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Stazio: vita

Stazio: vita

La vita di Stazio

Publio Papinio Stazio nasce a Napoli tra il 40 e il 50 d.C., figlio di un maestro di retorica che si dilettava di poesia; con il padre si trasferisce, in giovane età, a Roma, dove si afferma fin da subito come declamatore e poeta, vincendo anche alcuni certamina poetici.

Grazie al suo fascino, conquista rapidamente il pubblico, incantato dalla dolcezza dei suoi versi e dalla raffinatezza della sua elocuzione, gode della protezione di influenti uomini politici e arriva a conquistare lo stesso imperatore, Domiziano, al quale dedica il Bellum Germanicum, poemetto encomiastico.

Queste le parole con le quali Giovenale si riferisce a Stazio: «[…] è un mago / dolcissimo, un ammaliacuori / e la gente lo ascolta rapita. / Per i suoi versi le tribune crollano / ma dopo morirebbe di fame / se non vendesse a Paride l’attore / la sua Agave inedita». (1) I versi di Giovenale permettono di comprendere come Stazio riuscisse a rapire e sedurre il suo pubblico, ma non navigasse nell’oro; anzi – afferma il poeta satirico – era costretto, per sopravvivere, a comporre copioni che, poi, vendeva ai pantomimi.

Angosciato dalle ristrettezze economiche (che pesano, soprattutto, alla moglie Claudia, un’attrice amante della mondanità), amareggiato per le rivalità letterarie, dispiaciuto per alcune critiche mosse alla Tebaide, l’opera che più di ogni altra gli aveva procurato il suo straordinario successo di pubblico, e deluso per la sconfitta riportata ai Ludi Capitolini (quando, in passato, era risultato vincitore agli Augustalia di Napoli e ai Ludi Albani di Roma), decide di tornare nella città natìa, nonostante il disappunto della moglie. Qui, dopo pochi anni, che trascorre dedicandosi intensamente all’attività letteraria, muore attorno al 96 d.C.

Note

  1. Giovenale, Sermones VII, 84-87; traduzione di G. Ceronetti.

 

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