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Tavola di Polcevera

Tavola di Polcevera

Il contesto della Tavola di Polcevera

A partire dalla fine dell’Età del Ferro (VIII secolo a.C.), in Italia, si deliniano dei veri e propri popoli o delle compagini, che preesistono alla conquista che venne attuata da Roma fin dal IV secolo a.C.

Nell’Italia nord-occidentale troviamo i Liguri, che erano divisi in varie tribù e occupavano la zona compresa fra l’attuale Liguria fino a Nizza, l’odierno Piemonte, parte della Lombardia, le Alpi Apuane e la Lunigiana.

Per molto tempo il ligure è stata ritenuta una lingua non indoeuropea, in realtà essa ha molte affinità con il celtico, la lingua parlata dai Galli, i quali scesero in Italia a partire dal VI-V secolo a.C., costringendo i Liguri a spostarsi in un territorio più ristretto e limitato prevalentemente all’attuale Liguria. Fin dalla prima venuta dei Galli in territorio italico, troviamo iscrizioni nella loro lingua, nella zona delle Alpi Lepontine, chiamata leponzio (termine con il quale si indicano per comodità le iscrizioni galliche attestate in Italia prima della vera e propria invasione di questo popolo del IV secolo a.C., che è annoverata nelle fonti storiche, in particolare in Livio, come il primo sacco di Roma ad opera dei Galli Senoni).

Le fonti antiche parlano spesso dei Liguri: le prime testimonianze del loro nome le troviamo a partire dal VII secolo a.C., anche se sono notizie che si limitano a cenni sulla loro collocazione geografica. Diodoro Siculo (I secolo a.C.), invece, descrive in modo dettagliato le loro abitudini e i loro usi e costumi, scrivendo che essi abitavano una zona impervia e coperta di alberi, cosicchè passavano la maggior parte del tempo ad abbatterli. Nonostante l’asperità del suolo riuscivano ad ottenere qualche coltura, anche se impiegavano molta fatica. Anche le donne erano abituate a lavorare come gli uomini e andavano a caccia, con la quale integravano l’alimentazione. Le loro abitazioni erano in grotte o capanne.

Tuttavia, ad una relativa ricchezza di fonti storiografiche, si contrappone una scarsa e molto frammentaria documentazione archeologica. Esistono, infatti, poche attestazioni della lingua ligure e, per la maggior parte, sono su supporto di pietra, in particolare stele. Ciò non è casuale, in quanto è probabile che sia il riflesso di un mondo culturale nel quale le forme di organizzazione economica e sociale erano rimaste ad un livello arcaico e ancora in parte primitivo: il territorio era ancora organizzato in piccoli nuclei sparsi e in piccoli villaggi poco popolati.

Fra le testimonianze dirette della lingua ligure, studiate dai professori Adriano Maggiani e Aldo Luigi Prosdocimi, abbiamo quattro stele provenienti dalla Lunigiana, due delle quali sono quasi del tutto illeggibili. Esse sono databili al 500 a.C. circa e presentano un alfabeto di tipo etrusco in lingua ligure.

Tavola di Polcevera e testimonianze indirette della lingua ligure

Fra le testimonianze indirette della lingua ligure, la più importante è senza dubbio la cosidetta tavola di Polcevera, oggi custodita al Museo Civico di Archeologia Ligure di Pegli (1). Si tratta di un documento epigrafico (2) di forma quasi quadrata, ben conservato, alto 38 cm, largo 48 e spesso 0,2, su lamina bronzea con tracce di argento, databile al 117 a.C., periodo in cui il territorio ligure è ormai sottoposto ai Romani, infatti la tavola è scritta in alfabeto latino. Tramite questa testimonianza, è possibile leggere i nomi di due tribù liguri e, inoltre, venire in contatto con una parte della vita di questa compagine e con i suoi rapporti con Roma.

Ritrovamento

La tavola fu rinvenuta nel 1506 nel greto del torrente Pernecco a Pedemonte di Serra Riccò da un contadino del luogo, Agostino Pedemonte, mentre era intento a zappare un pezzo di terreno. Essa fu venduta ad un calderaio genovese, ma la notizia del suo ritrovamento giunse allo storico e vescovo Agostino Giustiniani, che ne impedì la fusione e ne suggerì l’acquisto al governo della Repubblica di Genova. Il testo, pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1520 da Jacopo Bracelli, cancelliere della Repubblica di Genova, fu poi tradotto in italiano dallo stesso Giustiniani, che lo riportò nei suoi “Annali” nel 1537, dandone un’ampia descrizione. Oltre al Giustiniani numerosi altri autori parlano della tavola di Polcevera, tra questi il politico e storico genovese Girolamo Serra.

Contenuto della tavola

La tavola documenta una sentenza, emessa dal Senato romano e disposta su 46 righe, che due magistrati romani, i fratelli Minuci Rufi (i nomi dei quali sono ben visibili in alto nel testo dell’iscrizione), pronunciarono su una questione di confini che divideva i Genuates, gli abitanti di Genova, e i Viturii Langenses, che abitavano nell’alta Val Polcevera (3). Dal nome dei due estensori la sentenza è nota anche come Sententia Minuciorum.

A quell’epoca Genova, città alleata dei Romani, aveva una certa autorità sulle popolazioni dell’entroterra, che oltre a disporre di un proprio territorio, ager privatus, possedevano e coltivavano terreni facenti parte del cosiddetto ager publicus. Il contenzioso era stato originato dal fatto che i Viturii intendevano consolidare ed ampliare la loro presenza su quest’ultimo, contrastati dai Genuates. Alcuni decenni prima della Sententia, poco dopo la ricostruzione di Genova e la conquista romana dell’entroterra, intorno al 200 a.C., i Viturii erano venuti in contrasto con i Genuati riguardo all’uso dei terreni comuni, che non appartenevano a nessuna delle due tribù, ma allo Stato romano per diritto di conquista.

Le terre dei Viturii, confiscate dai vincitori, furono in parte riassegnate a loro come ager privatus: di queste terre avevano il pieno possesso e potevano trasmetterle agli eredi; un’altra porzione, più vasta, l’ager publicus fu in parte assegnata ai Genuati e in parte concessa agli stessi Viturii Langenses, in cambio di un tributo (vectigal) da versare ai Romani tramite i Genuati. I Viturii, per l’aumento della popolazione e la necessità di ulteriori guadagni, anche per far fronte ai tributi da essi dovuti ai Romani, alle attività pastorali avevano affiancato l’attività agricola e avevano trasferito i loro insediamenti più a valle per disporre di terreni più fertili e adatti alla coltivazione di grano e foraggio. In seguito a ciò vennero in conflitto con i Genuati, che non volevano rinunciare alla loro supremazia economica sull’entroterra.

La controversia si era fatta molto aspra, tanto che i Genuati, nel corso della contesa, avevano anche imprigionato alcuni Langensi che avevano disobbedito al divieto di accedere ai terreni che i genovesi ritenevano di loro proprietà. Il territorio conteso era attraversato dalla via Postumia, costruita nel 148 a.C., strategica per i collegamenti tra Genova e la Pianura Padana, cosicchè i consoli e il Senato decisero di intervenire direttamente inviando in esplorazione i due magistrati citati nel testo, Quinto e Marco Minucio Rufo, i quali, dopo un accurato sopralluogo sul territorio, tornarono a Roma ed emisero, di fronte ai delegati delle due parti in causa, la sentenza, resa esecutiva dal Senato il 13 dicembre dell’anno 637 di Roma (117 a.C.).

Con il loro arbitrato, i Romani non intesero imporre la loro legge, ma sancire dei rapporti giuridici preesistenti tra Genova, città confederata ma formalmente autonoma, e una comunità ad essa soggetta, con una precisa definizione dei confini dei terreni contesi e delle modalità di utilizzo degli stessi da parte dei due contendenti ed anche, in misura minore, di altre comunità liguri citate nel testo della tavola.

Con la sentenza, inoltre, furono definiti i confini dell’agro privato dei Viturii Langensi, sul quale essi non dovevano pagare alcun tributo. Nell’agro pubblico, del quale furono ugualmente stabiliti i confini, avevano un diritto d’uso sia i Genuati che i Langensi, ma questi ultimi erano tenuti a corrispondere all’erario genovese un tributo annuo di 400 vittoriati, eventualmente pagabile in natura (grano o vino). L’eventuale futura assegnazione di terre entro l’agro pubblico a singoli coloni Langensi o Genuati sarebbe stata decisa dalla comunità dei Langensi stessi, la quale avrebbe percepito una tassa dai nuovi coloni.

Esisteva, inoltre, una porzione dell’agro pubblico, definito ager compascuus, destinato ad usi comuni (pascolo, raccolta di legna) del quale, oltre a Langensi e Genuati, usufruivano anche altre comunità liguri della Val Polcevera (Odiati, Dectunini, Cavaturini e Mentovini), sotto determinate condizioni. Infine una clausola della sentenza stabiliva il rilascio dei Langensi imprigionati a seguito della controversia.

In seguito alla vertenza vennero posti alcuni cippi di confine e le regole definite dalla sentenza sarebbero rimaste in vigore per alcuni decenni, ma già in età augustea (30 a.C.-14 d.C.) i villaggi dell’entroterra iniziarono a spopolarsi, provocando la fine dell’economia agro-pastorale dei Langensi e delle altre popolazioni dell’interno. Molti Liguri, che nel frattempo avevano acquisito la cittadinanza romana, abbandonarono le campagne e si trasferirono a Genova per lavorare come artigiani, operai e piccoli commercianti; i più giovani, per migliorare la loro posizione sociale, si arruolavano nelle legioni romane.

Tentativi di individuare i luoghi della controversia

Gli storici hanno tentato di individuare il territorio oggetto della controversia, seguendo i dati riportati sull’iscrizione, ma i nomi attuali dei monti, dei torrenti e delle valli sono completamente diversi dai toponimi usati dagli antichi Liguri e annotati dai fratelli Minuci nella sentenza. Secondo le ricostruzioni più accreditate, la zona in questione è situata nell’alta Val Polcevera, nel territorio dei comuni di Campomorone e Mignanego, ma si estende anche a zone che oggi appartengono ai comuni di Ceranesi, Fraconalto e al quartiere genovese di Pontedecimo, fino alla linea appenninica segnata dai monti Taccone e Capellino.

L’agro privato aveva al suo centro la collina, sulla quale oggi si trova il paese di Langasco (e dove allora sorgeva la fortificazione dei Langensi), e comprendeva le aree tra i torrenti Verde e Riccò. La via Postumia attraversava quest’area sul crinale che divide le due valli, tra le attuali località di Madonna delle Vigne (Mignanego) e Pietralavezzara (Campomorone), in vista del Passo della Brocchetta. L’agro pubblico, più vasto, comprendeva al suo interno l’agro privato ed era delimitato dai torrenti Verde e Riccò. Sono citati alcuni luoghi fortificati, in parte rintracciabili, come il castello detto Aliano, posti sui crinali dei monti che dominavano i vari passi appenninici.

Due dei cippi posti come linee di confine fra i possedimenti sono stati identificati: il primo si trova su un’altura nei pressi della località Prato del Gatto, a poca distanza dalla strada provinciale dei Piani di Praglia, nel luogo che dovrebbe corrispondere al Mons Lemurinus della tavola, l’altro si troverebbe oggi sommerso dalle acque del lago artificiale della Busalletta, nel fondo della valletta che divide i comuni di Mignanego e di Fraconalto, tra le località Case Torre e Bisonea.

Note

  • (1) Una copia dell’iscrizione si trova presso la sede del comune di Campomorone. Inizialmente la tavola fu custodita nella cattedrale di San Lorenzo, in seguito fu collocata nel palazzo dei Padri del Comune, quindi a palazzo Ducale e poi nell’ufficio del sindaco a palazzo Tursi, dove è rimasta fino al 1993 quando fu trasferita nell’attuale collocazione.
  • (2) La sentenza venne incisa su alcune lastre di bronzo, di cui una sola venne ritrovata. Con ogni probabilità, quella che ci è giunta dovrebbe essere l’esemplare consegnato ai Langenses, ipotesi accreditata dal luogo del ritrovamento. È stato ipotizzato che la tavola, che forse era conservata in un santuario o luogo d’incontro comune alle diverse tribù liguri della zona, situato alle pendici del monte Pizzo, che sovrasta il Pedemonte, sia stata trascinata a valle sulle rive del torrente, da una frana improvvisa dovuta al disboscamento o alle forti piogge.
  • (3) Polcevera è un torrente e il suo nome è di origine celtica. Nel testo è trascritto come Procobera, toponimo composto dalla radice indoeuropea del verbo portare, Bher, che a sua volta ha prodotto il greco ???? (> fero) e il latino fero (portare) e il nome Proco, che ha prodotto Porco e sua volta Polco, che significa trota e sta dunque ad indicare il nome di un fiume ricco di trote, il fiume che scende verso Genova.

Bibliografia

  • Cantarella Eva-Guidorizzi Giulio, Polis, società e storia I, Torino 2010, pag. 263
  • Diodoro Siculo, Biblioteca storica, capitolo XVI
  • Maggiani Adriano-Prosdocimi Aldo Luigi, Leponzio-ligure, in Studi Etruschi XLIX, Firenze 1976, pagg. 258-266
  • Proto Beniamino, Alle fonti della storia II, Milano 1982, pagg.11-12

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