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Roma: visita al Titolo Equizio, sotto la Basilica dei Santi Silvestro e Martino ai Monti

Titolo Equizio ai santi Silvestro e Martino ai Monti. L’enigma del Titolo, il mistero del muro

Per i “venerdì di Archeorivista” siamo scesi sotto la cripta dell’antica Basilica dove all’enigma del doppio nome corrispondente ad uno o a due Titoli, si aggiunge il mistero dell’altra basilica costruita da papa Simmaco e scomparsa: la parte terminale del sito fatta a vestibolo porta a un muro, dietro il quale…

Siamo nel quartiere Monti, sul Colle Esquilino, in zona centrale non lontana da Santa Maria Maggiore, i cui sotterranei sono stati meta della nostra prima visita di cui abbiamo riferito la settimana scorsa.

E’ prossima a importanti ritrovamenti archeologici come la “Domus aurea” neroniana, le Terme di Traiano e di Tito. C’era anche il cosiddetto “lago di Orfeo”, resta la strada chiamata via de’ Selci corrispondente al clivo che conduceva alla Suburra, e il Vicus Sabuci del vicinissimo Colle Oppio lungo le mura della basilica. L’esterno mostra un basamento con grandi blocchi di tufo squadrati, in parte materiale di recupero delle Mura Serviane, sopra vi sono laterizi ad andamento ondulatorio, caratteristica delle costruzioni del IX secolo, misti a mattoni di recupero riutilizzati.

Titolo Equizio ai santi Silvestro e Martino ai Monti

Le origini della basilica dei santi Silvestro e Martino

La basilica è dedicata ai santi Silvestro e Martino, ma nella zona è nota più con il secondo nome, basilica di san Martino ai Monti, la memoria popolare sembra avere dimenticato san Silvestro, primo enigma che allontaniamo subito. Gli altri verranno sviscerati dalla dottoressa Adelaide Sicuro, l’archeologa guida stabile al gruppo di Info.roma.it, organizzatore di queste visite, al quale continuiamo ad aggregarci accolti sempre con grande cortesia. Nel suo sito si trovano le visite programmate con una breve ma essenziale descrizione, immagini e “istruzioni per l’uso”, il tutto esposto con precisione ed efficacia diremmo manageriale, e con appropriatezza culturale.

Per accedere ai sotterranei entriamo con il gruppo nella chiesa dalla larghissima navata centrale rispetto alle laterali molto strette, pensiamo perchè aggiunte in un secondo tempo. Sulla sinistra un grande affresco di fattura singolare con una lunga scritta che fa riferimento a “due concili, anni 324 e 325”, mentre doveva trattarsi di lavori preparatori a un concilio con un’indicazione fuorviante.

Non ci soffermiamo, siamo qui per l’archeologia, ed è uno dei siti cristiani più antichi, tra l’altro poco promosso e visitabile soltanto il sabato mattina, senza Info.roma.it www.info.roma.it non saremmo qui. Percorriamo la navata fino all’altare, quindi ci portiamo nella cripta al di sotto e, dopo aver attraversato una piccola porta sulla sinistra, scendiamo una ventina di ampi gradini di una sorta di cordonata: eccoci alla nostra meta, il Titolo Equizio.

La prima notazione è che l’ambiente è molto vasto, con pilastri quadrangolari rivestiti di mattoni, per ingrandirne la superficie e potervi dipingervi sopra degli affreschi, lo spiega l’archeologa.

Prima delle solite intriganti ipotesi sulla destinazione del sito nel tempo, i dati più affidabili sulla sua origine: doveva trattarsi di un locale messo a disposizione forse da un patrizio di nome Equizio, per le esigenze del culto cristiano primitivo che si svolgeva nelle sedi messe a disposizione dai fedeli; ciò perché, lo abbiamo visto per Santa Maria Maggiore, nel periodo pre-costantiniano non c’erano basiliche ma luoghi privati per riunirsi, dato che la trasmissione del messaggio era l’unica ragione degli incontri senza apparati rituali che richiedessero strutture e architetture particolari.

La credenza che vorrebbe convegni clandestini dei cristiani nei cunicoli sotterranei delle catacombe è del tutto improbabile, osserva l’archeologa; sarebbe stato impossibile trattenervisi essendo luoghi cimiteriali con le pareti piene di tombe; i riti venivano celebrati negli slarghi all’aperto e negli altri luoghi dove ci si poteva soffermare, né c’erano ragioni di clandestinità, a Roma i culti presenti erano ammessi, e tra loro quello cristiano era almeno tollerato. Tutto questo a parte le ondate persecutorie di Diocleziano tra la fine del III secolo e l’inizio del IV, e di Giuliano l’Apostata per fermare il dilagare del cristianesimo anche nell’esercito, motivate dal rifiuto di riconoscere l’autorità romana facendo atto di sottomissione e sacrifici all’imperatore. Siamo nella fase in cui Roma ha raggiunto un milione mezzo di abitanti, e c’è il divieto di seppellire i morti nell’area urbana per cui venivano inumati ai margini delle grandi strade consolari.

Come sempre avviene le destinazioni mutano nei secoli, qui va tenuto conto che siamo vicini alle Terme, quindi potrebbe essere stata un’area ad esse aggregata, oppure utilizzata come mercato o magazzino nella fase iniziale. Poi, tra la fine del III secolo e l’inizio del IV fu impiegata per le assemblee del cristianesimo delle origini, fino a quando si passò dalle sedi private alle basiliche pubbliche edificate sulle vestigia più antiche, finché divenne la basilica dei santi Silvestro e Martino.

Titolo Equizio ai santi Silvestro e Martino ai Monti

L’enigma dei Titoli sovrapposti

Torniamo alle sue origini, prima di esplorarne la consistenza attuale. Il primo che realizzò il Titolo, cioè la destinazione a culto nonostante fosse un luogo privato fu dunque Equizio, forse un patrizio. Poi fu riconosciuto da papa Silvestro con lo stesso nome del proprietario, “Titolus Equitii”.

Dalla solita fonte sulle vite dei Papi, il Liber Ponificalis, nella vita di tale papa si legge che fece una chiesa con un proprio Titolo nei pressi (“iuxta”) delle Terme di Diocleziano, nelle vicinanze della Fontana di Orfeo, di cui parla anche Marziale. Forse vi fu indotto dall’esistenza nella zona dei culti prima ricordati di Iside e Semiramide o della religione di Mitria; come per la “Basilica della Neve” a Santa Maria Maggiore che si vuole fosse contrapposta a Giunone Lucina per la fertilità e maternità così sarebbe avvenuto con il Titolo di Silvestro. Fu un riferimento importante per le comunità cristiane, tanto che vi si tennero due Sinodi nel 499 e 595; di qui forse l’equivoca iscrizione nell’affresco che abbiamo visto entrando nella navata di sinistra della Basilica. In questo luogo papa Silvestro avrebbe incontrato l’imperatore Costantino in nome della pace nel mondo.

Sono i due Sinodi a creare l’enigma del Titolo che da Equizio nel primo diventerà Silvestro nel secondo. Abbiamo detto che a proposito della vita di Silvestro si legge che costituì il Titolo intestato a se stesso, di qui questa nuova denominazione che fa pensare all’esistenza di due diversi Titoli. Potrebbe trattarsi del medesimo, uno dei 25 che vi erano a Roma, per le 14 regioni in cui era divisa, nelle aree più popolose come Trastevere c’erano 3 Titoli; quando la Chiesa si diede un’organizzazione stabile furono sostituiti nomi cristiani ai nomi patrizi preesistenti nei Titoli originari. Questi ultimi Titoli spesso è difficile rintracciarli, essendo legati strettamente alla proprietà privata senza che il riconoscimento pubblico assumesse particolari formalità. E’ probabile che papa Silvestro, mentre prima aveva recepito il Titolo Equizio originario, poi gli cambiasse nome dandogli il suo quando ci fu la cristianizzazione ufficiale dei siti privati.

Quasi non bastasse questo enigma dei due Titoli, con il papato di Simmaco del 498-514, e il Sinodo del 499, spunta il nome di Martino di Tours, aggiunto da papa Simmaco a Silvestro, nella basilica da lui fatta costruire, dei santi Silvestro e Martino, che corrisponderebbe all’originario Titolo Equizio. E’ il nome con cui, come abbiamo premesso, è generalmente nota nella zona. Qualcuno pensa che non di basilica si trattasse ma di due oratori dedicati ciascuno ad un santo. L’enigma si infittisce perché un secolo dopo, oltre ad Equizio scompare anche Martino che tornerà in seguito.

Superata la fase eroica del Cristianesimo con le ondate di persecuzioni, per creare santi non si attingerà più ai martiri, come era d’obbligo nella prima fase, ma ad altre benemerenze, come ha documentato con le espressioni artistiche che li hanno celebrati, la recente mostra romana di Palazzo Venezia “Il Potere e la Grazia”: così ai martiri saranno assimilati nella santità i confessori, poi verranno i monaci ed eremiti, vescovi ed evangelizzatori, fino ai cavalieri di Dio e ai sovrani regnanti. Pertanto non vi saranno più nei Titoli i nomi dei correligionari che all’inizio avevano messo a disposizione le proprie abitazioni, e saranno sostituiti dai santi di queste categorie.

All’enigma nominalistico, tutto sommato minore, si aggiunge poi un mistero intrigante. Abbiamo già detto che nel VI secolo papa Simmaco aggrega all’area considerata una cavea preesistente del III secolo e crea la basilica, o i due oratori da dedicare ai due santi, secondo la tendenza nel Cristianesimo ormai affermato di radicarsi con strutture stabili non più riferite a privati sostenitori.

Ma l’evoluzione prosegue incessante, papa Sergio II tra l’840 e l’847 “rifà dalle fondamenta la basilica di Silvestro e Martino” e del Titolo Equizio non c’è più traccia. Era una fase confusa in cui ci sono stati anche papi e antipapi per elezioni da parte di comunità dissenzienti, troviamo Lorenzo al Laterano e Simmaco a Santa Maria Maggiore, il primo più aperto, il secondo più rigido.

Ulteriori importanti lavori seguiranno nel XIII secolo, e forse si procederà all’aggiunta delle due navate laterali alla chiesa superiore, in cui si è notata la sproporzione tra la loro misura ridotta e la larghissima navata centrale, segno che non sono contemporanee ad essa ma di epoca successiva.

Se questo riguarda l’attuale basilica, dov’è finita quella costruita da Simmaco? Non ne resta traccia. Torneremo al termine sul mistero più intrigante emerso, perché viene rivelata una traccia da seguire.

I reperti del culto cristiano

Ci guardiamo intorno nella prima sala, che fa parte di un ambiente con tre navate e sei pilastri dalle pareti in laterizio. Non era sotterranea in quanto confinava con la strada. Ci sono le volte a crociera i cui archi in parte sono interrotti dai pilastri molto larghi nei quali in epoca successiva sono stati “affogati” i pilastri romani iniziali. Una parte dell’ambiente doveva essere un cortile aperto sovrastato da un’area chiusa. Si pensa a un’originaria destinazione commerciale.

Adelaide Sicuro distribuisce una piantina con 13 ripartizioni contrassegnate da lettere che arrivano alla P, il gruppo può seguire i vari passaggi e mutamenti successivi e orientarsi; sono evidenziate anche le diverse murature originarie del III secolo, realizzate a “tufelli” e “opus listatum”.

L’utilizzazione prima della costruzione della basilica deve essere stata intensa e continua, ci sono i soliti segni medioevali ai quali normalmente non viene prestata particolare attenzione, l’investigazione è rivolta molto più indietro nel tempo, si cerca di tornare alle origini.

E allora, dice l’archeologa, l’operazione fondamentale è individuare l’ingresso e il percorso cui si veniva indotti, anche perché di lì vengono indicazioni attendibili sull’utilizzazione. Così, partendo dall’ipotetica entrata e prendendo i giusti riferimenti, pilota il gruppo a un piccolo abside che reca aggiunte medioevali, ma di originari ci sono senza dubbio la nicchia e il mosaico. Qui sembra condurre l’itinerario al quale si è portati muovendosi dall’ingresso agli altri vani che si attraversano.

L’ambiente è aperto, l’opposto di un labirinto come quello dei sotterranei di Santa Maria Maggiore. Ma in un labirinto sembra di essere passati con i due nomi di Silvestro e Martino accavallati al Titolo originario di Equizio, in un’alternanza di apparizioni e sparizioni. Ora, inquadrata la loro successione nel tempo, si cerca di decifrare le tracce rimaste del culto cristiano, quelle che hanno orientato nella ricostruzione del percorso seguito all’interno dell’antico luogo di culto.

Ecco i resti appena visibili di un mosaico alla parete dove si intravede papa Simmaco ai piedi di san Silvestro, c’è l’aggiunta seicentesca di un altare e due angeli di stucco barocchi che sono lì a ricordarci le profonde trasformazioni che subiscono nel tempo questi luoghi, anche se è facile individuare le accessioni per riportare idealmente il luogo alla purezza delle origini, intesa in tutti i sensi. Sospesa a lato del piccolo altare un’antica bara in legno, con la scritta che è “una delle tre casse” di Giuseppe Maria Tommasi, gli si dedica solo un’occhiata, l’interesse è rivolto altrove.

Reperti interessanti si notano anche nel pavimento con parti a mosaico bianco e nero che risalgono molto più indietro nel tempo, forse agli inizi del III secolo, quando l’edificio era ancora per uso privato prima che fosse istituito il Titolo. Ma l’attenzione va al soffitto dove ci sono resti di pitture con Gesù, la Madonna e i Santi in uno stile che, dai colori e le forme, richiamano l’arte Bizantina. E soprattutto i resti di una Croce gemmata che, dice la dottoressa, era ben visibile fino a vent’anni fa, poi l’umidità l’ha quasi cancellata, ci indica le gemme rimaste che si intravedono con difficoltà.

Titolo Equizio ai santi Silvestro e Martino ai Monti, affresco

Cosa c’è dietro quel muro?

Non basta guardare, si deve approfondire e ragionare, confrontare e riflettere, fino a giungere a delle conclusioni da lasciare però aperte. E’ quello che fa il gruppo seguendo l’archeologa che anche questa volta riesce a coinvolgere tutti in un’avvincente investigazione collettiva.

E come in ogni giallo che si rispetti, il finale è imprevedibile perché all’enigma del Titolo si aggiunge un altro mistero, ben più intrigante perché non è nominalistico ma radicato nella realtà. Dalla minuziosa ricognizione sui locali seguendo la precisa planimetria, si trae l’impressione che il percorso più che a un ambiente concluso porti a un vestibolo, che doveva quindi introdurre a qualcosa d’altro. Cosa poteva essere questo altro? Un muro impedisce di saperlo, quel muro che si frappone alla soluzione del mistero. Non è da poco perché potrebbe esserci la Basilica di Simmaco (o i due oratori) che abbiamo visto essere praticamente sparita. E se fosse dietro quel muro?

L’archeologa Adelaide Sicuro lo scalfirebbe con le unghie, tale è l’ansia di conoscere cosa c’è al di là, il gruppo è preso dalla sua ansia. I dilemmi nominalistici sul Titolo Equizio sono lontani, il desiderio di esplorare ancora è forte, l’avevamo provato nei sotterranei di Santa Maria Maggiore dove l’intera area centrale non è stata investigata, gli scavi hanno riguardato solo le parti laterali.

Non si può avere tutto, ma in questo c’è il fascino dell’archeologia: in ciò che non si vede ma si può ricostruire; in ciò che non è stato ancora esplorato ma si potrebbe esplorare. Così il passato remoto diventa futuro.

(ph. da sito www.info.roma.it)

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