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Roma, Villa di Livia: il giardino dipinto

giardino dipinto dalla villa di Livia a Roma

La decorazione delle domus di epoca romana

La pittura romana è una delle meglio tramandate nel panorama artistico antico. Gli artisti, come per la scultura, furono influenzati soprattutto dall’arte greca di cui imitarono i modelli e le tecniche. La grande conoscenza della pittura romana si deve principalmente alle ottime condizioni di preservazione delle città vesuviane (Pompei, Ercolano,Stabia, Cuma..). Durante le campagne di scavo in questi luoghi sono stati ritrovati una grandissima quantità di reperti pittorici, principalmente affreschi parietali, databili tra il II secolo a.C. e il 79 d.C.(data di eruzione del Vesuvio), facenti parte di quella che oggi chiamiamo pittura pompeiana.

La pittura di giardini, quasi sempre irreali, pare che derivi da modelli orientali infatti se ne possono trovare esempi nelle tombe della necropoli di Alessandria. Questo tipo di pitture non rappresentano paesaggi reali ma vedute immaginarie a volte anche sacrali. La pittura paesaggistica nasce quando nelle ville patrizie compaiono affreschi di mare, montagne, boschi e spazi liberi utilizzati per rendere la dimora una continuità del giardino circostante.

La superiorità della produzione artistica di Roma rispetto a quella dei piccoli centri della regione vesuviana è documentata dalla bellissima pittura parietale di un giardino unico reperto della villa ad gallinas albas (la villa delle galline bianche). La villa apparteneva a Livia, la moglie di Augusto, e si trovava oltre Prima Porta, sugli alti dirupi di tufo sovrastanti la via Flaminia. Non è sicuro che questa decorazione sia stata eseguita mentre Livia era ancora in vita (morirà nel 29 d.C.), anche perché non si è tenuto in considerazione il fatto che pitture molto simili se non identiche si potevano vedere negli sfondi di finte finestre in una sala, utilizzata per la musica o per le conferenze, che conosciamo come Auditorio di Mecenate (via Labicana a Roma).

I romani erano soliti affrescare le loro ville con soggetti riguardanti la natura. Questo tipo di paesaggio costituiva la spinta a viaggiare, a ritirarsi in campagna, in collina, sulle coste…in altri casi era semplicemente motivo di ammirazione per poeti e letterati.

La villa nel suo contesto di natura civilizzata, di elemento di raccordo tra materiale e spirituale.. è la sede privilegiata del locus amoenus (termine utilizzato per indicare un luogo piacevole) che anticamente era considerato l’ideale di paesaggio. Lucrezio nel De Rerum Natura parla della campagna come di un luogo di evasione dalla vita turbolenta delle grandi città. Nelle ville si attuava quell’ideale di vita perfetta, sede dell’otium, che portava beneficio alla mente e al corpo che era il centro del concetto di villeggiatura (prende il nome dall’andare in villa)

Catone nel De Agricoltura afferma che si andava in campagna per curare i propri interessi; mentre Varrone, nel De Rustica associa alle esigenze pratiche quelle di diletto.

La villa di Livia a Prima Porta

La villa romana si sviluppava in simbiosi con la natura circostante che veniva trasformata in paesaggio attraverso le viste sugli scorci o viste inventate su paesaggi idealizzati. Questi potevano essere costituiti da scene esotiche, vedute marine, immagini mitologiche.. Le piante sia affrescate sia utilizzate per abbellire i giardini esterni rappresentavano personificazioni divine, poteri magici, virtù, aspirazioni e sentimenti umani: ad esempio la palma era simbolo di vittoria presso i Greci e i Romani mentre per i Cristiani era il simbolo del premio eterno meritato con la virtù e il martirio; il sicomoro di cui gli Egizi utilizzavano il legno per fabbricare i sarcofagi le mummie dei Faraoni; il loto che ritroviamo spesso nell’iconografia simbolica dell’Induismo e del Buddismo; l’alloro, l’albero sacro ad Apollo, simboleggiava la sapienza e la gloria; il mirto, pianta sacra a Venere, simboleggiava l’amore e la poesia erotica; l’olivo era il simbolo della pace; l’edera della fedeltà e la quercia era simbolo di forza e resistenza fisica. L’acqua presente sia sottoforma di pozzo, fonte o cascata aveva connotazioni sia materiali che spirituali ed evocava lo scorrere ed il rinnovarsi della vita.

Roma, villa di Livia
La Villa di Livia

La villa in origine era una casa di campagna costruita per le classi sociali più agiate. Secondo Plinio il Vecchio vi erano due tipi di villa: la villa urbana, una residenza di campagna facilmente raggiungibile dalle città vicine per una notte o due, e la villa rustica, una residenza con mansioni di fattoria dove veniva prodotto il necessario al sostentamento. In genere era abitata dalla servitù che si occupava della proprietà ma veniva anche utilizzata stagionalmente dai proprietari.

Il giardino dipinto ad galinas albas

L’affresco della villa di Livia venne alla luce solo nel 1863 quando durante alcuni scavi venne scoperto un ninfeo sotterraneo con l’affresco (Il ninfeo era l’edificio sacro ad una Ninfa, generalmente era posto presso una fontana o una sorgente d’acqua; nella civiltà greco-romana con il termine “ninfeo” si indicavano dei “luoghi d’acque”: strutture con vasche e piante acquatiche presso i quali si poteva sostare, organizzare banchetti e oziare). La sala è un ipogeo (costruzione sotterranea spesso adibita a sepolcro) e misura 5,90 x 11,70 metri. Per raggiungere l’unica porta d’accesso si scendeva lungo una scalinata. Lungo le pareti non vi sono finestre anche se si ipotizza che nella sala esistesse un lucernario nella volta a botte. Probabilmente questo era un ambiente fresco dove ripararsi dal caldo.

Per dare l’impressione di trovarsi in una grotta, la parte alta della parete è stata adornata da stalattiti geometriche. L’intonaco era dipinto su una parete composta da tegole disposte su cinque file, distanti dal muro in modo da creare un’intercapedine che isolasse dall’umidità. A causa dei danni provocati della seconda guerra mondiale si decise di asportare gli affreschi nel 1951-1952 a cura dell’Istituto Centrale del Restauro, e di conservarli al Museo delle Terme (Museo Nazionale Romano, nella sede dell’epoca. Oggi si trovano invece nel vicino Palazzo Massimo). Nel 1982, dopo aver attenuto i fondi necessari, si è potuto ricominciare a scavare per riportare alla luce gli ambienti intorno all’atrio e del settore di rappresentanza. Negli anni successivi l’esplorazione fu estesa al grande complesso termale, che conserva parte della decorazione ad  affresco ed era dotato di un raffinato sistema di riscaldamento dell’acqua mediante una caldaia in metallo, foderata in piombo per garantire l’impermeabilizzazione ed il mantenimento del calore. 

Gli scavi e i restauri sono stati possibili grazie a varie forme di collaborazione, compreso il volontariato: le aree destinate a giardino sono state affidate con concessione di scavo ad una missione dell’Università svedese di Uppsala con la partecipazione dell’Istituto Svedese di Studi Classici a Roma, di alcuni gruppi e associazioni, come ad esempio il Rotary Club Roma Tevere, il Garden Club Giardino Romano, la Valore Liguria e la ditta Roberto Vannini che hanno sostenuto le spese per il restauro di alcune parti del complesso.

Nella Villa di Livia la mancanza di luce e aria dell’ambiente interrato contrastava con il soggetto pittorico che non ha riscontri: dietro sottili recinzioni si estende un grande e luminoso giardino raffigurato con grande dovizia di particolari. Tra il folto bosco troviamo tante varietà di specie vegetali e animali a grandezza naturale. L’affresco percorre tutte le pareti senza interruzioni, nemmeno agli spigoli. Non vi sono strutture architettoniche portanti (dette anche verticali) come le colonne o i pilastri (colonna il cui fusto non è circolare), ma sono raffigurate solo le strutture orizzontali che regolano la prospettiva del giardino: in primo piano c’è una staccionata di canne e rami di salice a cui si contrappone una balaustra marmorea in secondo piano.

 Tra questi due elementi si estende il giardino vero e proprio con alberi policromi, ricchi di fiori e frutta (possiamo facilmente individuare cerri, abeti, pini, cipressi, palme, melograni, meli cotogni, ciliegi di mare), cespugli (mirto, lauro, bosso, oleandro e il viburnum), uccellini (indimenticabile è l’immagine di uno zimbello che alza il becco come per cantare), e fiori di tutte le specie: iris, rose damascena, crisantemi, papaveri, fiorellini color lavanda tra cui spuntano anche l’edera e l’acanto.. Complessivamente si possono contare 23 specie vegetali e 69 specie avicole quindi si può affermare che l’affresco rappresenti una sorta di “catalogo” delle tipologie di piante che si potevano trovare in natura. La doppia recinzione(la staccionata di canne e i cespugli) ha il compito di definire illusionisticamente lo spazio verde, distogliendo lo sguardo dello spettatore dalle piante poste oltre la balaustra. La profondità spaziale è data sia dalla scalatura dei dettagli delle piante ma anche da una rarissima percezione dell’atmosfera dovuta alle variazioni di colore. Il colore di fondo è indefinibile: fino all’orizzonte è verde sfumato di azzurro mentre il cielo è turchese.

giardino dipinto dalla villa di Livia a Roma
Le pitture parietali del “giardino” della Villa di Livia, oggi esposte al Museo Nazionale di Palazzo Massimo, a Roma

Il giardino è organizzato con grande attenzione alla simmetria e riproducendo suggestioni spaziali che suggeriscono il movimento: es gli uccelli in volo e i rami con le cime piegate dal vento. L’area tra le due recinzioni è caratterizzata da un prato con pochi alberi posti a intervalli regolari. Al centro delle pareti sono disposti gli alberi più importanti che vengono affiancati da altri alberi in modo da generare una precisa composizione simmetrica. Si tratta di uno spazio concluso dove però la parete non è percepita, come se si trattasse di un padiglione di vetro circondato da un giardino reale. Dietro le sottili recinzioni si estende un bosco ricco di varie specie vegetali con uccelli che giocano tra i rami o volano nel cielo azzurro. La similarità e la cura dei dettagli però non inganni..non è un giardino che si può realmente trovare in natura perché ci sono anche piante che germogliano in periodi diversi dell’anno. Tra le specie vegetali la più frequente è l’alloro, la cui presenza rimanda alla leggendaria fondazione della villa (tramandata da Plinio, Svetonio e Cassio Dione).

Secondo questa leggenda ai tempi delle nozze di Livia con Augusto, un’aquila avrebbe fatto cadere sul ventre della donna una gallina bianca (simbolo di purezza e abbondanza) con un rametto di alloro (simbolo di potenza) nel becco. Consigliata dai saggi Livia allevò la gallina e i suoi pulcini e piantò il rametto dando origine ad un bosco nei pressi della villa, dal quale gli imperatori erano soliti cogliere i ramoscelli da stringere in mano durante le battaglie e da usare nei trionfi. L’evento venne anche giudicato come presagio di prosperità per la dinastia giulio-claudia. Svetonio ricorda che il bosco dipinto, proprio per la caratteristica di essere sempreverde, aveva una funzione protettiva. L’avvizzimento delle piante di alloro era interpretato come un cattivo presagio per la salute dell’imperatore, cosa che accadde alla morte di Nerone e la conseguente estinzione della dinastia di Augusto.

Gli esperti dubitano che questo giardino sia frutto di una concezione romana anche se non si hanno elementi sufficienti per stabilirne l’origine. Il giardino caratterizzato da elementi diversi, selezionati e recinti ma dall’aspetto selvaggio appartiene alla tradizione iranica e i Greci lo chiamavano ?????????? cioè paradiso.

Le pitture delle necropoli di Alessandria, in confronto con l’affresco della villa di Livia, appaiono assai più povere ad esempio a differenza del folto bosco ci mostrano una sola fila di alberi.

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