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Storia di Roma antica: linee essenziali

La data della fondazione di Roma viene, per consuetudine, fissata all’anno 753 a.C., sulla base della testimonianza dello storico Varrone, anche se altre fonti riportano indicazioni di date diverse. E’ comunque ragionevole ipotizzare una datazione riferita all’VIII°secolo a.C., anche alla luce dei ritrovamenti archeologici che attestano il progressivo riunirsi dei numerosi insediamenti sparsi, sorti tra XIV° e X° secolo a.C. in particolare intorno al colle Palatino. Tale fenomeno, non nuovo nell’antichità, prende il nome di sinecismo.

Nell’evoluzione della storia della “città eterna” si distinguono, sostanzialmente, tre periodi, contraddistinti da altrettante forme di organizzazione del governo:

  • l’epoca monarchica (753-509 a.C.)
  • l’epoca repubblicana (509-31 a.C.)
  • l’epoca imperiale (31a.C.- 395 d.C. divisione dell’impero in due parti: l’occidentale durò sino al 476 d.C., l’orientale sino all’anno 1453) 

Il periodo della monarchia, secondo quanto riportato dalla tradizione, si caratterizza per la successione di sette re, i primi quattro di origine latina, i successivi tre di provenienza etrusca; è opportuno, peraltro, ricordare l’esistenza di un ottavo re, Tito Tazio, associato al comando supremo già dallo stesso Romolo. La figura e l’operato di questi sovrani sono avvolti dalla leggenda e ciò ostacola la determinazione precisa non solo dei tratti essenziali della loro biografia, ma anche dei loro effettivi poteri: secondo alcuni studiosi il ruolo del sovrano sarebbe stato meramente esecutivo, mentre in base ad altre ricostruzioni i re avrebbero assommato nella loro persona la totalità delle prerogative di governo (legislative, esecutive e sacrali).

Figlio del dio Marte e della vestale rea Silvia, Romolo, primo sovrano nonché fondatore della città, avrebbe contribuito in modo determinante all’espansione e al popolamento dei primi confini di Roma, attraverso una serie di guerre contro le popolazioni limitrofe, in particolare i Sabini. Romolo, inoltre, si fece promotore di un’articolazione della società in tre classi (Tities, Ramnes, Luceres), composte dalle più antiche famiglie che avevano concorso alla formazione del primo nucleo abitato; ciascuno di tali raggruppamenti, a sua volta suddiviso in dieci curie, aveva l’obbligo di fornire un determinato numero di uomini per la fanteria e la cavalleria dell’esercito. Strettamente correlato allo svolgimento dei compiti militari era il diritto delle curie di esprimersi, a livello assembleare, nell’elezione delle magistrature. La figura del successore di Romolo, Numa Pompilio, si connota, invece, per l’impegno religioso: a lui, infatti, si deve la costituzione di numerosi sodalizi sacerdotali, l’adozione di un calendario ripartito in dodici mesi e l’edificazione di templi dedicati alle principali divinità. Un sovrano, insomma, che espresse nel proprio operato uno dei compiti fondamentali del re, ossia quello di punto di riferimento per la vita religiosa del popolo. Con Tullo Ostilio si ebbe, invece, la ripresa dell’impegno bellico da parte del sovrano, mediante una serie di ostilità aperte nei confronti delle popolazioni confinanti. Anco Marzio, dal canto suo, accostò, alle imprese di guerra, un significativo sforzo per dotare la primitiva città di una serie di strutture portuali e commerciali finalizzate ad ampliarne l’area di influenza in modo pacifico. Dopo Anco Marzio, si succedettero tre re appartenenti all’antica dinastia etrusca dei Tarquini, che aveva preso il sopravvento sulla precedente discendenza sabina in seguito ad un intenso flusso migratorio dall’Etruria verso Roma: si tratta di Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo.

Il primo diede un contributo determinante all’inserimento della componente etrusca nel novero del Senato, nonché alla costruzione di numerosi ed importanti edifici pubblici, tra cui il tempio dedicato a Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio. Servio Tullio lega, invece, il suo nome ad una riforma dell’ordinamento sociale, che introdusse per la prima volta il criterio del censo, ossia della ricchezza posseduta: a lui, in particolare, si deve la creazione dei Comizi centuriati e dei Comizi tributi. Tarquinio il Superbo, infine, fu il re che, con la sua condotta crudele e dissoluta, segnò la fine dell’esperienza monarchica e l’avvio di quella repubblicana: detronizzato dalla rappresaglia organizzata contro di lui da Lucio Tarquinio Collatino e da Marco Giunio Bruto per vendicare, secondo quanto riportato dalla tradizione, la violenza perpetrata dal figlio del Superbo, Sesto Tarquinio, ai danni della moglie di Collatino, l’integerrima Lucrezia, l’ultimo re di Roma avrebbe chiesto l’aiuto del lucumone etrusco di Chiusi per rientrare in possesso dei pieni poteri, ma il suo tentativo non ebbe successo. Con Tarquinio si concluse, pertanto, l’età regia e si aprì una nuova epoca, caratterizzata dall’affermazione della res publica.

L’organizzazione repubblicana che si affermò in Roma dopo la fine della monarchia era essenzialmente di carattere oligarchico e in essa i membri delle famiglie patrizie, nonostante il significativo ampliamento dell’influenza plebea, continuarono ad esercitare un ruolo preponderante. Tre erano, fondamentalmente, gli istituti che caratterizzavano l’articolazione della vita civile durante il periodo repubblicano: la magistratura, comprendente l’esercizio, ispirato ai princìpi di annualità e collegialità, di varie cariche deputate ai vari ambiti dell’amministrazione pubblica (opere pubbliche, giustizia, finanza e tesoro, esercito ); le assemblee, che raggruppavano gli esponenti delle famiglie patrizie e plebee per l’esercizio di svariati compiti di natura giuridico elettorale (in età repubblicana si annoverano i comizi curiati, di più antica costituzione; i comizi centuriati, basati su un raggruppamento per censo; i comizi tributi e il concilio della plebe, quest’ultimo affermatosi in seguito all’ iniziativa rivoluzionaria assunta dalle classi sociali meno abbienti e culminata, nell’anno 494-493, nella secessione dell’Aventino); il Senato, la cui denominazione rimanda al termine latino senex: esso, infatti, era composto da uomini autorevoli che avevano compiuto per intero la carriera pubblica e si riunivano per esercitare funzioni consultive intorno all’emanazione di tutti i provvedimenti legislativi.

L’età repubblicana, per comodità di studio, può essere, a sua volta considerata tenendo presenti tre momenti fondamentali che la caratterizzarono: in primo luogo, il periodo compreso tra il 496 e il 275 a.C., contraddistinto da numerosi conflitti, in particolare le guerre sannitiche e le guerre in Magna Grecia, nel corso dei quali Roma ampliò e consolidò il proprio territorio contrastando le mire espansionistiche delle popolazioni limitrofe, tra cui gli Equi, i Volsci, i Sanniti e i Tarantini. A partire dall’anno 264 a.C. e sino al 146 a.C. Roma intraprese, invece, la via del mare, impegnandosi in una serie di guerre (puniche e macedoniche) che la portarono ad estendere il proprio dominio sulla Sardegna, la Corsica, l’Africa del nord, la Macedonia, l’Illiria, l’Anatolia. Grazie all’operato di importanti generali, tra cui i membri della famiglia degli Scipioni, Roma diventò l’autentica signora del Mediterraneo che, non a caso, i Romani definivano mare nostrum!

Ma all’allargamento della dominazione per terra e per mare fece seguito, a partire dal 146 e sino all’anno 31 a.C., una serie di rivolgimenti interni che decretarono la fine della repubblica e la nascita dell’impero. Che cosa era accaduto? Si può rilevare, in modo sintetico, che l’estensione dei confini del dominio romano aveva contribuito a porre in luce, sempre più nettamente, l’inadeguatezza delle istituzioni alle quali da decenni era affidato il governo della res publica, nell’affrontare i nuovi problemi emergenti: le agitazioni rivendicative della plebe, la questione del riconoscimento della cittadinanza ai popoli italici alleati di Roma e la cosiddetta “guerra sociale”, la rivolta servile capeggiata da Spartaco, lo scontro tra il partito degli “ottimati” e quello dei “popolari” culminato nella guerra civile romana del 49 a.C., che vide affrontarsi gli oposti schieramenti di Giulio Cesare e Gneo Pompeo. Come non di rado si può constatare, un’epoca storica contiene, in nuce, i primordi del passaggio ad un’epoca successiva: nel caso particolare, l’espansione di Roma in buona parte del mondo allora conosciuto segnò l’apogeo e, insieme, l’inizio della fine della struttura repubblicana del governo.

Che cosa si deve intendere quando si parla di “impero romano”?

Per convenzione, tale periodo si estende dall’anno 31 a.C., data della sconfitta di Marco Antonio nella battaglia di Azio, o, meglio, dall’anno 27 a.C., primo anno del principato di Ottaviano Augusto, sino al 395 d.C., quando in seguito alla morte di Teodosio I, l’impero venne suddiviso in due parti: una ad Occidente, destinata a cadere nel 476 d.C. per mano di Odoacre; l’altra ad Oriente, caduta in mano turca nell’anno 1453.

Si deve, comunque, rilevare che nel passaggio alla forma imperiale di organizzazione dello stato le precedenti istituzioni non furono abolite, ma semplicemente svuotate delle loro prerogative a tutto vantaggio della figura del princeps, detentore di una serie di funzioni e privilegi (inviolabilità della carica esercitata, impero superiore ed illimitato sulle magistrature, potere di legiferazione) che lo qualificavano capo indiscusso dello Stato romano.

Il periodo alto-imperiale (dal 27 a.C. sino al 284 d.C.) fu segnato dall’avvicendarsi di sovrani di diverse dinastie: la giulio-claudia, comprendente Augusto, Tiberio, Caligola, Claudio e Nerone; la flavia, a cui appartenevano Vespasiano, Tito e Domiziano; la dinastia degli Antonini, con la quale si affermò il principio dell’adozione, comprendente Nerva, Traiano, Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio; la dinastia dei Severi, con cui si fece strada il principio dell’elezione dell’imperatore per acclamazione da parte degli eserciti, comprendente figure quali Settimio Severo, Caracalla, Eliogabalo, Alessandro Severo.

Dopo il periodo dell’anarchia militare, successivo alla scomparsa di Alessandro Severo, si aprì con Diocleziano il periodo del basso impero (284-476), caratterizzato dall’istituzione della tetrarchia, un regime di carattere collegiale che associava alle figure di due Augusti quelle di altrettanti Cesari, e da ricorrenti conflitti per la conquista e il mantenimento del potere. In questo periodo gli imperatori furono sempre meno presenti a Roma e il loro raggio d’interesse e di azione si spostò maggiormente verso Oriente, dove Costantino, a partire dall’anno 324, fece erigere una nuova capitale, chiamata Costatinopoli.

In seguito alla morte di Teodosio I, l’impero romano venne irrimediabilmente diviso in due parti, assegnate ai due figli del defunto imperatore: l’occidentale ad Onorio, l’orientale ad Arcadio. La divisione amministrativa, il potere ormai solo nominale esercitato dal sovrano, la crescente pressione dei barbari sui confini costituirono il complesso di cause che determinarono, nell’anno 476, con la deposizione di Romolo Augustolo da parte del generale Odoacre, la fine dell’impero in Occidente. Diversa, invece, fu la vicenda storica della parte orientale che, a partire dal 395, ma, in modo ufficiale nell’anno 610 con l’ascesa al trono di Eraclio I, si trasformò in impero bizantino, contraddistinto da una spiccata compenetrazione dell’elemento romano con quello greco. Tra le figure di maggiore spicco fra gli imperatori d’Oriente occorre ricordare quella di Giustiniano I, asceso al potere nel 527, al quale si deve l’importante tentativo di renovatio imperii, ossia di ricostituzione dell’antica unità dell’impero mediante una serie di imprese belliche, tra cui la cosiddetta guerra greco-gotica. Segnato dalle controversie religiose che condussero alla rottura con la Chiesa di Roma, l’Impero d’oriente cadde sotto i colpi dell’invasione turca, culminata nel 1453 con la presa di Costantinopoli.

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