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Sallustio: Bellum Iugurtinum

Bellum Iugurtinum, la Guerra giugurtina

Bellum Iugurtinum, la Guerra giugurtina

La seconda monografia sallustiana, in 94 capitoli, è di poco successiva alla prima (fra il 43 e il 40 a.C.), ma affronta un argomento precedente nel tempo: la guerra di Roma contro Giugurta, re di Numidia, svoltasi fra il 111 e il 105 a.C. All’interno dell’opera viene inserita una digressione etnografica sull’Africa (capitoli XVII-XIX), che risulta essere piuttosto deludente. Antonio La Penna ha dichiarato che da un personaggio che in qualità di governatore aveva abitato quei luoghi ci si sarebbe aspettato qualcosa di più. Ma era consuetudine degli storici antichi trarre informazioni dalle opere già scritte e disponibili, così lo stesso Sallustio afferma nel capitolo XVII paragrafo 7 di essersi rifatto ai Libri Punici di Iempsale, che si fece tradurre dagli originali, nonchè alle Historie di Sisenna, ai Commentari di Scauro e Silla e a tutta la documentazione ufficiale prodotta in ambito senatorio. Inoltre, la descrizione degli stranieri e dei loro usi e costumi non è affatto rilevante in Sallustio, nella sua opera non si coglie quel senso di curiositas presente invece in Cesare e poi in Tacito.

Nel capitolo V dell’opera, l’autore inserisce una digressione storica sulle cause della guerra e sui risvolti che essa ebbe a Roma.

La Numidia occupava la parte orientale dell’attuale territorio magrebino e verso la fine del III secolo a.C. era divisa in due regni: ad est quello di Massinissa, figlio di Gaia e ad ovest il regno di Siface. Fra i due sovrani ci furono contese che si risolsero a favore di Massinissa alleato dei Romani, ai quali consegnò Siface. In questo modo Massinissa ebbe una certa concessione di libertà nell’esercizio del potere sulle conquiste africane dei Romani. Alla morte di quest’ultimo, il regno fu diviso fra i suoi figli: Mastanabale, Gulussa e Micipsa e Giugurta, nipote di Micipsa, fu associato al trono accanto ai due figli dello zio. Appena morì Micipsa, Giugurta fece uccidere il cugino Iempsale e infine anche l’altro cugino Aderbale , che aveva chiesto l’intervento di Roma. Questi soprusi dinastici causarono la guerra in Numidia.

A Sallustio, più che lo scontro in sè per sè, interessa mettere in evidenza la discordia che si era venuta a creare fra le fazioni romane: da una parte i senatori vedevano nella guerra un inutile spreco di energie, dall’altra i populares rinfacciavano al senato la scarsa fermezza nei confronti di Giugurta e, nello stesso tempo, cercavano di minare le fondamenta dello stato; inoltre gli equites cercavano di fare propaganda a favore dello scontro, perchè vedevano nella guerra un’occasione di guadagno e sfruttamento.

Al centro del racconto di Sallustio si trova sempre e comunque Roma, con le sue lotte intestine e le sue fazioni politiche. Già nella prima monografia, ma ancora di più in questa seconda opera storiografica, Sallustio inserisce il concetto del Metus Hostilis, cioè la paura del nemico, di un qualcosa di esterno che tiene gli animi occupati e rivolti a cercare la salvezza dello stato. A detta dello storico, già da molto tempo a Roma non esiste più questa sensazione e precisamente dalla distruzione di Cartagine, alla fine dell’ultima guerra punica (149-146 a.C.). Dopo la fine delle guerre puniche, Roma non era più sottoposta a difendersi da possibili attacchi da parte della sua eterna e potente rivale e così cominciarono i veri e propri problemi interni allo stato, la crisi del mos maiorum e la divisione in varie fazioni. L’ulteriore espansionismo della città peggiorò, infine, la situazione, portando alla crisi della res publica e alle lotte intestine. Sallustio, dunque, attribuisce la colpa della situazione vigente a Roma proprio al suo imperialismo.

Il vero e proprio protagonista dell’opera è Gaio Mario, sebbene compaia sulla scena in un punto piuttosto avanzato della vicenda. A Mario l’autore mette in bocca il suo pensiero nella celebre orazione del capitolo LXXXV: Mario convince la plebe ad arruolarsi nell’esercito proclamando che la libertà dal dominio dell’oligarchia consiste, per tutti i cittadini, nel dimostrare il proprio talento e la propria gloria; si afferma così un ideale aristocratico non più per nascita, ma per valore personale. Per Sallustio la soluzione della crisi della res publica consiste in una rigenerazione morale della classe dirigente. Tuttavia non mancano anche giudizi negativi su Mario, dovuti alla conoscenza dei fatti storici successivi. Soprattuto egli gli rinfaccia il fatto di aver arruolato fra le file dell’esercito dei nullatenenti, feccia sociale secondo l’ottica dell’autore; inoltre non condivide la sua ambizione politica.

Giugurta è invece descritto come un despota, ma la corruzione ha cominciato a dilagare in lui dal momento in cui è entrato in contatto con la classe dirigente romana.

Argomento dei capitoli

Capitoli I-IV

l’autore sottolinea l’importanza della storiografia, soprattutto in una fase di decadenza morale.

Capitoli V-XVI

narrazione degli eventi politici in Numidia prima dello scoppio della guerra contro Roma.

Capitoli XVII-XIX

digressione etnografica sull’Africa.

Capitoli XX-XL

prima fase della guerra condotta in modo poco ortodosso dagli esponenti della nobilitas romana che Giugurta aveva corrotto.

Capitoli XLI-XLII

excursus riguardante le fazioni politiche romane.

Capitoli XLIII-LXXVI

seconda fase del conflitto. Il comando viene affidato al console Metello e poi a Mario, uno dei suoi luogotenenti. I Romani vincono in vari scontri e, una volta che Mario torna a Roma, ottiene il consolato e la conduzione della guerra.

Capitoli LXXVII-LXXIX

digressione sulla città di Leptis.

Capitoli LXXX-CXIV

ultima fase del conflitto. Mario combatte contro Giugurta e Bocco, re della Mauretania. Silla, all’epoca questore, arriva da Roma e convince Bocco a tradire l’alleato, così Giugurta viene catturato e consegnato a Mario, che viene nuovamente eletto console nel 104 a.C. e celebra il suo trionfo.

Bibliografia on line

  • Gaio Crispo Sallustio
  • Sallustio: il genere monografico

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