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Sumhuram

Sumhuram

Sumhuram: una città sulle coste dell’Arabia

Sumhuram (nel territorio di Khor Rori) è una città portuale fortificata posta nella zona meridionale del Sultanato dell’Oman, a circa 40 km ad est della moderna città di Salalah, il capoluogo della regione del Dhofar.

Venne fondata dal regno dello Hadramawt da cui dipendeva politicamente. Dalla particolare conformazione geografica in cui si trova il sito, si può ben capire come mai venne scelto proprio questo luogo per farne un avamposto commerciale. Infatti, la città fortificata sorge su un’altura, posta in posizione dominante rispetto al territorio circostante ed alla laguna formata dall’estuario del wadi Darbat.

Se raggiunta dal mare la città è protetta da due promontori, ai lati dello wadi sopracitato, uno ad ovest detto Inqitat Taqah ed uno ad est detto Inqitat Mirbat. Possiamo da questo ben immaginare che la posizione le permetteva un incisivo controllo sul territorio circostante, e la conformazione dell’estuario del wadi ne faceva un porto particolarmente sicuro e protetto.

Inoltre questo avamposto commerciale si trovava in prossimità della regione produttrice della migliore qualità d’incenso (l’albero della Boswellia Sacra Flueck), il Nejd, che si estende nell’area pre-desertica appena alle spalle delle montagne che si affacciano sulla costa del Dhofar.

Sumhuram

Già nel Periplo del Mare Eritreo viene menzionata l’esistenza della città di Sumhuram, qui il sito però è citato con il nome di Moscha Limên, e vi viene affermata la supremazia commerciale di Qana, considerata il luogo di raccolta dell’intero incenso prodotto in Arabia Meridionale. Si dice che le navi provenienti dall’India svernassero a Sumhuram, protette dai marosi dell’Oceano Indiano; e che i carichi d’incenso dovessero essere registrati ed approvati dall’autorità reale predisposta, cosa che fa presupporre una permanenza stabile del personale amministrativo nella città.

Scoperta e storia degli scavi

Le prime notizie sulla città di Sumhuram sono da attribuire a Thomas Bent nel 1895. Egli pubblica una relazione nel Geographical Journal in cui parla del suo viaggio nella regione del Dhofar. Qui rimase colpito dalle bellezze naturali del luogo e s’imbatte per caso nelle rovine dell’antica città che menziona in questo modo: «dove l’estuario del fiume forma un calmo e largo lago, separato dal mare solo da una striscia di sabbia da cui l’acqua fluisce durante l’alta marea. Intorno a questo lago si trovano le rovine di antichi edifici.» (Avanzini 2008).

Per quasi 60 anni quella di Bent resta l’unica notizia della città; la situazione cambia durante il 1952 quando F. P. Albright e W. Phillips, che guidano la missione archeologica dell’American Foundation for the Study of Man (AFSM), decidono d’intraprendere lo scavo della città. L’attività di scavo si protrasse per un anno per poi interrompersi e riprendere per pochi mesi nel 1960; questa seconda missione venne diretta da R.L. Cleveland che ottenne importanti informazioni riguardanti la cultura materiale.

Dal 1996 la Missione Archeologica Italiana in Oman (IMTO) dell’Università degli Studi di Pisa, diretta da Alessandra Avanzini, ha ripreso gli scavi a Sumhuram. Dal 2000, Sumhuram e tutta l’area che la circonda, sono state inserite nel patrimonio dell’UNESCO per l’importanza storica e la bellezza incontaminata del luogo.

Sumhuram

Origine del nome

Durante la prima missione americana furono rinvenute alcune iscrizioni incise lungo il percorso della porta della città. L’epigrafista A. Jamme le tradusse e vi trovò l’antico nome della città. La doppia scrittura S1mhrm e S1mrm, presente nelle iscrizioni, è stata vocalizzata come Sumhuram.

Il nome della città è molto interessante, poiché ha un parallelo nel nome di uno dei re del regno dello Hadramawt. Esso regnò probabilmente durante il III sec. a.C. e visto che le testimonianze archeologiche rimandano la fondazione della città proprio a questo periodo, si può immaginare che fu questo re a volerne la costruzione. Questa pratica è tutt’altro che comune nei regni sudarabici; l’unico parallelo che troviamo si trova nel Jawf, per la città di Abu Thawr che prese il nome dal mukarrib sabeo Yatha‘amar.

Il re dello Hadramawt avviò un processo di colonizzazione di un nuovo territorio, che sarebbe diventato un punto strategico per lo sviluppo economico del regno. Esso non intervenne direttamente nella costruzione della città, ma esercitò il suo controllo tramite funzionari statali inviati sul posto. Dalle iscrizioni rinvenute, la città venne colonizzata da abitanti provenienti dalla capitale del regno, Shabwa.

Nel corso dei secoli è molto probabile che anche altre comunità abbiamo vissuto a Sumhuram; il ritrovamento di una statuetta di una divinità danzante indiana, potrebbe indicare la presenza di una piccola comunità indiana.

Storia

Nel territorio che circonda Sumhuram, vi sono testimonianze inequivocabili di una lunga tradizione insediativa. Prima la Transarabian Expedition of The Southwest Missouri State University diretta da J. Zarins, poi la Missione Italiana nel Dhofar hanno dimostrato che a partire dall’età protostorica le zone del Dhofar, sia costiera che interna, erano abitate da popolazioni con diverse strutture socio-politiche.

Sulla costa vi erano insediamenti, probabilmente occupati su base periodica, che basavano la loro sussistenza sulla pesca e la raccolta di molluschi (sono detti shell-middens e possono essere datati al IV millennio a.C.). Nella piana che va dalla costa alle montagne vi erano insediamenti permanenti controllati da fortezze come Ain Humrain; la loro sussistenza si basava sull’agricoltura e l’allevamento di caprovini e bovini. Nella zona dell’altopiano del Jabal Qara e del Nejd, gli insediamenti erano connessi a gruppi pastorali e si traducevano in semplici ripari in grotta. Anche nella regione desertica, nei pressi di un’oasi, troviamo un insediamento molto importante come la fortezza di Shisr che controllava la via carovaniera.

La fondazione della città di Sumhuram, in questo contesto culturale, fu opera di coloni dell’Hadramawt, e venne inizialmente inquadrata dagli studiosi tra il I sec. a.C. ed il I sec. d.C.. Questa tesi sembrava suffragata dalle indicazioni epigrafiche presenti nelle iscrizioni trovate all’interno della città. Il proseguimento degli studi e l’analisi dei dati archeologici messi in atto dalla IMTO, hanno permesso di retrodatare la fondazione della città al III sec. a.C.; si è anche chiarito il suo ruolo di colonia del regno dello Hadramawt, politicamente gestita e sorvegliata dall’autorità centrale. La sua fondazione precede di alcuni secoli quella di un altro grande porto del regno dello Hadramawt, Qana. Ciò ci permette di capire che, nella prima fase abitativa, Sumhuram non fungeva da tappa intermedia fra il punto di raccolta dell’incenso (il Nejd) e lo snodo commerciale (Qana), ma aveva un ruolo attivo nel commercio.

Le testimonianze archeologiche permettono di affermare che la città, fra il I ed il III sec. d.C., ebbe un forte sviluppo economico. L’abbandono di Sumhuram è stato post-datato nel corso del V sec. d.C. per motivi sia ambientali che politici. La formazione della lingua di sabbia, che tutt’ora è presente, nel punto di contatto fra la laguna ed il mare fece sì che il porto divenisse inutilizzabile e certamente provocò forti danni all’economia della città.

Sumhuram
Sullo sfondo il mare, gli Inquitat e la striscia di sabbia che chiude l’estuario dello wadi. (Foto di Silvia Lischi)

Bibliografia

Avanzini A.

  • 2002 – «The history of the Khor Rori area. New perspectives» in Khor Rori. Report 1, Arabia Antica 1, Pisa, pp. 13-27.
  • 2008 – A Port in Arabia between Rome and the Indian Ocean (3rd C. BC – 5th C. AD). Khor Rori. Report 2, «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER, Roma.

Albright F.P.

  • 1982 – The American archaeological expedition in Dhofar, Oman (1952-1953), PAFSM VI, Washington.

Cleveland R.L.

  • 1965 – An ancient South Arabian necropolis, objects from the second campaign (1951) in the Timna’ cemetery, Publications of the American Foundation for the Study of Man IV, Baltimore.

de Maigret A.

  • 1996 – Arabia Felix. Un viaggio nell’archeologia dello Yemen, Rusconi, Milano.

Le immagini sono tratte da Google Earth e rielaborate dalla scrivente.

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