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Sacrifici umani in Grecia e Roma antiche

Sacrifici umani
Il sacrificio di Ifigenia. François Perrier ( 1590 – 1650 ). Museo delle belle arti di Digione.

I sacrifici umani nella Grecia e nella Roma antiche

Il sacrificio è una pratica rituale propria di molte civiltà, antiche e moderne. Secondo il nostro punto di vista e la nostra sensibilità culturale, tendiamo a considerare i sacrifici umani come un qualcosa di aberrante e mostruoso ma al contempo affascinante, da relegare, tuttavia, a civiltà arcaiche o arretrate e non civilizzate. Il ricorso, nell’orbita di determinati contesti e circostanze, all’uccisione di vittime umane, non suscitava nessun tipo di scandalo o giudizio moralistico, era assolutamente normale e faceva parte della prassi religiosa antica, sia romana sia soprattutto greca.

Riti e sacrifici legati alla guerra

Nel 226 ( o 228 ) a.C. Roma si trovava in una situazione di crisi, essendo minacciata dall’invasione di popolazioni galliche; dietro consultazione dei Libri sibillini vennero seppellite vive una coppia di Galli ed una di Greci nel Foro Boario ( o forse nel Foro romano ). Si scelsero i Galli perché erano i nemici del momento, ma la decisione di sacrificare persone greche non trova una spiegazione sicura; probabilmente il rito era di origine etrusca, e gli Etruschi avrebbero sacrificato sia nemici del nord ( Galli cisalpini ) sia del sud ( Greci campani ), oppure si scelsero queste rappresentanze perché Galli e Greci erano i nemici tradizionali della Roma repubblicana, e dunque le vittime sarebbero state identificate col nemico.

Lo stesso sacrificio fu ripetuto dopo la battaglia di Canne, nel 216, ancora con vittime greche e galliche, ma questa volta al fine di espiare la condotta impudica di alcune Vestali, che furono senza dubbio coinvolte nel supplizio.

Secondo Plutarco ( Marc. 3, 4 ) queste vittime erano sacrificate a certi geni bizzarri e stranieri, ma non sappiamo a quali divinità faccia riferimento.

La devotio è un’istituzione di cui Livio ( 8, 6, 9 ssg. ) parla a proposito del console Decio Mure, coinvolto in una guerra latina nella seconda metà del IV sec. a.C., e del suo omonimo nipote, coinvolto invece in una battaglia contro i Galli: ai due consoli un dio rivela che risulterà vittorioso colui che consacrerà agli Dei Mani e alla Terra se stesso e l’esercito nemico.

Il pontefice massimo ordina a Decio Mure di indossare la toga praetexta, coprirsi il capo ( secondo il costume dei sacrificanti romani ), poggiare il piede su una lancia e recitare una formula dettatagli dal pontefice stesso, che comprende un’invocazione ad una serie di divinità quali Giano ( che apre in genere le invocazioni rivolte a più divinità ), la triade Giove-Marte-Quirino, Bellona, i Lari, i Mani, la Tellus, e che si conclude con le parole votive legiones auxiliaque hostium mecum diis Manibus Tellurique devoveo.

Dopodiché Decio Mure, in costume sacrificale ( il cinctus Gabinus, che lasciava scoperte le braccia appunto per consentire movimenti delicati come l’uccisione della vittima ) monta a cavallo e si getta nella battaglia, dove la sua morte “ sacrificale ”, in virtù di questo voto, consente la vittoria dell’esercito romano.

Riti di purificazione

Un testo hittita riporta la descrizione di particolare rito di purificazione che si eseguiva dopo una sconfitta militare: si tagliavano in due un uomo, un capro, un cagnolino ed un piccolo maiale, si ponevano le metà dei corpi ad una distanza tale che le truppe potessero passare attraverso di essi, poi attraverso due fuochi, poi attraverso una porta, ed infine venivano bagnate con dell’acqua per essere purificate. Questo rito così singolare trova analogie presso numerose civiltà, dove veniva compiuto non solo dopo una disfatta militare, ma anche per evitare un pericolo, trovare scampo da malattie ed altre circostanze difficili. Erodoto ( 1 ) riferiva che il persiano Serse fece passare il proprio esercito tra le metà di un corpo umano, prima di marciare sull’Ellesponto.

Secondo il mito, inoltre, l’esercito vittorioso di Peleo, a Iolco ( in Tessaglia ), passò attraverso le metà del corpo di Astidamia, la moglie del re vinto Acasto.

È ben noto il rito del “ capro espiatorio ”, che secondo l’usanza ebraica documentata nell’Antico Testamento prevedeva, in occasione della festa autunnale dei “ Tabernacoli ” il sacrificio di un capro che assume su di sé tutte le iniquità e tutto il male di Israele accumulatosi durante un intero anno, e lo conduce lontano, nel deserto.

In Grecia, ad Atene, un rito molto simile prevedeva il sacrificio di vittime umane vere e proprie: nel corso della celebrazione della festa Thargelia in onore di Artemide ed Apollo, che cadeva il 6 ed il 7 del penultimo mese dell’anno attico, due persone, cosiddette pharmakoí ( phàrmakon significa “ medicina ” ), scelte tra la classe più bassa e certamente non cittadini, venivano espulse dalla città dopo essere state nutrite a spese pubbliche per un certo periodo.

Mentre per Atene non si ha nessuna notizia circa l’uccisione di tali “ vittime ”, i pharmakoí erano uccisi a Massilia ( attuale Marsiglia ), dove il rito si celebrava in concomitanza di epidemie, e la vittima era volontaria, forse attratta dalla possibilità di nutrirsi a spese non proprie, e ad Abdera, dove invece una persona appositamente comperata veniva lapidata ( uccisa a distanza così da non dover toccare l’uomo impuro ) a nome di tutta la collettività.

Tutto ciò mostra molto chiaramente come uccisioni rituali non sacrificali e sacrifici umani veri e propri non fossero separati così nettamente come si potrebbe pensare.

Nel mondo romano i giochi gladiatori sarebbero stati introdotti per sostituire uccisioni di persone importanti ai funerali. Plinio ( 2 ) scrive che esisteva ancora l’usanza di bere il sangue caldo dei gladiatori morti perché efficace contro l’epilessia.

Alcuni sacrifici legati a Dioniso e Artemide

Il mondo greco presenta una singolare discrepanza tra il numero di sacrifici umani raccontati dai miti ( basti pensare ad Ifigenia, destinata ad essere sacrificata ad Artemide, e Meneceo, il figlio di Creonte che nella tragedia euripidea Le Fenicie si sacrifica, dietro predizione dell’oracolo, per salvare la città di Tebe ) ed il numero di sacrifici umani davvero praticati.

Il proverbiale “ sofisma dei Tessali ” consisteva in un’ecatombe umana che era continuamente rimandata di anno in anno.

A Tenedo ( in Turchia ) l’epiteto di Dioniso era Anthroporraistes, vale a dire “ sbranatore di uomini ”, anche se le sue vittime erano una mucca ed il suo vitello, ma trattati come se fossero vittime umane anziché animali, tanto che il vitellino aveva i coturni del dio.

Dioniso era anche venerato come Omadios, cioè “ amante della carne cruda ”, e Omestes“ mangiatore di carne cruda ”, e a quest’ultimo vennero sacrificati i tre nobili prigionieri persiani di Temistocle; secondo la versione mitica, inoltre, il dio stesso fu sbranato e divorato dai Titani.

Nel Minos pseudo-platonico si racconta che il discendente di Atama, se metteva piede nel pritaneo, doveva essere sacrificato a Zeus Laphystios ( “ divoratore ” ).

I riti che avevano luogo in Arcadia in onore di Zeus Liceo implicavano sacrifici, dal carattere cannibalesco, di bambini.

A Sparta c’era il rito della flagellazione, per il quale dei fanciulli venivano violentemente frustati dinanzi il simulacro ( xoanon ) di Artemide Orthia; tale rito sarebbe stato mitigato da Licurgo proprio per sostituire la pratica originaria che prevedeva sacrifici umani.

Note

  • 1 – Storie 7, 39 ssg.
  • 2 – 28, 4.

Bibliografia

  • A. Brelich, Presupposti del sacrificio umano, A. Alessandri ( a cura di ) Editori Riuniti University Press, 2011.

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