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Spartaco

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Spartaco e la terza guerra servile (73-71 a.C.)

Poco si conosce della vita di Spartaco, uno uomo molto probabilmente nato e cresciuto in Tracia, presso la tribù dei Maedi, e divenuto schiavo per avere disertato durante il suo servizio come ausiliario agli ordini di Roma nella terza guerra contro Mitridate VI Eupatore.

Le stesse fonti sono discordi in alcuni particolari su questo condottiero il cui carisma viene presentato con toni talvolta negativi e vicini al feroce fuorilegge che mina le leggi della Repubblica e talvolta è tramandato come un uomo virtuoso e sensibile ai problemi dei suoi simili oppressi.

Se è vero che Spartaco venne catturato insieme ai suoi commilitoni traci, ribellatisi all’inizio della guerra mitridatica (74 a.C.), allora il periodo questo può essere l’anno del suo arrivo a Capua, città in cui risiedeva il ricco Cornelio Lentulo Batiato, proprietario di una scuola di gladiatori dove molto probabilmente venne addestrato Spartaco.

Spartaco
I resti dell’anfiteatro di Capua (da Panoramio.com)

Nell’estate del 73 a.C. una settantina di questi combattenti si erano ribellati alla schiavitù e, presi alcuni attrezzi e alcune lame da cucina, imboccarono la strada per il Vesuvio, seguiti da più di cento schiavi e servi delle vicinanze. Sulla via per il vulcano assaltarono alcuni carri di armi ma vennero intercettati da un presidio militare che, nonostante il migliore equipaggiamento, fuggì. Con le armi dei vinti, Spartaco e i suoi uomini riorganizzarono il gruppo di fuggitivi. I pendii boscosi del monte offrirono riparo alla banda di circa duecento uomini, presto inseguiti da altri soldati. Il numero dei ribelli crebbe molto e insieme a Spartaco troviamo i nomi di Crisso e di Enomao, due gladiatori galli, comandanti di una schiera di lottatori d’origine germanica, celtica e tracia.

Roma inviò il pretore Caio Claudio Glabro, con tremila uomini, per sedare la rivolta ma l’abilità strategica dei ricercati ebbe la meglio: con tralci di vite intrecciati crearono funi per scendere dalla cima al pendio aggirando i militari romani ben equipaggiati. La vasta eco dell’impresa del trace fece il giro della penisola da cui giunsero anche persone libere ma oppresse da debiti, mandriani, pastori e individui ai margini della società: il gruppo di insorti divenne un esercito di almeno 60.000 armati. Lo storico Appiano riconosce le virtù democratiche del condottiero trace che divideva sempre il bottino in parti uguali.

La marcia verso nord di Spartaco implicò le vittorie sugli eserciti regolari dapprima del pretore Publio Varinio e successivamente dei consoli Lucio Gellio Publicola e Cneo Lentulo Clodiano. Da qui in poi gli storici non parlano più di Enomao che forse morì in battaglia.

La fiumana di fuorilegge fuse il metallo delle proprie catene per farne armi e domò i cavalli selvatici per avere un reparto di cavalleria. I rivoltosi poterono così accelerare il cammino e le operazioni di saccheggio delle campagne e delle città che a mano a mano si trovavano di fronte a un vero esercito. Allo spargersi della voce circa l’arrivo degli insorti molti schiavi trucidavano i propri padroni per unirsi alla mole di rivoluzionari in fuga: il numero di questa folla raggiunse i 120.000 individui.

Nell’estate del 72 a.C. l’obiettivo di Spartaco era quello di valicare le Alpi per far ritornare ogni schiavo nella terra d’origine ma prima le intenzioni di Crisso erano quelle di depredare le città dell’Italia centro-meridionale: la massa di ricercati si divise in due tronconi, quello meno numeroso (30.000) seguì Crisso e subì la sconfitta sul Gargano per opera del propretore Quinto Arrio.

tragitto di Spartaco
Il tragitto di Spartaco e i luoghi della terza guerra servile: in verde le vittorie dei ribelli (cartina dell’autore).

Battaglie e prime vittorie

Spartaco aveva valicato gli Appennini lasciando l’Etruria e, presso Modena, un esercito di 10.000 uomini ai comandi del proconsole della Cisalpina, Caio Cassio Longino, venne sconfitto.

Floro e Appiano tramandano l’aneddoto secondo cui Spartaco onorò la morte di Crisso e di alcuni suoi ufficiali col sacrificio di cittadini romani e con ludi cruenti combattuti tra prigionieri vestiti da gladiatori.

L’enfasi delle vittorie illuse i gladiatori e i servi che ogni impresa si sarebbe potuta realizzare o forse Spartaco preferì riportare la rivolta a sud dopo la morte di Crisso: fu costretto a ripiegare verso meridione ma, mentre alcuni volevano espugnare Roma, il valoroso trace comprese l’impossibilità dell’impresa e guidò gli uomini lungo la costa adriatica in direzione della Lucania dove occupò la città di Copiae.

Il senato romano concesse particolari poteri di comando al pretore di idee sillane Marco Licinio Crasso che si attestò nel Piceno nell’autunno del 72 a.C. e impose una ferrea soppressione dei nemici. Il suo legato Mummio, al comando di due legioni e con l’ordine di non attaccare battaglia, aggirò Spartaco disobbedendo: le scaramucce divennero una nuova disfatta romana. Crasso applicò la decimazione per i soldati che erano fuggiti.

Spartaco giunse a Reggio Calabria, dove alcuni pirati cilici promisero un trasporto ai gladiatori fino a Messina da cui si sarebbero aggiunti manipoli di siculi e di greci renitenti al dominio romano e ancora memori della seconda guerra servile lì combattutasi trent’anni prima (102-98 a.C.). I pirati tradirono il patto e fuggirono col denaro. Spartaco e i suoi uomini cercarono di oltrepassare lo stretto con delle zattere ma la corrente glielo impedì e si rifugiarono sull’inospitale Aspromonte in inverno. Crasso realizzò un vallo con mura e trincee dalla costa tirrenica a quella ionica della Calabria ma le sue strategie non fiaccarono molto Spartaco.

Lo scontro si fece anche psicologico: un giorno Crasso fece uccidere seimila prigionieri in mattinata e altri seimila al tramonto. Spartaco rispose facendo crocifiggere un soldato romano al cospetto delle sentinelle del vallo.

Una notte dell’inverno tra 72 e 71 a.C., durante una nevicata fece colmare un lembo del fossato e assalire le fortificazioni. Un terzo dell’esercito superò la barriera romana e Crasso, per non essere accerchiato levò lo sbarramento e l’intera truppa di fuorilegge riprese la via del nord, verso la Lucania, diretta a Brindisi.

Inizialmente Crasso debellò un primo nucleo di 12.300 ribelli. Intanto il senato aveva già fatto arrivare proprio a Brindisi il governatore della Macedonia, Marco Terenzio Varrone Lucullo, impegnato in Tracia contro Mitridate e Pompeo dalla Spagna.

Spartaco fece una conversione a sud verso Petelia, in Calabria; nella primavera del 71 a.C., alcuni scontri videro nuove vittorie dei ribelli che, inorgogliti, vollero attaccare direttamente le legioni romane abbandonando la strategia di guerriglia di Spartaco. Anche Crasso era desideroso di incrociare le armi in campo aperto prima dell’arrivo di Pompeo.

Nel Cilento, presso il fiume Sele, ci fu lo scontro decisivo tra i legionari di Crasso e i ribelli spartachiani. L’avanguardia celtico-germanica di 30.000 gladiatori fu schiacciata alle sorgenti del fiume Silaro.

Prima della battaglia Spartaco uccise il proprio cavallo: se avesse vinto avrebbe preso i cavalli dei nemici, se avesse perso non ne avrebbe più avuto bisogno. I toni epici della lotta in Plutarco vedono Spartaco lanciarsi contro Crasso, trucidare due centurioni e, una volta circondato venne ucciso.

La vittoria finale di Roma

La vittoria fu di Roma. Ma le fonti sono discordanti sulla fine di Spartaco: accerchiato dai nemici fu trafitto (nella versione di Plutarco); il suo corpo non fu mai trovato (nella versione di Appiano). Floro, pur essendo in ostile alla causa servile, riconosce il coraggio e la forza del gladiatore trace

Morirono mille romani e circa 60.000 schiavi. I cinquemila superstiti vennero crocefissi lungo la via Appia nel tratto da Capua a Roma come ostentazione di potenza poiché Cneo Pompeo sconfisse i residui ribelli in Etruria e ottenne il trionfo.

Le ultime sacche di resistenza dei compagni di Spartaco e di Catilina vennero represse dieci anni dopo, nel 61 a.C., a Thurii-Copiae, da Caio Ottavio (SVETONIO, Vita di Augusto, 3, 1).

Più volte preso come modello delle lotte di classe e degli oppressi contro gli oppressori e i soprusi del potente ceto dirigente, Spartaco suscitò l’ammirazione di storici romani fino a rappresentare una bandiera per l’ideologia marxista-leninista.

Probabilmente la sua non fu solo un’ideologica lotta di classe ma le basi della ribellione di una grande fascia sociale dello stato romano, vessata dalle angherie e dalle vicissitudini di una vita alla stregua delle bestie, rese Spartaco un uomo sensibile alla dura realtà degli individui schiavizzati in seguito alla cattura bellica o alla perdita dei diritti fondamentali.

La terza (e ultima) guerra servile fu quella che più di tutte le precedenti fece tremare il senato di Roma e le basi della Repubblica aprendo grandi opportunità d’accrescimento di prestigio a uomini ambiziosi come Crasso e Pompeo, precursori delle lotte intestine della politica triumvirale cesariana.

Fonti

  • SALLUSTIO, Historiae, III, 90 – IV, 41.
  • PLUTARCO, Vite di Nicia e di Crasso: Crasso, VIII-XI.
  • FLORO, Epitome, II, 8.
  • APPIANO DI ALESSANDRIA, Bellorum civilium liberprimus, 116-120.
  • EUTROPIO, Breviarium ab Urbe condita VI, 7.
  • PAOLO OROSIO, Historiarum adversus paganos, V, 24.
  • CLAUDIO CLAUDIANO, De Bello Gothico, 145.

1 Commento su Spartaco

  1. Errata Corrige. Nella cartina dell’itinerario dei ribelli c’è un mio errore: si tratta della data della prima rivolta. Si consideri il 73 a.C. a partire da Capua (e non il 71 a.C., data degli ultimi scontri e della morte di tutti i ribelli di Spartaco). Grazie.

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