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Sant’ Ignazio di Antiochia

So che il vescovo ha conseguito il ministero
per servire la comunità non per sé, per gli uomini e per vanagloria,
ma nell’amore di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo.
Di lui mi ha colpito l’equità; il suo silenzio
ha più forza di quelli che dicono cose vane.
Egli è armonizzato ai comandamenti,
come la cetra alle corde. Perciò la mia anima
beatifica lo spirito di lui rivolto a Dio
conoscendo che è virtuoso e perfetto,
la sua costanza e la sua calma in tutta la bontà del Dio vivente. (1.1.1.2)
Fratelli miei, ho grande amore per voi
e giulivo cerco di rafforzarvi. Non io ma Gesù Cristo,
nel quale incatenato ho ancora molto timore,
perché sono ancora imperfetto. Ma la vostra preghiera in Dio
mi perfezionerà per raggiungere misericordiosamente l’eredità,
rifugiandomi nel vangelo come nella carne di Gesù e negli apostoli,
come nel presbiterato della Chiesa.
Amiamo i profeti
perché anch’essi annunziarono il vangelo
e sperarono in lui e lo attesero, e credendo in lui
furono salvi. Essi uniti a Gesù Cristo,
santi degni di amore e di ammirazione,
hanno ricevuto la testimonianza di Gesù Cristo
e sono stati annoverati
nel vangelo della comune speranza. (1.1.1.6)

(Dalla Lettera ai cristiani di Filadelfia)

Vita di Sant’ Ignazio di Antiochia

Preziose notizie sulla sua figura vengono riportate da Eusebio, nella Historia Ecclesiastica: lo storico, infatti, riferisce del viaggio condotto da Ignazio a partire dalla città antiochena sino a Roma, dove andò incontro al martirio. Non si hanno informazioni dettagliate sulla vita di questo testimone di Cristo, se non per l’ultima fase, quella immediatamente precedente la morte: si sa che durante il trasferimento nella capitale romana, Ignazio, nella sua incessante e inesausta sollecitudine per le anime dei fedeli, scrisse sette lettere, precisamente quattro dalla città di Smirne, indirizzate alle chiese di Efeso, Magnesia, Tralli e Roma, e tre dalla città di Troade, indirizzate alle chiese di Filadelfia e di Smirne, nonché al vescovo Policarpo.

Si può veramente dire che questi scritti siano espressione più che eloquente intorno alla statura morale e spirituale del loro autore: anche se si conosce molto poco della biografia antecedente di Ignazio, accostando le sue epistole si percepisce immediatamente l’ardore e lo zelo con il quale egli condusse la sua vita di fede nel servizio pastorale alle comunità affidategli, sino a sacrificare la propria vita pur di restare fedele al suo unico Maestro e Signore.

Insigne esponente del gruppo dei cosiddetti Padri apostolici, ossia di quegli autori cristiani maggiormente vicini, per epoca e sensibilità, alle primitive comunità di fedeli, guidate dagli stessi Apostoli, Ignazio rifulge nelle sue lettere per un intenso amore alla Chiesa e per una strenua esortazione all’unità. “Vi prego di essere solleciti a compiere ogni cosa nella concordia di Dio e dei presbiteri”, dice Ignazio rivolgendosi ai cristiani di Magnesia, e analoga raccomandazione si riscontra in tutte le epistole: “Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate” (lettera agli Efesini) e, ancora, “È necessario, come già fate, non operare nulla senza il vescovo, ma sottomettervi anche ai presbiteri come agli apostoli di Gesù Cristo speranza nostra, e in lui vivendo ci ritroveremo” (lettera ai cristiani di Tralle); “State col vescovo perché anche Dio stia con voi” (lettera a Policarpo).

Tutto ciò in quanto, sottolinea Ignazio, “il vescovo ha conseguito il ministero per servire la comunità non per sé, per gli uomini e per vanagloria, ma nell’amore di Dio Padre e del Signore Gesù Cristo” (lettera ai Filadelfiesi) e, di conseguenza, chi vuole essere in unione con Cristo, deve restare unito al proprio vescovo e ai presbiteri suoi collaboratori, ad imitazione dello stesso Gesù, che non ha voluto compiere nulla al di fuori della volontà del Padre e senza l’aiuto degli Apostoli che Egli stesso si è scelti. Forte e accorato è l’appello di Ignazio a fuggire le dottrine vane e perverse e a conservarsi fedeli al Vangelo di Cristo; con parole suggestive egli osserva: “Ho ascoltato alcuni che dicevano: se non lo trovo negli archivi, nel vangelo io non credo. Io risposi loro che sta scritto, ed essi di rimando che questo è da provare. Per me l’archivio è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua morte e resurrezione e la fede che viene da lui, in questo voglio per la vostra preghiera essere giustificato” (lettera ai Filadelfiesi).

Il pensiero di Sant’ Ignazio di Antiochia

L’appello all’unità trova il suo compimento nell’amore, che i veri discepoli di Cristo devono portare ai loro fratelli, edificandoli con la parola e con l’esempio: “Per gli altri uomini «pregate senza interruzione». In loro vi è speranza di conversione perché trovino Dio. Lasciate che imparino dalla vostre opere. Davanti alla loro ira siate miti; alla loro megalomania siate umili, alle loro bestemmie (opponete) le vostre preghiere; al loro errore «siate saldi nelle fede»; alla loro ferocia siate pacifici, non cercando di imitarli. Nella bontà troviamoci loro fratelli, cercando di essere imitatori del Signore. Chi ha sofferto di più l’ingiustizia? Chi ha avuto più privazioni? Chi più disprezzato? Non si trovi tra voi nessun’erba del diavolo, ma con ogni purezza e temperanza rimanete in Gesù Cristo con la carne e con lo spirito” (lettera agli Efesini). L’osservanza del precetto della carità, inoltre, è garanzia di credibilità della fede professata anche agli occhi di quanti non la condividono o non l’hanno ancora conosciuta: “Nessuno ce l’abbia contro il prossimo.

Non date motivo ai pagani che per pochi sconsiderati sia bestemmiata la moltitudine di Dio” (lettera ai cristiani di Tralle); “Gettate via il cattivo fermento, vecchio ed acido e trasformatevi in un lievito nuovo che è Gesù Cristo. In lui prendete il sale perchè nessuno di voi si corrompa in quanto dall’odore sarete giudicati” (lettera ai cristiani di Magnesia); “Nessuno che professi la fede pecca, nessuno che abbia la carità odia. L’albero si conosce dal suo frutto. Così coloro che si professano di appartenere a Cristo saranno riconosciuti da quello che operano […]. È meglio tacere ed essere, che dire e non essere. È bello insegnare se chi parla opera. Uno solo è il maestro e ha detto e ha fatto e ciò che tacendo ha fatto è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può avvertire anche il suo silenzio per essere perfetto, per compiere le cose di cui parla o di essere conosciuto per le cose che tace” (lettera agli Efesini).

La fedeltà al Vangelo deve rendere il credente disposto a qualsiasi sacrificio. “Il cristiano – rimarca Ignazio – non vive per sé, ma è a servizio di Dio” (lettera a Policarpo). E chi più del santo vescovo di Antiochia ha vissuto queste parole? Impressionanti sono gli accenti con cui, nella lettera ai Romani, definisce se stesso “frumento di Dio e macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo” e giunge a raccomandare di non salvarlo dall’assalto delle belve: “Nulla mi gioverebbero le lusinghe del mondo e tutti i regni di questo secolo. È bello per me morire in Gesù Cristo più che regnare sino ai confini della terra. Cerco quello che è morto per noi; voglio quello che è risorto per noi.

Il mio rinascere è vicino […]. Lasciate che riceva la luce pura; là giunto sarò uomo. 3. Lasciate che io sia imitatore della passione del mio Dio”. Parole che risuonano quale severo monito alla coscienza dei cristiani di ogni tempo, specialmente di coloro che la ricerca delle sicurezze terrene ha distolto dalla consapevolezza che tutto, nella vita, è destinato a passare, tranne i frutti dell’amore che avremo donati e che costituiranno il nostro premio per l’eternità. Quanti vivono secondo la novità del Vangelo di Gesù Cristo, “sono arrivati alla nuova speranza e non osservano più il sabato, ma vivono secondo la domenica, in cui è sorta la nostra vita per mezzo di Lui e della sua morte che alcuni negano” (lettera ai cristiani di Magnesia).

Come efficacemente rilevato da papa Benedetto XVI in una sua catechesi (http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/audiences/2007/documents/hf_ben-xvi_aud_20070314_it.html), nell’esperienza spirituale di Ignazio confluiscono “due «correnti» spirituali: quella di Paolo, tutta tesa all’unione con Cristo, e quella di Giovanni, concentrata sulla vita in Lui”. In conseguenza di ciò, dice il Pontefice “l’irresistibile tensione di Ignazio verso l’unione con Cristo fonda una vera e propria «mistica dell’unità»” : unità fra le tre Persone divine, unità dei fedeli tra di loro e con i loro pastori, in una “sinfonia” di ruoli reciprocamente utili per l’edificazione dell’unica Chiesa.

Si tratta di un messaggio quanto mai profetico alla luce non solo del particolare contesto storico nel quale Ignazio visse ed operò – i primi secoli dell’era cristiana, infatti, furono quando mai caratterizzati dal rischio della frantumazione dell’unica fede in tante correnti e derive sovente eterodosse -, ma anche di quello attuale, in cui l’uomo contemporaneo vive il rischio della disgregazione e della dispersione di sé: l’unione con Cristo, intesa come vita con Lui e per Lui, ci dice Ignazio, è garanzia di vera felicità e compiuta realizzazione della propria autentica vocazione. “Cercate di tenervi ben saldi nei precetti del Signore e degli apostoli perchè vi riesca bene tutto quanto fate nella carne e nello spirito, nella fede e nella carità, nel Figlio, nel Padre e nello Spirito” (lettera ai cristiani di Magnesia).

Approfondimenti

Per approfondimenti sul profilo di sant’Ignazio e utili indicazioni bibliografiche si veda il link http://www.santiebeati.it/dettaglio/24900

All’indirizzo http://www.documentacatholicaomnia.eu/20_30_0030-0100-_Ignatius_Antiochensis,_Sanctus.html è possibile reperire e leggere numerose opere dell’autore, sia in lingua originale sia in traduzione.

Il sito http://www.monasterovirtuale.it/home/patristica.html mette, infine, a disposizione uno straordinario repertorio bio-bibliografico sui Padri e sui Dottori della Chiesa, nonchè sui scrittori dei primi secoli dell’era cristiana.

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