttura sopra la grande cisterna circolare. L’immersione nella romanità è totale, oltre ad essersi calati nell’ambiente si sono condivisi i progetti. In questo pomeriggio la politica è stata bandita, anche le recriminazioni sull’insufficienza delle risorse sono sfumate.

Dopo che gli ultimi raggi del sole hanno indorato la Villa sullo sfondo, scendono le ombre. La visita si conclude, e così anche il racconto per un “venerdì di Archeorivista” difficile da dimenticare.

Galleria delle immagini

I pavimenti di Villa dei Quintili

La grande cisterna circolare

Intonaci e altri reperti nell’Antiquarium

Ph: Romano Maria Levante, tutte

1 Commento su Roma. Villa dei Quintili, aperti i nuovi scavi

  1. Interessante, molto interessante.
    Quanto tempo occorre per una visita della villa?
    grazie

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