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Sibilla

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Sibilla

Quella della Sibilla è una figura tragica, nata sotto il segno di una condanna. Con tale nome, di etimologia incerta, erano indicate le sacerdotesse dedite al culto di Apollo, che possedevano la facoltà di profetare ed interpretare gli oracoli del dio.

Il numero e il luogo in cui tali profetesse risiedevano varia a seconda dei diversi autori; secondo alcune fonti, esse erano complessivamente quattro; Platone ne menziona una sola. Varrone, nel I sec. a.C., ne censì dieci ( 1 ):

  • Delfica
  • Persiana
  • Eritrea
  • Ellespontica
  • Frigia
  • Cimmeria o Italica
  • Libica
  • Samia
  • Tiburtina
  • Cumana

Al catalogo varroniano, ritenuto il più accreditato e ripreso poi anche da Lattanzio ( 2 ), nel tardo Medio Evo vennero aggiunte Europa ed Agrippa; sommando tra loro le varie tradizioni se ne possono contare fino a diciassette.

Tre erano localizzate in Italia: la Cimmeria, la Tiburtina e la Cumana, la più celebre tra tutte, alla quale le si attribuivano diversi nomi tra i quali Deifobe ( nell’Eneide virgiliana ), Amaltea, Erofile ( << cara a Era >> ), Demofile. La Sibilla Cumana era considerata la più antica ed identificata coll’Eritrea ( la quale si sarebbe trasferita in Italia dall’Asia Minore ), secondo la tradizione figlia di Dardano e Neso, o figlia, o sorella, o moglie di Apollo, o ancora figlia di Poseidone e Lamia ( 3 ).


”Non sono una dea – disse – , e non credermi un essere umano degno dell’onore del sacro incenso, e per non sbagliare, ignorando i fatti, sappi che mi sarebbe stata data una vita eterna e che mai avrebbe avuto fine, se la mia verginità fosse stata accessibile a Febo innamorato. Mentre questi spera di ottenerla, mentre desidera corrompermi con i doni, dice ”Fanciulla di Cuma, scegli ciò che desideri: verrai in possesso di ciò che desideri”. Io raccolsi e mostrai un mucchio di polvere: quanti granelli aveva quella polvere, altrettanti natali, io, sciocca, chiesi che mi toccassero in sorte; mi sfuggì di chiedere gli anni giovanili fino alla fine. Tuttavia, quello me li avrebbe concessi insieme alla giovinezza eterna, se avessi accettato il suo amore: ma, avendo disprezzato il dono di Febo, rimango senza nozze; ormai l’età più bella è fuggita e si avanza col suo passo tremolante la triste vecchiaia da tollerare a lungo; infatti, tu vedi che ho trascorso sette secoli: resta, per uguagliare il numero dei granelli di polvere, di assistere a trecento mietiture e a trecento vendemmie. Verrà il tempo in cui la lunga vita mi farà piccola da un corpo così grande e le membra consumate dalla vecchiaia si ridurranno a un peso minimo e non sembrerà possibile che io sia stata amata né che io sia piaciuta a un dio; forse anche Febo stesso o non mi riconoscerà o negherà di avermi amata: a tal punto si dirà che sono mutata e invisibile a tutti; sarò riconosciuta tuttavia dalla voce, quella voce che i fati mi lasceranno”.

Ovidio, Metamorfosi, vv. 130 – 153.

Mito della Sibilla

La vicenda di Sibilla ha origine da un atto di ribellione al volere di Apollo, come racconta Ovidio ( Metamorfosi IX, 130 ssg. ) per bocca della stessa Sibilla Cumana: ella, amata da Apollo che si era invaghito di lei, chiese al dio di ottenere, in cambio dell’amore, tanti anni di vita quanti erano i granelli di sabbia che riusciva a tenere in mano, ma si dimenticò di chiedere anche una continua giovinezza.

Le vennero concessi il dono e la maledizione di una straordinaria longevità ( sette secoli già vissuti, ed altri tre ancora da viverne, mentre Varrone, nel De re rustica, la ritiene addirittura immortale ) che la costrinse a profetizzare in eterno, e divenne talmente vecchia da dover essere sistemata in un’ampolla, finché il suo corpo non si consumerà completamente e di lei non resterà altro che pura voce, una voce che piange il proprio destino ed invoca la propria morte ( 4 ).

Con bocca folle Sibilla dà suono a parole senza riso, né ornamento, né profumo; e con la voce – attraverso il Dio – penetra mille anni

Così la ricorda Eraclito, il primo a parlare della Sibilla ( 5 ).

Etimologia della Sibilla

Sono state avanzate svariate spiegazioni riguardanti l’etimologia del nome, tra le più importanti si ricordano:

  • quella antica ( proposta già da Varrone ) di ‘manifestazione della volontà divina’, o ‘consigliera degli dei’, sulla base del dialetto dorico che chiamava la divinità ???? ( = ???? ) e consiglio ????? ( = ????? ); ~ quella proposta dal Postgate: sapio + ultra = ‘sapere al di là’, ‘vedere oltre’;
  • quella avanzata da Hrozny a partire dall’accadico ŠTBU = ‘vecchio’; ma la voce designa anche il ‘testimone’
  • ancora sulla base dell’accadico SIBI(T) da SIBTU ( ‘possesso, assalto del demone’ ) + il suffisso pronominale ULL? = ‘lei ( la vergine ) dell’antro ( profetico )’ – ‘la vergine che nel suo antro è assalita e posseduta dal demone’, che ricorda le parole virgiliane ‘in antro bacchatur‘ ( Eneide VI, 77 ). Vi è un collegamento anche col pronome femminile accadico ŠT – ( egizio SY = ‘lei’ ) e l’accadico abullum o abulla ( ‘soglia, porta di luogo arcano );
  • secondo il Ceccherelli il termine deriverebbe da Š?BU ( = ‘vecchio’ ) e ILU ( = ‘dio’ ) = ‘la vecchia ( che parla ) per il dio’ o ‘testimone di un dio’ o ‘emanazione di dio’.

Libri Sibillini

Secondo la tradizione ( 6 ) Sibilla si presentò al re romano Tarquinio per vendergli sei libri contenenti gli oracoli sibillini, ma, ritenendo il prezzo richiesto troppo elevato, egli rifiutò. La donna allora bruciò uno dei sei libri e se ne andò. Successivamente si ripresentò al cospetto del re, rinnovando la sua offerta e pretendendo lo stesso prezzo per i cinque libri rimasti. Per la seconda volta Tarquinio rifiutò l’acquisto, e per la seconda volta la donna bruciò altri due libri.

Quando, alla terza volta, tornò dal sovrano offrendo gli ultimi tre libri rimasti sempre al medesimo prezzo, Tarquinio si insospettì sul loro reale valore e si consigliò con gli auguri, i quali, dispiaciuti della perdita dei libri precedentemente bruciati, gli suggerirono di comprare assolutamente i rimanenti.

Da questo racconto, così come da quelli degli altri scrittori che lo riprendono apportando alcune varianti ( 7 ), non è del tutto chiaro se tale donna fosse proprio la Sibilla Cumana in persona ( le fonti parlano di una vecchia, ed ilnome Sibilla può designare tanto una vecchia quanto una giovane vergine ), e se il re in questione fosse Tarquinio Prisco o, più probabilmente, Tarquinio il Superbo.

Quel che è certo è che questi ultimi tre libri erano conservati, in origine, nel tempio di Giove Capitolino, trasportati poi nel tempio di Apollo Palatino da Augusto, ed andarono bruciati nell’ 83 a.C. Era compito dei Quindecimviri sacris faciundis ( i quindici sacerdoti incaricati di compiere cose sacre ) custodire ed interpretare i Libri Sibillini; questi volumi erano una raccolta di antichissime profezie ed oracoli che, soprattutto in occasioni di catastrofi naturali o sociali o di eventi prodigiosi venivano consultati per trarne suggerimenti al fine di placare gli dèi e riportare la pax deorum.

Sibilla nell’Eneide

Nei libri III e VI dell’Eneide si parla esclusivamente della Sibilla Cumana, la settima del repertorio varroniano, presentata come vergine in stato di possessione ed invasamento; a lei si rivolse Enea prima di intraprendere il suo viaggio nell’oltretomba.

Virgilio avrebbe dunque antidatato alla venuta d’Enea l’arrivo della Sibilla Eritrea in Italia e la sua stessa esistenza, ma la novità più significativa sta nell’averla resa mystagogós ( guida, maestro ) dell’eroe troiano negli Inferi, sacerdotessa di Apollo ed Ecate, e praefecta ( sovrintendente ) ai boschi di Diana situati intorno il lago d’Averno. La missione di Sibilla trova un parallelo nelle credenze orfiche, che prevedevano, per il mystes, l’iniziato, il compimento di un’iniziatica katabasis ( discesa ) sotto la guida, appunto, di un mystagogós, che spesso era lo stesso Orfeo.

Il Norden, in particolare, fa notare come ai vv. 564 – 5 ( ‘ma quando Ecate mi prepose ai boschi averni, / mi mostrò i castighi divini, e mi condusse per tutti i luoghi‘. ) il poeta abbia voluto ancor meglio giustificare la propria innovazione immaginando che già Ecate avesse guidato la Sibilla tra i meandri del regno infernale, spiegandole tutta la sua struttura. Non a caso Dante, che ha organizzato anch’egli il suo viaggio oltremondano in chiave iniziatica facendosi guidare da Virgilio prima, e Beatrice poi, memore di questo particolare, ha supposto ( Inf. IX, 22 – 7 ) che già un’altra volta l’ombra di Virgilio sia stata costretta da << Eritòn cruda >> a percorrere l’intero Inferno.

Il contesto oracolare

Nel mondo greco l’arte divinatoria poteva essere di natura divina, mediata dall’ispirazione proveniente dalla divinità, di carattere oracolare – mediante forme di intermediazione -, per incubazione – attraverso l’interpretazione dei sogni -, per ispirazione personale – ad esempio mediante i responsi della Sibilla; o di natura umana e scientifica, che non prevedeva il ricorso all’ispirazione divina, ma si basava sull’interpretazione di specifici segni naturali, quali fenomeni meteorologici, posizione di astri, viscere animali, volo degli uccelli.

La parola divinante è collegata alla sfera dell’oralità; il termine stesso oracolo è riconducibile, etimologicamente, alla radice di os, che denota l’organo fonatorio. L’oracolo si configura spesso come il frutto dell’unione sessuale tra una donna mortale ed Apollo, il dio della divinazione per eccellenza. Anche tra la Pizia ed Apollo, o Cassandra ed Apollo, infatti, c’è una relazione di carattere erotico, anche se la Pizia, diversamente da Sibilla, è la mantis ufficiale e svolge la sua funzione oracolare sotto la sorveglianza dei sacerdoti.

Nella dialettica divinatoria, Apollo è la parte maschile in grado di infondere il seme della conoscenza trasmessa ai mortali mediante il tramite femminile. La figura femminile diviene in tal modo una figura di mediazione, un vaso che riceve la conoscenza per poi ripartorirla, spesso con una sofferenza che si placherà solo al termine dell’ispirazione, per Sibilla dopo aver affidato i propri responsi a delle foglie che il vento scompiglia e confonde, rendendo così i suoi vaticini incomprensibili ( 8 ).

Giunsero alla soglia, quando la vergine: << È tempo / di chiedere i fati >> disse; << il dio, ecco il dio! >>. / A lei che parla così, davanti all’ingresso, d’un tratto, / non rimase lo stesso volto, il colore, la chioma composta; / ansima il petto, il cuore selvaggio si gonfia / di rabbia, sembra più alta e di voce sovrumana, / ispirata dal nume, ormai vicino, del dio.

Eneide, vv. 45 – 51.

Il momento oracolare è uno stato di possessione ed invasamento, che si traduce in una sorta di parto doloroso, trasfigurando la profetessa fino a renderla horrenda: il volto scolora, il petto si gonfia di furore, quasi a significare un’inconscia ribellione della Sibilla al dio che le fa violenza. Lo stesso Virgilio la descrive come una baccante che infuria e delira per scacciare Apollo dal suo petto. Sibilla parla in prima persona perché il dio si esprime attraverso di lei, oggetto profetico portatore del paradosso che la condanna a non essere compresa, similmente a Cassandra, condannata a sua volta a non essere creduta.

Presenze della Sibilla nel tempo

La persistenza del personaggio della Sibilla nel mondo occidentale è testimoniata dalla diffusione dell’aggettivo ‘sibillino’ nel senso di ‘ambiguo’, ‘dal significato oscuro’, e del termine ‘sibilla’ col significato di ‘indovina’, senza contare l’importanza assunta da questa figura nella letteratura e nell’arte cristiana, in virtù della celebre profezia che Virgilio attribuisce alla Sibilla Cumana relativa all’avvento di una nuova età dell’oro ( redeunt Saturnia regna ) e della nascita di un misterioso puer ( Ecloga 4, 4 ssg. ), interpretata in chiave cristiana.

La tradizione popolare ha tuttavia declassato questa donna semidivina ad essere terribile e demoniaco, tanto che nei capitolari di molti processi di stregoneria avvenuti in territorio italico, compare a partire dal ‘500 il soprannome di ‘Sibilla’ per le streghe.

Note

  • 1 – Varrone, Antiquitates rerum divinarum, frr. 56, 138, 290.
  • 2 – Lattanzio, Institutiones, I, 6, 7 – 12.
  • 3 – Pausania, X, 12. Plutarco ( 398C ) la vuole invece la nipote di Poseidone.
  • 4 – Petronio, Satyricon 48, 8:’Quanto alla Sibilla l’ho vista io coi miei occhi a Cuma star sospesa in un’ampolla e, poiché i ragazzi le chiedevano: ” Sibilla, cosa vuoi? ”, lei rispondeva: ” desidero morire ” ( ?????????? ???? ).
  • 5 – Eraclito, B 93 D – K ( = Plutarco, De Pythiae Oraculis, 397a ).
  • 6 – Dionigi di Alicarnasso 4, 62.
  • 7 – Secondo Servio, ad esempio, i libri sibillini furono offerti a Tarquinio il Superbo, dapprima in numero di nove, finché il re acquistò gli ultimi tre.
  • 8 – Come ricorda lo stesso Dante, in Paradiso, XXXIII, 64 – 6:’così come la neve al sol si dissigilla / così al vento ne lefoglie lievi / si perdea la sentenza di Sibilla‘.

Bibliografia

  • R. Astori, Vox Arcana. Il mito di Sibilla come archetipo di Sapienza femminile, in R. Astori e T. Tonchia ( a cura di ), Al di là del tempo. Percorsi simbolici dell’eterno femminile, Mimesis 2003.H. Biedermann, Enciclopedia dei Simboli, Garzanti 1999.A. Ferrari, Dizionario di mitologia, Utet 2006. Ovidio, Metamorfosi, Utet 2005. Virgilio, Eneide, Mondadori 1991. http://www.storiapatriamarsala.it/sibilla.pdf

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