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Sarsina: storia e topografia

Sarsina: storia e topografia

Storia e topografia di Sarsina (Fo)

Due anni dopo la fondazione di Rimini, nel 266 a. C., i Romani, dopo due impegnative campagne militari, assoggettarono gli abitanti di Sarsina e della valle del Savio, conosciuti con il nome di Sapinates. La città passò e rimase nella condizione di città federata mantenendo così una certa autonomia e poiché città federata non ricevette coloni. I Sapinates appartenevano al mondo culturale umbro, tanto che in età augustea il loro territorio, insieme con il vicino centro di Mevaniola, nella valle del Bidente, fu assegnato alla regione VI istituita da Augusto per comprendervi principalmente l’Umbria ma anche le regioni costiere tra l’Esino e il Conca. Sarsina è ricordata dalle fonti tra i centri della regione VI noti per i prodotti dell’industria casearia, ma soprattutto per aver dato i natali al poeta comico Tito Maccio Plauto.

La floridezza economica è resa evidente nel tempo dai grandi monumenti sepolcrali di età augustea, dal santuario di Cesio Sabino, eretto sul finire del I sec. d. C., e infine dal sacrario delle divinità orientali. La comunità della valle del Savio sfuggì a lungo la crisi agricola della pianura cispadana, ma con il tempo non poté non essere interessata da un periodo di decadenza e di stasi insediativa.

La topografia

Per l’impianto urbanistico, la città romana è soltanto lo sviluppo e la continuazione del precedente abitato umbro. Il terrazzo prospiciente il fiume forma un sistema con il colle di Calbano che si eleva immediatamente a ovest. Il complesso città-colle è limitato, a nord e a sud, da due affluenti del Savio. Base del piano urbanistico fu il reticolo viario, formato da assi quasi tutti rettilinei che s’incrociavano ortogonalmente, attestato da resti di selciato e marciapiedi o suggerito dal tracciato di grandi condotti fognari in lastre di arenaria.

A Sarsina, nel corso del secondo venticinquennio del I sec. a. C., fu costruita la cinta muraria per volere dei massimi magistrati del municipio. Le iscrizioni che menzionano la costruzione di un murus e la presenza di turres e portae con valve, sono tutte all’incirca contemporanee, segno che si dovette trattare di un’opera di un certo impegno, progettata con un unico piano d’insieme. Alcune porzioni della cinta muraria d’età romana sopravvivono ancora lungo il lato orientale della città, sotto la cortina muraria medievale, mentre il probabile basamento di una torre si trova sotto alla così detta “Casa di Plauto”. Nell’edificio, sebbene ampiamente rimaneggiato in età medievale, sono, infatti, ancora ben leggibili le fondazioni di una torre con cortina muraria di oltre un metro di spessore.

La piazza del foro era situata all’incirca al centro dell’abitato, e sembra avesse avuto una sistemazione a gradoni, seguendo l’andamento del terreno. Almeno due sono i livelli pavimentali venuti alla luce: un primo, in lastre di arenaria, di età repubblicana; il secondo livello, in lastre di marmo di Verona accuratamente squadrate e disposte con grande regolarità, si data alla metà del I sec. d. C. L’impianto originario del foro doveva essere quindi d’età repubblicana e ciò è testimoniato anche dall’uso del tufo grigio per il colonnato.

Intorno al foro gravitarono i più importanti edifici pubblici, civili e religiosi della città, mentre le abitazioni si distribuirono nei vari isolati. La basilica e la curia sorgevano forse nell’angolo nord-orientale, ma le tracce rinvenute sono solo indiziarie. Anche se non prospiciente il foro va ricordato un impianto termale che ha avuto una vita lunghissima, dall’età repubblicana al tardo impero ed è più volte ampliato.

Un rinnovamento della veste pubblica della città, da collocarsi tra la fine del I sec. e gli inizi del II d. C., è confermato da svariate epigrafi con dediche a Nerva e Traiano, connesse a monumenti onorari eretti a favore della famiglia imperiale in un momento in cui l’ambiente locale doveva avere una particolare vivacità culturale ed economica.

Scavi recenti hanno messo in luce i resti di una basilica paleocristiana sovrapposta a un edificio più antico di cui è visibile la fondazione dell’esedra di fondo, mentre a sud è visibile quella laterale, cui è logico supporre analoga esedra simmetrica a nord, mentre la fronte dell’edificio, ornata probabilmente da colonne, doveva guardare sul lato orientale del foro. A questo complesso appartengono le basi di statue in calcare rosso veronese dedicate da Cesio Sabino, personaggio sarsinate dell’epoca dei Flavi.

Un’altra testimonianza è offerta da un gruppo di sculture, pertinenti a un santuario, in cui vi si riconoscono Attis e una Magna Mater nelle due statue sedute. Inizialmente si pensava vi fosse raffigurato tra le statue anche il dio Anubis, in base all’inserimento del volto di un cane suggerito dal restauro, ma si tratta con più probabilità della dea Iside, ipotizzabile in base all’iconografia delle vesti della statua e alla presenza della situla. Ciò non esclude comunque la presenza del dio Anubis; dal complesso sacro verrebbe però escluso il dio Mitra, spesso ipotizzato ma mai identificato con certezza. Le statue sono tutte in marmo greco e sono state restaurate da piccolissimi frammenti.

Spiccano poi due complessi dai cui resti strutturali messi in luce, si evidenzia la tradizionale tipologia della domus italica, incentrata sulla presenza di un atrio con pozzo. In altri settori della città sorsero abitazioni d’impianto generalmente più modesto, alle volte accompagnate o affiancate da strutture artigianali, documentate da vasche, forni e fornaci; tali attività a probabile conduzione familiare, insieme con altri esercizi di tipo commerciale, dovevano integrare efficacemente l’economia locale, tradizionalmente legata a un’attività di tipo pastorale.

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