Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Sofocle: opere

Sofocle: opere

La vita di Sofocle si svolge per tutto l’arco del V secolo a.C. e la sua lunga e fortunata carriera teatrale coincide con l’affermazione dell’idea del tragico, ossia la rappresentazione del conflitto inconciliabile fra libertà e necessità. Sofocle è considerato, insieme ad Eschilo ed Euripide, uno dei maggiori autori tragici dell’antica Grecia. Egli visse la fanciullezza e l’adolescenza durante l’epoca delle guerre persiane ed ebbe modo di sentire la grandezza della resistenza greca all’invasione e di riferire questo superiore concetto di dignità all’agire umano in generale.

Vita di Sofocle

Sofocle nacque nel 496 a.C., circa, nel demo ateniese di Colono, situato fra Atene e la città di Eleusi, da famiglia agiata: il padre Sofillo era un imprenditore. Grazie alle possibilità economiche, egli ricevette un’ottima istruzione e anche una buona educazione sportiva. Secondo le fonti egli si servì, inizialmente, delle proprie doti musicali e ginniche per intraprendere la carriere di attore. Molto giovane, infatti, scrisse due tragedie: Tamiri e Nausicaa (entrambe andate perdute), nelle quali prese parte nella prima come suonatore di cetra e nella seconda come giocatore di palla. Tuttavia, a causa della debolezza della sua voce, dovette rinunciare alla recitazione.

Il suo esordio negli agoni drammatici (1) è datato al 468 a.C., anno nel quale ottenne la prima vittoria, sebbene gareggiasse con Eschilo. Fu molto amato dagli Ateniesi, sia come drammaturgo (ottenne ventiquattro vittorie portando in scena le sue opere) sia come uomo, per il suo carattere amabile e sereno.

Fu molto amico di Pericle, con il quale combattè, in qualità di stratega (capo dell’esercito), durante la guerra contro Samo (441-440 a.C.).

Durante la sua attività ebbe modo di rivestire anche un’importante carica finanziaria, nel 443-442 a.C., e la carica di sacerdote di una divinità locale della salute e, quando nel 420 a.C. la statua di culto del dio della medicina Asclepio fu portata da Epidauro ad Atene, Sofocle fu scelto per ospitarla nella sua casa in attesa della costruzione definitiva del santuario ad essa riservato.

Si sposò con una donna ateniese di nome Nicostrata, che gli diede un figlio, Iofone. Ebbe anche un’amante, chiamata Teoris, originaria di Sicione (una città situata sul golfo di Corinto), dalla quale ebbe un altro figlio, di nome Aristone. Si dice che poco prima della sua morte, Iofone intentò un processo al padre Sofocle per una questione d’eredità, dichiarando la sua infermità mentale a causa della vecchiaia. Per dimostrare la falsità dell’accusa, Sofocle lesse la sua ultima opera (Edipo a Colono) di fronte ai giudici e ciò bastò per mettere fine al processo. La sua morte è collocata, dalle fonti, nel 406 a.C. e, secondo alcuni, sarebbe avvenuta per la gioia di una vittoria, secondo altri per la fatica di leggere ad alta voce un passo di una sua opera, secondo altri ancora per il soffocamento dovuto ad un acino d’uva.

Sofocle: opere

Drammaturgia di Sofocle

Sofocle introdusse innovazioni tecniche alla struttura esteriore della tragedia, inserendo la scenografia sul palcoscenico: fondali mobili e scenari dipinti. I coreuti (componenti del coro) furono aumentati da dodici a quindici e fu introdotto il terzo attore, per evitare la rigida contrapposizione eschilea di due posizioni antitetiche; in questo modo era possibile avere rapporti interpersonali più articolati fra i personaggi e un ritmo teatrale più vario e dinamico.

Rispetto ad Eschilo, i cori tragici sofoclei si defilano dall’azione, partecipano sempre meno attivamente e diventano piuttosto spettatori e commentatori dei fatti. Sofocle introdusse anche il monologo (in greco ????? > rhesis), che permetteva all’attore di mostrare la sua abilità e al personaggio di esprimere compiutamente i propri pensieri. Fondamentale in Sofocle è il ruolo dell’eroe, visto come portatore di un destino proprio e irripetibile, nel quale sussiste sia la sua dannazione che la sua gloria.

Un’altra innovazione rilevante nel teatro sofocleo è lo scioglimento della trilogia (2), in favore di drammi indipendenti. In questo modo il protagonista diventa l’uomo singolo con il suo dramma, del quale deve cercare da sè e in sè il senso, perchè solo l’essere umano è in grado di reggere il peso della sua condizione. La tragedia è infatti costruita in funzione dell’azione, al centro della quale è posto il destino dell’eroe, visto come un problema individuale che si abbatte sul singolo e con il quale egli deve confrontarsi. Il teatro di Sofocle pullula di protagonisti inflessibili, che rimangono fedeli alle proprie convinzioni e alla propria natura fino all’ultimo, anche se il finale sarà la loro rovina.

Sofocle evita di proiettare nelle sue opere riferimenti diretti al presente, ma quello che egli cerca di far emergere dal dramma è quale posto abbia l’uomo nel mondo e l’individuo nella collettività. L’individuo e la collettività non riescono più a collaborare o a soffrire insieme, come accadeva in Eschilo, nelle opere del quale alla fine c’era sempre l’intervento della divinità a sedare gli animi e a ristabilire l’ordine. Adesso l’uomo è solo di fronte al suo dramma e le contraddizioni del reale non possono più essere sanate. Gli eroi sofoclei sono degli esclusi dalla comunità, che non riesce più a contenerli e della quale loro stessi non sentono più di far parte. Non essere nati è la sorte migliore per i mortali perchè la magnanimità degli eroi sofoclei non vale a salvarli dal patimento; quanto essi sono grandi tanto sono sventurati, perchè questa è la loro condizione di essere uomini, immersi in un mondo di contraddizioni insanabili destinate a travolgerli.

Opere di Sofocle

Gli alessandrini possedevano oltre centotrenta opere di Sofocle, delle quali rimangono notizie per tradizione indiretta (in testi o citazioni di altri autori) e nei papiri, dove è conservata anche una buona parte di un dramma satiresco, “I cercatori di tracce”, incentrato sulle imprese di Ermes fanciullo.

Per tradizione diretta abbiamo sette drammi, in versione integrale, sicuramente composti da Sofocle.

Aiace

(450 a.C.)

La scena si apre dopo che gli Atridi (Agamennone e Menelao) hanno scelto Odisseo e non Aiace come il guerriero più valoroso al quale consegnare le armi di Achille ormai morto. Aiace, profondamente offeso, progetta di sterminare i suoi giudici, Odisseo e tutto l’esercito. La dea Atena vuole, però, vendicarsi di un torto subìto: Aiace aveva rifiutato il suo aiuto in battaglia. Così la dea lo fa impazzire e, invece di uccidere i giudici, egli massacra un gregge di pecore. Quando Aiace ritorna in senno, si accorge dell’atrocità compiuta e del disonore del quale si è macchiato e, in preda al dolore e all’angoscia, si uccide trafiggendosi con la spada. Egli capisce che non c’è più spazio per lui tra gli uomini, neppure tra chi lo ama.

Antigone

(442 a.C.)

La protagonista è Antigone, la figlia di Edipo, che ha visto i due fratelli, Eteocle e Polinice, uccidersi fra loro per prendere il potere a Tebe. Adesso il sovrano della città è Creonte, fratello della loro madre Giocastra. Egli ha ordinato che il cadavere del traditore Polinice rimanga privo di sepoltura e in pasto alle fiere. Ma Antigone si rifiuta che accada una simile atrocità e, uscita da palazzo, dà sepoltura al fratello, gettandogli addosso una manciata di terra come gesto simbolico. Quando viene scoperta, Creonte decreta che sarà chiusa viva in una grotta dove morirà. Emone, figlio di Creonte e promesso sposo della fanciulla, tenta invano di far desistere il padre. Ma quando l’indovino Tiresia predice a Creonte future sciagure a causa del suo gesto, egli si reca di persona a liberare Antigone, che però si è impiccata. Di fronte al cadavere dell’amata Emone si trafigge con la spada e di fronte al cadavere del figlio, la madre Euridice si uccide. Adesso a Creonte non rimane che la sua atroce disperazione.

Trachinie

(438 a.C.)

La tragedia prende il nome dalle donne della città di Trachis (antica città greca conoscita con il nome di Heraclea Trachinia), che compongono il coro. Deianira, moglie di Eracle, aspetta con ansia il ritorno del marito dalle sue fatiche. Arriva la notizia che presto l’eroe tornerà e prima di lui arrivano i prigionieri che ha catturato, fra i quali c’è una giovane molto bella, Iole, figlia del re Eurito. Deianira inizialmente prova pietà per la ragazza, ma ben presto viene a sapere che adesso Iole è la concubina di Eracle. A Deianira resta una sola speranza: il centauro Nesso, ucciso da Eracle perchè aveva cercato di farle violenza, prima di morire le donò una goccia del suo sangue, dicendole che, grazie ad esso, Eracle non avrebbe mai amato un’altra donna al posto suo. Così Deianira versa il sangue del centauro su una veste, che invia come regalo al marito. Ma una volta che l’eroe ha indossato la veste sente le carni bruciare: il sangue del centauro era infatti avvelenato dalla freccia con cui Eracle lo aveva ucciso, che era stata bagnata nel sangue dell’Idra (un mostro ucciso dall’eroe durante una delle sue fatiche). Eracle maledice Deianira e fa erigere una pira funebre sulla quale si getta. Deianira, dopo aver avuto la notizia della morte del marito, si chiude nel suo palazzo per darsi la morte a sua volta.

Edipo re

(428 a.C.)

Edipo è stato eletto re di Tebe dopo aver risolto l’indovinello postogli dalla Sfinge, liberando la città dalla sua oppressione. Ma adesso, in città, incombe una terribile pestilenza e gli abitanti si rivolgono al loro saggio re per risolvere il problema. Creonte, suo cognato, è stato inviato a Delfi per consultare l’oracolo del dio Apollo, il cui responso è che la causa della pestilenza è dovuta al fatto che in città risiede l’assassino del precedente re Laio, la moglie del quale, Giocastra, adesso è sposata con Edipo. Subito il re indaga su chi possa essere il colpevole, ma l’indovino Tiresia gli rivela che è lui stesso l’assassino del re. Giocastra tenta di tranquillizzare Edipo, rivelandogli che un oracolo aveva predetto al re Laio che sarebbe stato ucciso da suo figlio. Per questo motivo aveva esposto l’unico discendente avuto da Giocastra su un’alta rupe con i piedi legati, ma il re era invece stato ucciso da un predone ad un trivio. Edipo racconta a sua volta la sua storia, rivelando che era cresciuto dal re Polibo di Corinto credendo di essere suo figlio, ma l’ingiuria di un suo coetaneo, che lo aveva chiamato bastardo, lo aveva insospettito, tanto da chiedere responso all’oracolo di Apollo, il quale gli aveva profetizzato che avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre. Per evitare che ciò accadesse, Edipo si era allontanato da Corinto, ma un uomo ad un trivio lo aveva offeso e lui lo aveva colpito a morte. Per essere certo di quanto afferma, Edipo fa convocare a Giocastra l’uomo che era con Laio il giorno del suo assassinio. Quando arriva il messo chiamato, egli riconosce subito Edipo e, per una coincidenza della sorte, era stato proprio lui ad esporlo bambino sulla montagna. Adesso Edipo conosce la sua colpa e anche l’incestuosità di cui si è macchiato sposando la madre e concependo con lei dei figli/fratelli. Poichè era stato cieco alla realtà, decide di rendersi cieco davvero, cavandosi le orbite. E, mentre Giocastra si toglie la vita, egli si allontana da Tebe con le orbite cave e sanguinanti.

Elettra

(419/418 a.C.)

Nel prologo, Oreste, figlio di Clitemestra e Agamennone, elabora il piano di uccidere la madre per vendicare la morte del padre. Anche la sorella, Elettra, odia la madre e il suo amante Egisto perchè hanno ucciso il padre e perchè deve vivere alle loro sudditanze nel palazzo. Ad un certo punto, l’anziano precettore di Oreste annuncia la falsa morte del ragazzo, avvenuta durante una gara di cavalli. La madre, senza nessun ritegno, mostra la sua gioia, Elettra invece piange disperata e medita vendetta nei confronti della madre e del suo amante. L’annuncio della falsa morte doveva servire ad introdurre il vecchio a palazzo, con il quale si era infiltrato Oreste, che compare all’improvviso facendosi riconoscere da Elettra. Adesso ha la possibilità di vendicarsi e uccide prima Clitemestra e poi Egisto e, sul grido di quest’ultimo, si chiude la tragedia.

Filottete

(409 a.C.)

Filottete vive solo da dieci anni sull’isola di Lemno. Egli era partito insieme ai suoi compagni alla volta di Troia per combattere, ma un serpente lo aveva morso e, visto che la sua piaga appestava l’aria e i suoi lamenti infastidivano l’esercito, i suoi compagni lo avevano abbandonato sull’isola. Ma adesso un oracolo ha rivelato loro che, per vincere, è necessaria la presenza di Filottete e del suo arco prodigioso, donatogli da Eracle. A Lemno giungono quindi Odisseo e Neottolemo, il giovane figlio di Achille, per convincere Filottete a seguirli o almeno per sottrargli l’arco. Odisseo si dimostra scaltro e corrotto e tenta di ingannare con ogni mezzo Filottete che, però, rimane fedele al suo comportamento e si rifiuta di seguirli, pur sentendo attrazione, per la sua paternità mancata, nei confronti di Neottolemo. Alla fine compare sulla scena Eracle, che convince Filottete a lasciare l’isola e a recarsi a Troia, dove, risanato, verrà glorificato dagli dei.

Edipo a Colono

(opera postuma, rappresentata nel 405 a.C., dopo la morte dell’autore)

Sofocle ritorna sulla vicenda dell’Edipo re, quasi insoddisfatto del destino riservato al suo personaggio. La scena si apre con Edipo vecchio, stanco e provato da anni di vagabondaggio, allontanato da tutti gli uomini, che vedono in lui un essere mostruoso. Egli stesso si chiede dove sia la sua colpa nei mali che lo hanno investito e dei quali lui ignorava l’avvicendarsi. Gli dei hanno però deciso che, dopo aver tanto patito, il suo corpo debba essere onorato e che dovrà donare protezione al luogo dove verrà sepolto. Con questa speranza Edipo giunge a Colono, un piccolo sobborgo di Atene (luogo natale di Sofocle), per chiedere all’Attica asilo per il poco tempo che gli resta da vivere e una degna sepoltura. Lo accompagna la figlia Antigone, compagna del suo vagabondare. Teseo, saggio sovrano di Atene, concede ad Edipo la grazia che chiede, ma quando le soffrerenza del protagonista sembrano aver fine, entrano in scena i suoi due figli maschi, Eteocle, sovrano di Tebe e Polinice, fuoriuscito, che vuole conquistare la città. Un oracolo ha loro predetto che su Tebe regnerà colui che si impossesserà del corpo del padre. Edipo rifiuta tassativamente di cedere a una delle due parti e caccia con male parole il figlio Polinice, che era giunto a chiedere la sua solidarietà. All’improvviso una voce proveniente dall’Aldilà chiama a sè Edipo, che scompare misteriosamente alla vista degli uomini. La tragedia si chiude con il pianto delle due figlie di Edipo: Antigone e Ismene.

Note

  • (1) Gli agoni drammatici erano gare durante le quali prendevano parte autori teatrali, portando in scena un’opera da loro scritta. Venivano effettuati agoni sia riservati alle tragedie, sia alle commedie. Un collegio di giudici decretava, infine, la rappresentazione migliore.
  • (2) Tramite la trilogia, ossia la rappresentazione di tre drammi collegati fra loro per argomento e incentrati su personaggi facenti parte della stessa stirpe, Eschilo articolava una continuità tematica, attraverso la quale le singole tragedie portavano in scena una storia unica, che esplorava la problematicità dell’esistenza e il susseguirsi delle vicende di una stirpe, legate spesso ad un evento tragico.

Bibliografia

  • Del Corno Dario, Letteratura greca, dall’età arcaica alla letteratura cristiana, Milano 2003, pagg.199-217

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*