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Strumenti musicali nell’antico Egitto

Strumenti musicali nell'antico Egitto

L’utilizzo di strumenti musicali, nell’antico Egitto, era una forma d’arte. Non c’era festa religiosa o profana che si svolgesse senza la presenza di musicisti.

Divinità della musica nell’antico Egitto

Le fonti sembrano essere d’accordo nel designare Hathor, il cui nome significa “il tempio di Horo” (colei che in qualità di matrice celeste contiene Horo, il protettore del faraone), come la divinità più rappresentativa dell’arte musicale. Hathor è dea della gioia, della danza, della musica e dell’ebbrezza. Viene raffigurata come una vacca immensa, che rappresenta il cielo e che offre il suo latte alle stelle. La dea era venerata in tutto l´Egitto, ma la sua residenza per eccellenza si trovava nell´alto Egitto a Dendera, dove è quasi del tutto intatto un tempio tolemaico a lei consacrato. Lo strumento sacro ad Hathor, con il quale viene spesso rappresentata, è il sistro. Anche altre divinità sono, però, legate alla musica e alla danza:

Bastet
per esempio, è la dea musicista rappresentata come una gatta, padrona del focolare e protettrice delle nascite.

Bes
è il signore delle ballerine, raffigurato come uno gnomo barbuto, dal volto leonino, con la lingua spesso penzolante.

Meret
(la beneamata) è la dea della musica strumentale, del canto e della danza ed è rappresentata come una donna, che nel mondo divino ha il ruolo della sacerdotessa musicista.

Tauret
la dea ippopotamo, veglia sulle donne incinte durante il parto, ma, a volte, è accompaganta da Bes, con il quale partecipa alla musica e alla danza.

Uso della musica nell’antico Egitto

L’arte musicale era essenzialmente religiosa e aveva un ruolo fondamentale nella vita dei templi. All’interno di tombe di privati, negli affreschi e nei bassorilievi di luoghi di culto, gli archeologi hanno scoperto numerose scene di musicisti che si esibiscono di fronte alle divinità. Non è raro, infatti, vedere immagini nelle quali è raffigurato il faraone che comunica con un dio attraverso il canto, accompagnato da strumenti musicali.

raffigurazione di musicisti durante un banchetto funebre rinvenuto nella tomba di Amenemhet, databile alla XVIII dinastia.
raffigurazione di musicisti durante un banchetto funebre rinvenuto nella tomba di Amenemhet, databile alla XVIII dinastia.

Inoltre, i servizi resi alla divinità erano intervallati da recite, salmodie e pezzi cantati e, nel corso della cosidetta “uscita del dio”, durante la quale la statua, protetta da un baldacchino e posta su una barca, lasciava il tempio, i sacerdoti e, nel corso del Nuovo Regno, donne musiciste spesso appertenenti a nobili famiglie, seguivano la processione recitando melodie, accompagnati dall’orchestra sacerdotale. Cantanti, ballerini e musicisti non erano presenti soltanto durante le feste che si tenevano nei santuari, ma anche in occasione di festività che univano sacro e profano, come quelle legate ad eventi del calendario agricolo (per la mietitura, per la trebbiatura, per la pigiatura dell´uva) o di ambito amoroso o che celebravano un evento importante del regno del faraone.

La musica era presente in tutte le manifestazioni civili e religiose, nelle battute di caccia, nelle feste e nei banchetti. Nelle grandi cerimonie, vista la prevalenza di strumenti a percussione, o comunque rumorosi quali tamburi, la musica doveva essere fortemente ritmata e chiassosa. La musica in privato doveva, invece, essere molto dolce, per le caratteristiche degli strumenti utilizzati: l´arpa, il liuto, il flauto. Sembra che fosse la voce ad accompagnare gli strumenti e che particolarmente apprezzate fossero le cantatrici siriane. L’orchestra era molto semplice ed era composta da due arpe e due flauti.

Sono arrivati a noi i nomi di diversi musicisti: cantori, strumentisti, direttori dei cantori. Ad esempio, la cantante Iti è raffigurata con l´arpista Hekenu in un rilievo della necropoli a Saqqara, databile all’epoca della V dinastia. La musica sacra era regolata dai sacerdoti, i quali si opposero sempre a ogni tentativo di modificare i riti e i canti ad essa relativi. Questi erano di loro esclusiva pertinenza e solo dal XVI secolo a.C. alle donne, purchè di famiglia sacerdotale, fu permessa la pratica di questi cerimoniali.

Danzatrici e suonatrice di flauto, da una parete della tomba di Nebamun a Luxor, databile al 1370 a.C.
danzatrici e suonatrice di flauto, da una parete della tomba di Nebamun a Luxor, databile al 1370 a.C.

Già nel corso dell’Antico Regno (2700-2190 a.C.), la musica egiziana aveva raggiunto un certo livello di perfezionamento. A seguito delle varie campagne militari susseguitesi nel tempo, la cultura musicale egizia subì progressivamente delle contaminazioni da parte dei popoli sottomessi.

Alcuni scavi hanno portato alla luce i primi strumenti musicali egizi, come bacchette dalla forma di fusti di giunco e tavolette, strumenti simili a boomerang che, battuti l’uno contro l’altro, accompagnavano le danze rituali. A questi sono da aggiungere rinvenimenti di campanelle con funzione sacrale, le quali venivano fatte tintinnare agitandole, o gioielli ai quali erano applicati sonaglietti o conchiglie che, oltre ad essere oggetti per l’ornamento della persona, risuonavano scossi insieme. Le iscrizioni geroglifiche delle tombe e le raffigurazioni della tecnica di suonare gli strumenti hanno permesso di risalire ai nomi che gli Egizi davano ad ognuno di essi.

Strumenti musicali dell’antico Egitto

Uno strumento del quale ci sono giunte notizie fin dalla preistoria egizia è il sistro (1): un sonaglio munito di dischi di metallo infilati su una o più bacchette. Il suono veniva prodotto attraverso lo scuotimento dello strumento. Con il sistro veniva sovente raffigurata la dea Hathor e, in antico egiziano, il nome di questo strumento si traduce con il termine seshesh (sSS) che, con tutta probabilità, è una parola onomatopea che rievoca il rumore che la vacca, raffigurazione della divinità, provoca quando si sposta tra le distese di papiro.

Questo strumento era perlopiù suonato dalle donne all’interno dei templi, durante le feste dedicate alla dea e il suo suono aveva il potere di scacciare il male e le forze negative. Esistevano due tipi diversi di sistro: il sakhm, una cornice in legno munita di un manico all’interno del quale anelli metallici si sfregavano fra loro quando veniva scosso e il saischschit, composto da un manico prolungato terminante con la forma della testa della dea Hathor, dalle corna della quale partivano fili metallici a forma di ferro di cavallo o con una estremità ricurva, che provocavano un suono toccando la cornice.

Nefertari che suona un sistro, rilievo dal tempio piccolo di Abu Simbel
Nefertari che suona un sistro, rilievo dal tempio piccolo di Abu Simbel

Il mat era uno strumento a fiato con tre o quattro fori per le dita, che produceva una scala di note limitate e ad ampi intervalli.

Il bint era una grande arpa ricurva, provvista di appoggio a terra e veniva suonata da un musicista accovacciato. L’arpa era suonata da musicisti di entrambi i sessi, mentre il flauto e il doppio clarinetto potevano essere suonati solo dagli uomini. Le analisi acustiche effettuate sugli strumenti dell’Antico Regno hanno rivelato che la musica dell’epoca aveva un suono grave, dolce e come in sordina. Durante il Medio Regno (2160-1786 a.C.), invece, il timbro cambia completamente e la danza, un tempo lenta e pudica, diventa sempre più movimentata, quasi a livelli orgiastici e, sotto la diretta influenza della dinastia Hyksos (1730-1530 a.C.), risente degli scambi con le civiltà asiatiche.

I beduini provenienti dall’est introdussero la lira, uno strumento che presentava da cinque a diciotto corde, con un telaio quadrangolare, comprendente una cassa armonica di legno, due braccia e una traversa. Le corde erano tese di fronte alla cassa e scorrevano, passando su un ponticello, fino alla traversa, ed erano riunite alla base della cassa di legno con un anello di bronzo.

Durante il Nuovo Regno (1552-1069 a.C.), il rinnovamento della vita sociale e politica, dovuto alle conquiste e all’espansione dell’impero egiziano, coincise con una rinascita dell’arte musicale. Tra le nuove tipologie di strumenti, gli archeologi hanno osservato sulle tombe tebane diversi modelli perfezionati di tavolette da battere una contro l’altra lavorate in avorio, osso o legno.

Le arpe, che compaiono nell’iconografia a partire dal 2550 a.C. e che vengono chiamate baiart, cominciano ad essere decorate e diventano più alte obbligando, quindi, il musicista a suonarle in piedi. Dalla testimonianza di Giuseppe Flavio (I secolo d.C.), storico e generale ebreo, sappiamo che l’arpa egiziana era enarmonica, cioè basata approssimativamente sulla scala LA-FA-MI-DO-SI, con tante ripetizioni nelle ottave più alte e più basse, quante ne permetteva il numero delle corde.

Lo strumento tipico del Nuovo Regno era, però, il liuto a collo allungato, costituito da una cassa di risonanza ovale a forma di mandorla, ricoperta con una pelle rossastra. Era uno strumento a pizzico e, nell’iconografia egizia, troviamo liuti di varie forme; addirittura in alcuni di essi riconosciamo la tipica forma a ¨otto¨ della chitarra.

Comparve anche un nuovo strumento, proveniente dall’Asia, una sorta di oboe composto da due tubi collegati tra loro ad angolo acuto.

Nel corso delle feste religiose e popolari, il sottofondo musicale era dato non solo dalla schiocco delle dita, ma anche da una serie di strumenti idiofoni e a membrana. All’inizio le bacchette, chiamate crotali, che venivano battute una contro l’altra erano fabbricate in legno, avorio e più avanti in metallo. Le più antiche erano stilizzate, in seguito assunsero l’aspetto di mani o di avambracci perchè, in questo modo, si voleva ricordare che si trattava di una trasposizione musicale del battere le mani. Molti esemplari rimasti sono intagliati anche a forma di teste umane o animali. A questi strumenti molto diffusi si aggiungevano i cembali, l’origine dei quali era asiatica, e erano conosciuti in Egitto a partire dalla XVIII dinastia (1552-1314 a.C.). Le campanelle di bronzo o di ceramica, invece, comparvero nel corso del Nuovo Regno. Esisteva anche una moltiplice quantità di tamburi di legno, terracotta o pelle, di forma rotonda o triangolare, secondo la moda asiatica.

Rilievo dipinto con scene di musica e danza, databile alla V dinastia
Rilievo dipinto con scene di musica e danza, databile alla V dinastia

Fra gli strumenti a fiato il più diffuso era il flauto. La misura poteva variare da venticinque centimetri fino a un metro. Quando era corto il musicista lo teneva davanti a sè in orizzontale, mentre quando era più lungo lo suonava in obliquo, per dirigere il soffio d’aria sul bordo di una della estremità. Spesso era realizzato in giunco e aveva il bocchino di papiro. Gli intervalli da foro a foro corrispondevano approssimativamente a toni e semitoni.

Lo strumento reale era, però, la tromba, chiamata cheneb. Essa aveva, generalmente, un diametro notevole e un ampio padiglione e serviva a dare segnali militari e a comunicare a distanza gli ordini del capo all’esercito, grazie al suo suono grave e rauco. Sono da citare le due trombe militari rinvenute nell’anticamera della tomba di Tutankhamen, in argento e in rame. Le campane di legno sono stuccate e dipinte con cartigli del Re.

In epoca romana comparvero altri strumenti a fiato, come il flauto traverso, l’aulos, il corno, la buccina e l’organo idraulico, che fu inventato nel III secolo a. C. dall’egiziano Ctesibio di Alessandria e era funzionante ad aria, ma sulla base del principio idraulico dei vasi comunicanti.

Tradizioni musicali dell’antico Egitto

Presso le civiltà antiche, la musica era di tradizione orale. E’ probabile che, nell’antico Egitto, anche se non si può parlare di una vera e propria notazione, sia esistita una grafia musicale che dava indicazioni di tipo ritmico e melodico. Ad esempio, a partire dal Medio Regno, le lettere (y) e (h) stanno, talvolta, ad indicare segni musicali corrispondenti a vocalizzi di cantanti.

Una caratteristica della pratica musicale egizia era la “chironomia“, cioè la direzione di un complesso musicale mediante alcuni gesti e movimenti della mano. Questa venne trasmessa agli antichi Greci e la ritroveremo direttamente nel Medioevo, poichè sarà all’origine della scrittura neumatica (2). Il chironomo egiziano era, a volte, contemporaneamente, anche cantante e stava accovacciato di fronte ai musicisti, facendo gesti con le mani dal significato ritmico e melodico. I movimenti chironomici che più frequentemente compaiono sono il pollice che tocca l’indice e va a formare una specie di anello e la mano con le dita tese.

Gli studiosi ritengono che questi due diversi e ricorrenti atteggiamenti della mano stiano ad indicare, in termini di armonia, la nota fondamentale e la quinta. I successivi gradi di una scala sarebbero indicati dalla differente inclinazione del braccio rispetto all’avambraccio, per cui più acuto è l’angolo, più acuta è la nota. Pertanto è possibile ricostruire numerose scene musicali, che non hanno, ovviamente, una dimensione temporale che ci permetta di ricreare e far rivivere una vera e propria sequenza di suoni. Uno dei problemi maggiormente dibattuto dagli studiosi è stato quello di accertare l’esistenza dell’armonia (3) nella musica egiziana.

Osservando i dipinti e le scene a rilievo, si è subito portati ad affermare che gli Egiziani conoscessero l’armonia, in quanto spesso compaiono degli insiemi strumentali, che probabilmente, realizzavano delle combinazioni simultanee di suoni. A sostegno di questa ipotesi, vengono in aiuto alcuni strumenti musicali tra i quali il liuto, l’arpa e il doppio clarinetto. Attraverso lo studio di un liuto proveniente dalla tomba di Harmose a Tebe, del quale sono stati trovati i frammenti di tre corde di uguale spessore, si è ipotizzato che una delle tre corde fungesse da nota base, quasi una sorta di bordone, e che le altre due fossero accordate all’unisono e suonate insieme come una sorta di mandolino.

Gli studiosi pensano che gli arpisti accompagnassero i canti con accordi formati, generalmente, da note lungamente tenute o ripetute ritmicamente. Misurando la lunghezza delle corde e osservando la posizione delle mani sullo strumento sono stati calcolati gli intervalli più frequenti: la quinta e l’ottava. Una testimonianza musicale di notevole importanza proviene dalla famosa mastaba di Ptah-hotep a Saqqara, in quanto il chironomo raffigurato esegue due movimenti diversi contemporaneamente: la mano sinistra, che ha il pollice e l’indice che si toccano, indica la fondamentale e la mano destra, con le dita tese, la quinta. Questo documento indica chiaramente l’uso nella musica egizia di suoni simultanei e quindi l’esistenza di un’armonia. È presumibile che la melodia eseguita dalla voce o da uno strumento, o da entrambi, fosse accompagnata da accordi di quarta, quinta e ottava, ossia da intervalli considerati naturalmente consonanti.

Autori greci e latini sulla musica dell’antico Egitto

Gli autori classici ci hanno tramandato molte notizie più o meno leggendarie sull’origine della musica e sugli strumenti in Egitto. Plutarco (II secolo d.C.) sosteneva che il dio Thoth avesse inventato la musica e che Osiride in persona la usasse nella sua missione di civilizzazione del mondo. Platone (fine V-inizi IV secolo a.C.) lodava la perfezione del modello musicale egiziano, mentre si ritiene che Pitagora (VI secolo a.C.) avesse costruito le sue teorie musicali proprio sul suolo egiziano. Dione Cassio (III secolo d.C.) stabilì che la musica egiziana dovesse essere direttamente collegata con l´astronomia. Plutarco narrò anche che gli abitanti di Busiris e Lycopolis evitavano la tromba, perchè il suo suono aspro e stridente richiamava il dio Seth. Diodoro Siculo (I secolo a.C.) attribuì la scoperta della lira al dio Thoth, mentre Erodoto (V secolo a.C.) menzionò l’aulos e descrisse la musica che accompagnava le cerimonie annuali della città di Bubastis.

Non è certa del tutto l´influenza che la musica egiziana ebbe sul mondo classico dei Greci e dei Romani anche se essi, affascinati dalla storia di questa straordinaria civiltà, si dichiararono debitori in molti campi del sapere, includendo la musica. La stessa letteratura egiziana è ricca di riferimenti musicali: in una delle storie leggendarie di magia sul faraone Cheope per esempio, appare un gruppo di dee travestite da musiciste itineranti. In un testo del Nuovo Regno troviamo un inno ad Amon impiegato per la liturgia:

“Io canto a te, ebbro della tua bellezza con le mani sull´arpa del cantore. Io insegno ai fanciulli dei cantoria celebrare la bellezza del tuo volto”; e in un altro di epoca tolemaica, un frammento di un canto funebre chiamato “Lamentazioni di Iside e Nephthys“:

“O bel suonatore di sistro, torna a casa tua, affinchè possa vederti. O bel giovinetto, torna a casa tua: è tanto tempo che io non ti ho visto. Il mio cuore è in affanno per te, i miei occhi ti cercano”.

Note

  • (1) Il sistro è ancora usato ai giorni nostri, durante le messe copte in Egitto, in tutto il Medio Oriente ed in Etiopia.
  • (2) La chironomia venne utilizzata da Guido D’Arezzo, con l’ingegnoso sistema della “mano armonica” o “guidoniana”, secondo il quale la successione dei suoni veniva fatta corrispondere alle falangi e alla punta delle dita.
  • (3) Per armonia si intende la combinazione e l’esecuzione simultanea di due o più suoni. Nella storia della musica occidentale, si fa risalire l’origine dell’armonia intorno al IX secolo d.C., ma è probabile che essa fosse già in uso assai prima.

Bibliografia

  • Divinità dell’antico Egitto, collana Hachette ad uscita mensile, 2004, pagg. 7-10.

2 Commenti su Strumenti musicali nell’antico Egitto

  1. Buongiorno
    ho trovato questo articolo molto ben fatto e davvero interessante.
    Stavo facendo una ricerca per un mio sito che si occupa di musica a largo raggio.
    parmamusica.com/
    Metterò il link del suo sito nel mio e la citerò come una delle fonti, se me lo permette,
    Le auguro un buon lavoro.
    Cordiali saluti
    Gilbert

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