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Stazio: opere

Stazio: opere

Stazio, le opere

La Tebaide

La Tebaide, pubblicata nel 92 d.C. dopo ben dodici anni di gestazione, è un poema epico che narra della lotta fratricida tra Eteocle e Polinice, figli di Edipo, per il trono di Tebe: maledetti dal padre e istigati dalla furia Tesefone, i due fratelli decidono di salire alternamente al trono, ma, al termine del primo anno di regno, Eteocle non cede il posto al fratello e lo manda in esilio ad Argo.

Qui, Polinice sposa Argia, figlia del re Adrasto, e si allea a Tideo, il quale, recatosi da Eteocle in qualità di ambasciatore, viene scacciato e subisce un agguato. A questo punto si accendono le ostilità, e Polinice organizza, con Tideo e altri cinque eroi, una spedizione contro il fratello. A Tebe, nonostante l’intervento di Giocasta, madre dei due fratelli, scoppia una feroce battaglia, in cui via via muoiono tutti gli eroi; sopravvivono soltanto i due fratelli, che decidono di stabilire l’esito del conflitto con un duello, nel quale, però, muoiono entrambi.

Nuovo re di Tebe è Creonte, che vieta di seppellire i corpi dei nemici: ad esso si oppone la figlia Antigone, che riesce a porre il corpo del fratello Polinice sul rogo di Eteocle; il rogo, a questo punto si divide in due fiamme, a segnalare l’odio reciproco che accompagna i due oltre la morte. Le donne di Argo, allora, si rivolgono a Teseo, re di Atene, affinché spodesti l’indesiderato re; ucciso Creonte, Teseo entra trionfalmente a Tebe, si riappacifica con l’esercito nemico e concede agli avversari la celebrazione dei riti funerari.

L’opera è organizzata in dodici libri, scanditi in due esadi (la prima dedicata agli antefatti, la seconda alla guerra): il modello di riferimento è l’Eneide di Virgilio, non solo per la struttura, ma anche per numerosi episodi e topoi epici. Stazio considera Virgilio un modello inarrivabile e lo imita in modo tanto fedele e palese, che alcuni critici hanno giudicato la Tebaide un’opera manieristica.

In realtà, l’imitazione non è così pedissequa, come dimostra l’assenza di una visione provvidenziale, che, al contrario, era un elemento fondamentale nell’Eneide: per questo e per la crudezza con cui viene rappresentata la ferocia insita nella guerra civile, ma anche per il linguaggio ricco, quasi “barocco”, nonché la tendenza ad enfatizzare i toni patetici e i particolari orridi, Stazio si accosta maggiormente a Lucano. Numerosi, anche gli echi da Ovidio.

Le altre fonti sono il “ciclo tebano” (una saga epica arcaica), forse la perduta Tebaide di Antimaco di Colofone, le tragedie greche (I sette contro Tebe di Eschilo, l’Antigone di Sofocle, Le fenicie e Le supplici di Euripide) e quelle latine (le Phoenissae di Seneca e altre perdute) di argomento tebano.

Le Silvae

Le Silvae sono, letteralmente, una raccolta in cinque libri di “schizzi, bozzetti” di vario argomento, rapidamente impostati in occasioni diverse. Dando questo titolo alla raccolta, composta tra il 92 e il 95 d.C., Stazio vuol lasciare intendere che queste trentadue liriche sono state scritte con disinvoltura, di getto; in realtà, esse sono frutto di una raffinata elaborazione e hanno spesso un carattere erudito ed artificioso.

Le occasioni sono tra le più disparate (nascite, morti, matrimoni, inaugurazioni di monumenti ecc.) e nella maggior parte danno origine a componimenti scritti sotto commissione; altre volte, hanno carattere autobiografico, e assumono toni più spontanei ed intimistici.

Le Silvae, al di là del loro valore artistico, spesso penalizzato da un’eccessiva ricerca di perfezione formale, costituiscono un importante documento della Roma domizianea: una società composta da personaggi illustri, che si muovono in ambienti estremamente lussuosi e in occasioni ufficiali.

L’Achillede

Nello stesso periodo in cui si dedica alle Silvae, Stazio compone il primo libro e circa un centinaio di versi del secondo dell’Achilleide, poema epico che rimane interrotto a causa della sua morte, ma che si proponeva di narrare tutta la vita di Achille, dalla nascita alla morte sotto le mura di Troia.

I versi che ci sono giunti trattano del soggiorno di Achille presso l’isola di Sciro; qui, la madre Teti fa rifugiare il figlio, timorosa per la sua sorte, travestendolo da fanciulla e mescolandolo ad altre donne della corte (tra cui Deidamia, di cui il giovane Achille si innamora). Ulisse e Diomede, però, vengono a sapere dall’indovino Calcante del rifugio dell’eroe, partono alla volta di Sciro e lo smascherano con un ingegnoso espediente: provocano la reazione di Achille, che non riesce a trattenersi dall’afferrare le armi al suono di una tromba di guerra.

Nell’Achilleide, o meglio, in quanto di essa ci rimane, si può notare un cambiamento di registro rispetto alla Tebaide: i toni si fanno ora più intimistici, ora più briosi e divertiti, e si prediligono gli aspetti più sentimentali, piuttosto che quelli orridi e cupi del poema precedente. Non si può escludere, tuttavia, che la scelta dello stile non sia indice di un mutamento di prospettiva, ma dipenda semplicemente dall’argomento trattato e che nelle sezioni che avrebbero narrato della guerra di Troia sarebbero state presenti le consuete immagini truci e macabre.

Bibliografia

  • G. Aricò, Introduzione a Stazio, Palermo 1980.
  • F. Bessone, La “Tebaide” di Stazio: epica e potere, Firenze: Roma 2011.
  • L. Illuminati, Stazio e la poesia, Milano 1936.
  • Stazio, Tutte le opere, a cura di A. Traglia e G. Aricò, Torino 1980.

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