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Sperlonga, museo archeologico

Il Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga, costruito proprio nei pressi della Grotta di Tiberio, ospita in primis i gruppi statuari che in antico la decoravano.

Gruppo di Scilla

Nell’Odissea si racconta delle disavventure di Ulisse durante il viaggio di ritorno a Itaca e l’assalto di Scilla alla nave rappresenta uno dei momenti più difficili, soprattutto per la perdita di sei dei suoi compagni. Scilla era un mostro marino, che viveva nell’omonimo stretto, di fronte a Cariddi e uccideva i naviganti, che si avventuravano nelle acque in prossimità della sua caverna. Nell’iconografia classica la figura di Scilla presenta un torso di donna con due lunghe code. A Sperlonga l’essere mostruoso, ricostruito dai frammenti conservati, ha sei teste canine, lunghe e forti spire di serpente e una cresta di drago sul dorso.

Un vero groviglio è formato dagli uomini avvolti nelle spire; i compagni di Ulisse sono infatti realizzati con grande movimento, mentre cercano di divincolarsi e fuggire all’aggressione. Il timoniere è, invece, ancora aggrappato alla nave, ma la forza della gorgo lo sospinge in avanti e le gambe rimangono sollevate in aria. I numerosi puntelli sono un indizio fondamentale per riconoscere in quest’opera una copia in marmo di un originale bronzeo, il quale non presentava problemi di staticità anche per queste figure così movimentate. Stilisticamente è stato riconosciuto l’influsso dell’arte pergamena e si è ipotizzato che l’originale fosse opera dell’ambiente rodio del II secolo a.C.

Gruppo di Polifemo

Il gruppo c.d. di Polifemo rappresenta, con le sue colossali dimensioni, un’opera scultorea davvero sorprendente ed impressionante. All’interno del museo è stato collocato in una sala un calco in gesso e resina il quale, integrando le parti mancanti, mostra come doveva apparire il gruppo originariamente. Il calco è stato realizzato sulla base dei frammenti conservati, che si distinguono dalle parti moderne con una voluta differenza cromatica. La scena rappresentata è quella famosissima dell’accecamento del ciclope Polifemo da parte di Ulisse. Il gigante è sdraiato, ebbro, su di una roccia, in balia dei suoi aggressori, che si muovono con circospezione.

Ulisse è costretto ad arrampicarsi per raggiungere la testa del ciclope e verificare, in questo modo, la precisione dell’operazione, l’occhio deve essere colpito dalla punta incandescente del palo, sorretto, per l’estrema lunghezza, da due dei suoi uomini. Il terzo compagno assiste, invece, alla scena come spettatore, con il braccio alzato in un gesto quasi di paura, mentre con l’altra mano sostiene ancora l’otre con il vino per far ubriacare Polifemo. La figura di Ulisse si differenzia da quella degli altri marinai; è vestito con una tunica corta e mantello, oltre ad indossare il tipico berretto conico (pileus), che lo contraddistingue.

Ratto del Palladio

L’episodio narrato attraverso la scultura è assente nell’Iliade, poiché narrato nella c.d. Piccola Iliade e nei testi di scrittori più tardi. Ovidio nel libro XIII delle Metamorfosi racconta tale vicenda. Ulisse e Diomede rubano il Palladio, una piccola statua di Atena, che avrebbe privato la città di Troia della protezione divina. Le figure conservate sono frammentarie: Diomede, di cui sia hanno ancora il braccio e la testa, stringe il Palladio. Ulisse vorrebbe togliere il simulacro della dea dalle mani del compagno per prendersi l’intero merito della missione; l’eroe è rappresentato mentre si muove rapidamente verso Diomede, pronto a sfoderare la spada. Del soggetto sono note altre rappresentazioni scultoree.

Ulisse e Achille (cosiddetto Pasquino)

Questo gruppo statuario viene tradizionalmente detto “Pasquino”, poiché si tratta di un’ulteriore copia dallo stesso originale da cui fu tratto il busto presso Palazzo Braschi a Roma, detto per l’appunto Pasquino nel Rinascimento. L’opera originale era ellenistica, datata intorno al II secolo a.C. e raffigurava Menelao, che sosteneva il corpo ormai senza vita di Patroclo.

A Sperlonga si conservano solo una testa con elmo, una parte del braccio sinistro dello stesso personaggio e le gambe, abbandonate, dell’altro protagonista. Proprio queste stesse gambe hanno permesso agli studiosi di constatare un’interessante particolare, ossia una centra torsione del piede sinistro, una variante mai riscontrata negli altri esemplare della stessa opera. Si è pensato dunque ad un cambiamento rispetto al soggetto originale, così che le gambe apparterrebbero ad Achille, ferito al tallone, trascinato via dal campo da Ulisse.

Lo studioso Bernard Andreae ha evidenziato come sia Ovidio (Metamorfosi XIII ) a dare maggiore rilievo alla figura di Ulisse nella vicenda del recupero delle spoglie di Achille, di cui è protagonista, secondo il racconto omerico, Aiace. Di particolare bellezza la decorazione dell’elmo con la raffigurazione a rilievo di due scene relative alla lotta tra Eracle ed il centauro.

Ganimede

La figura di Ganimede colpisce in particolare per il colore del marmo utilizzato per la realizzazione del corpo, il c.d. “pavonazzetto”, dalle intense venature violacee. Per la testa, invece, venne utilizzato un marmo bianco. La statua si trovava in una condizione veramente frammentaria, ma è stata pazientemente ricomposta all’interno del museo; nel 1994, con l’ausilio di un elicottero dell’Arma dei Carabinieri, un calco della statua (in resina sintetica e polvere di marmo) è stato collocato laddove si trovava originariamente la scultura, ovvero in cima all’apertura della grotta.

Questa è l’unica opera per cui si è, attualmente, realizzata una soluzione di questo tipo, davvero interessante poiché permette al visitatore di godere della originaria organizzazione iconografica e scenografica della grotta, senza, tuttavia, compromettere la corretta conservazione degli originali. Secondo il mito Ganimede era un giovane e bellissimo principe troiano, rapito dall’aquila di Zeus che lo fece trasportare sull’Olimpo, dove divenne coppiere degli dei. Secondo Virgilio proprio tale vicenda era stata causa prima della guerra di Troia.

La “questione” sulle sculture di Sperlonga:

La discussione permane sullo studio stilistico e di conseguenza sulla datazione delle sculture. Gli studi più recenti sembrano concordare sul fatto che si tratti di copie marmoree di originali bronzei, realizzate all’epoca di Tiberio. Altra ipotesi ritiene, invece, che le opere siano delle creazioni originali. La questione è complicata dalla presenza della firma degli artisti posta sul gruppo di Scilla. L’iscrizione si trova incisa su di una tavoletta marmorea sporgente dal castello di poppa della nave e recita:

ATAN[A]DOROS
AGESANDR[O]Y
KAI
AGESANDRO[S]
PA[IO]NIOY
K[A]I
P[O]L[Y]DOROS
POLY[D]OROY
RODIO[I] EPOIESA[N]

tradotto in:

Atanadoro

(figlio di) Agesandro

e

Agesandro

(figlio di) Paionio

e

Polidoro

(figlio di) Polidoro

rodii fecero

Questi stessi nomi, benché privi del patronimico, sono menzionati da Plinio il Vecchio, poiché autori del famoso Laocoonte (Musei Vaticani); la vicinanza stilistica tra le due opere ha suscitato ulteriori dubbi.

I patronimici presenti nella lunga firma del gruppo di Sperlonga sembrano voler richiamare note famiglie di artisti. Secondo lo studioso Bernard Andreae anche il Laocoonte sarebbe una copia della prima età imperiale, derivata da un originale in bronzo di II sec. a.C., relativo alla scuola rodia, ed eseguita dai tre artisti da Plinio, gli stessi di Sperlonga.

Atanodoro, Agesandro e Polidoro sarebbero, dunque, copisti di alto livello della prima età imperiale. Altri studiosi, soprattutto in passato, avevano proposto una datazione delle sculture all’epoca dell’imperatore Domiziano, sulla base dell’iscrizione in esametri incisa su una piccola lastra di marmo, composta da un altrimenti noto Faustinus, per alcuni da riconoscere nel poeta, amico di Marziale.

L‘ iscrizione recita:

Se Mantova potesse restituirci il divino poeta [Virgilio], questi, impressionato dall’immensità dell’opera, si allontanerebbe vinto dall’antro ed egli stesso riconoscerebbe che nessuna poesia potrebbe rappresentare gli inganni dell’ itacense, le fiamme e 1’occhio strappato al semiferino [Polifemo] parimenti appesantito dal vino e dal sonno, le spelonche e i vivi laghi e le ciclopiche rocce, la crudeltà di Scilla e la poppa della nave spezzata dal vortice così come le ha rese l’abilità dell’artista, che solo la Natura [maestra e genitrice di esse] supera. Faustino con gioia [dedica] ai suoi signori”.

Si pensava dunque ad un legame tra questo testo e la sistemazione della grotta, ma oggi si ritiene che l’iscrizione costituisca un documento posteriore, comunque importante per l‘interpretazione iconografica.

Le altre opere nel Museo Archeologico Nazionale di Sperlonga

Il Museo Nazionale venne realizzato in stretta connessione con il sito e raccoglie, oltre ai famosi gruppi scultorei di cui si è scritto, anche altre numerose opere di particolare interesse pertinenti all’area della villa. Relativi alla decorazione della villa stessa e della grotta si ritengono appartenere il rilievo con Venere Genitrice, la serie di maschere teatrali e l’oscillum .

Di particolare interesse e bellezza sono anche le altre sculture esposte nel museo raffiguranti putti, figure di divinità; tra le altre colpisce una fanciulla vestita con chitone e mantello poggiato sulla spalla. Quest’ultima è stata collegata , in via ipotetica, a tre maialini marmorei, che la renderebbero la raffigurazione della maga Circe, creando di nuovo un riferimento al mito di Ulisse.  

Nelle vetrine del museo- che si trovano lungo la galleria- sono raccolti numerosi reperti ceramici, ad esempio lucerne, oggetti di bronzo e di vetro, elementi architettonici. E’ stato messo in evidenza, attraverso il ritrovamento di materiali ben più antichi rispetto alla villa, l’esistenza di una sorta di “collezione” di oggetti d’arte appartenuta ai proprietari: in particolare sono stati rinvenuti due vasi attici a figure rosse, datati alla prima metà del V secolo a.C. e decorati con un tema dionisiaco. La gran quantità di reperti ceramici è stata ordinata secondo i centri produttivi, le tipologie e la datazione. Un percorso praticamente completo è stato ricostruito per la sigillata africana, della quale si sono individuati frammenti anche molto tardi.

Tra i vari resti ceramici sono presenti anche forme tardo antiche che recano una decorazione con raffigurazioni cristiane, come un agnello ed un Cristo benedicente. Una patera di VI secolo è decorata da una figura, interpretata nuovamente come il Cristo o un sacerdote, vestita con una dalmatica (una tunica dalle larghe maniche) e recante una croce. La grande quantità ed anche l’omogeneità dei frammenti ceramici hanno portato a supporre l’utilizzo, per la realizzazione di tali manufatti, della fornace di epoca tarda, sita dietro al cortile della villa.

Foto di Sperlonga, Grotta di Tiberio

http://www.archart.it/archart/italia/lazio/provincia%20Latina/Sperlonga/index.html

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  1. Sperlonga: grotta di Tiberio

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