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Teramo, Museo Archeologico: dai reperti la storia del territorio

Concludiamo con questo terzo “venerdì di Archeorivista” l’immersione nell’archeologia teramana che, come figli di questa terra per di più “fuorusciti” – per usare il termine con cui Giammario Sgattoni definiva chi aveva trovato lavoro e condotto la propria vita in altri lidi – ci ha dato non poca emozione. Dopo Santa Maria Aprutiensis e dopo la storia della città attraverso i reperti esposti al piano terra, il Museo Archeologico “Francesco Savini” – che si ispira alle vedute del grande studioso e ricercatore – presenta la storia del territorio nelle sale del primo piano.


Testa di guerriero con elmo,
da Pagliaroli di Cortino.

La storia del territorio è illustrata da pannelli che con chiarezza inquadrano i reperti esposti nel contesto storico e ambientale. E’ come se scorressero le immagini di un film tanto più avvincente quanto più il visitatore si immedesima in una storia che è la propria storia proiettata all’indietro nei progenitori della specie umana e, se è abruzzese e teramano, della propria stirpe.

Ne abbiamo già indicato caratteristiche e pregi, ora riportiamo le parole del direttore del museo Paola De Felice che ha curato, insieme a Vincenzo Torrieri, il bellissimo monumentale catalogo dove sono riprodotti e analizzati in modo approfondito tutti i materiali esposti al pubblico: “Materiali che, scelti con una logica propositiva attenta a rintracciare la peculiarità di tale vissuto, ne evidenzia il percorso storico, l’organizzazione socio-economica, la realtà produttiva, il portato culturale perché risulti definitivamente connotata una realtà insediativa ai più sconosciuta per la frammentarietà di una pur cospicua documentazione legata a scavi condotti in tempi diversi”.

Gli scavi hanno portato a ritrovamenti che coprono le varie età dell’uomo, attraverso i reperti i progenitori ci mandano messaggi dai tempi remoti della preistoria e protostoria fino alla storia antica. Risaliamo dalla storia di Roma all’Età del Ferro dal X al V secolo avanti Cristo, poi all’Età del Bronzo nel II millennio, quindi all’Eneolitico e Neolitico dal III al VI millennio, fino al Mesolitico e al Paleolitico di 8000 e 800.000 anni fa. Sono tracce giunte fino a noi della gente pretuziana.

Al piano superiore, dunque, la visione si allarga: dalla storia della città si passa alla storia del territorio, ed è come se scorressero le immagini di un film: tanto più avvincente quanto più il visitatore riesce a immedesimarsi in una storia che è la propria storia proiettata all’indietro nei progenitori della specie umana e, se è abruzzese e teramano, della propria stirpe.

Il territorio corrisponde a quello che i latini chiamavano “ager Praetutianus”, delimitato ad ovest dal Gran Sasso e dai Monti della Laga, con una conformazione collinare degradante verso il mare. Mutano nel tempo gli insediamenti, si vede nei resti delle varie ere il cui accostamento alla spiegazione colta è un pregio dell’esposizione museale che – ci piace sottolinearlo ancora – la rende viva e coinvolgente. Dalle ere più remote – vita nomade per la caccia e non stanziale – i reperti della grotta Salomone del Paleolitico, dal Neolitico con la coltivazione della terra i resti dei villaggi di Fortellezza a Tortoreto e di Civitella del Tronto, Colle San Savino a Nereto e Colle Troia a Bellante, Ripoli a Corropoli nonché delle grotte di Sant’Angelo e del Colle di Rapino; dall’Eneolitico, con l’aratro e l’allevamento, sono pervenuti oggetti in metallo e primi reperti funerari, mentre dall’Età del Bronzo i villaggi “arroccati” sulle colline di Tortoreto e Civitella, Colle Troia e Colle San Giovanni con necropoli a inumazione; fino a Campovalano di Campli.

Dell’Età del Ferro molte le testimonianze funerarie, mentre scarse quelle dei villaggi; dei luoghi di culto reperti di tre tipologie: in un’altura a Monte Giove, in una grotta al Colle di Rapino, presso una fonte alla Frata a Bisegna, sempre vicino al confine, segno di protezione e di identità.


Vaso con vecchia ubriaca,
da San Rustico di Basciano.

Sulla macchina del tempo tra i reperti, a partire dalla preistoria

Il fascino dei reperti più remoti è evidente, risalendo per migliaia di anni si può vedere quali fossero gli utensili e gli oggetti di uso comune misurando così le costanti dell’esistenza che restano, pur se materiali e tecnologie fanno passi giganteschi nello scorrere dei secoli e cambiano del tutto la vita.

Cominciando dai resti del neolitico, nel Villaggio di Ripoli – alla sinistra del fiume Vibrata vicino a Corropoli, di cui è restato il fosso di recinzione con nicchie di diverse misure – sono state trovate ceramiche dipinte con motivi rossi e linee scure, e molte tombe a inumazione, con i defunti rannicchiati come l’impressionante reperto esposto, lo scheletro di una fanciulla e, ai suoi piedi, quello del suo cane. Vasi e cucchiai, percussori e lame, punte e bulini, 45 reperti che fanno storia.

Dalla Grotta Sant’Angelo, nei pressi di Civitella del Tronto, sono venuti alla luce strati dal Neolitico all’Età del Bronzo, con ciotole e scodelle, vasi e tazze, punte e raschiatoi, in ceramica, osso e selce: sono circa 50 e riempiono due vetrine del Museo. Trattandosi di un rifugio naturale si penserebbe a un sito abitativo provvisorio che precorre quello stanziale definitivo, ma non essendovi segni di macine e fornelli per l’uso quotidiano e in presenza di resti umani si è ritenuto vi fosse una necropoli, tesi rafforzata dal fatto che l’ubicazione ne rendeva difficile l’accesso, l’apertura è su un costone impervio. Ad epoche meno remote si attribuisce il ritrovamento molto particolare di un vaso in una buca circondata da 66 piccole buche con cereali e vegetali carbonizzati, che ha fatto pensare a riti propiziatori agresti. Sono stati rinvenuti anche resti umani in parte bruciati ma dopo la consunzione e la riduzione a scheletri, il che prova che non vi è stato cannibalismo: questo ci conforta, sono pur sempre i progenitori della nostra stirpe!

Sempre al Neolitico, V millennio avanti Cristo, risale l’abitato protostorico di Fortellezza, nei pressi di Tortoreto, dove troviamo la macina oltre agli oggetti prima citati, ce ne sono 20 esposti. In una zona vicina; a Colle Badetta, è stata rinvenuta una necropoli con cinque tombe dell’Età del ferro più antica, oltre a tombe romane, con quattro scheletri di cui uno di donna ben conservato. I corpi sono rannicchiati come al villaggio di Ripoli, ma nel corredo funerario oltre a delle scodelle ci sono numerosi oggetti ornamentali in ambra e qualcuno in ceramica nelle tombe più ricche. Ciò indica che c’erano scambi con il delta del Po, dove si lavorava l’ambra, e una contiguità con il culto funerario del Salinello e delle vicine Marche. Sono 25 oggetti, tra cui alcune fibule e collane, che danno un’idea di come ci si agghindava in epoche così remote.

Di particolare interesse le tombe a fossa ritrovate a Basciano, in due siti a qualche chilometro di distanza, con le sepolture di una donna e di un guerriero.

Nella prima, presso il Podere Cerulli, il corredo della donna è andato quasi tutto perduto, manca la grande fibula simile a quella rinvenuta molti anni dopo a Lama dei Peligni, vicino Chieti; ma ci sono 4 borchie grandi, 12 piccole e bottoncini di ambra e vetro, anelli e pendagli, non c’è invece il vasellame; nella seconda, a San Giovanni al Mavone – dov’è anche il Podere Cerulli – il corredo del guerriero comprende un bacile e un calderone, e soprattutto un pugnale in ferro con elsa e fodero nonché un cerchio forse di un carro da battaglia, circa 10 reperti molto significativi.

Le storie degli scavi narrano che a Forcella di Ponte Vomano, a pochi chilometri da Basciano, furono rinvenuti addirittura cento tumuli di una grande necropoli, ma si scavarono poche tombe con urne cinerarie e non inumazioni; sono stati rinvenuti una fibula e un cinturone, a Guardia Vomano una spada corta di bronzo con incisa una decorazione. A Bellante non si sono fatti scavi sistematici sebbene a Colle Troia sia stato individuato un “insediamento d’altura” che indica la tendenza ad arroccarsi per meglio difendersi; in una superficie di dieci ettari sono stati trovati materiali dell’era Neolitica antica, intorno al V millennio avanti Cristo, fino al XV-XVI secolo.

Ma, dulcis in fundo, dopo tanti frammenti modesti e reperti sparsi, con i resti della necropoli protostorica di Campovalano presso Campli abbiamo una quantità e qualità ragguardevole di materiali, alcuni riuniti a titolo dimostrativo in modo spettacolare a terra nell’area centrale della sala loro dedicata in modo da riprodurre la tomba principale, oltre che esposti nelle vetrine. Sono ben 600 le tombe rinvenute, e solo in parte esplorate, le più antiche dell’Età del Bronzo fino all’epoca romana, organizzate per tipologie come le classi sociali della comunità: mentre quelle dei ceti dominanti ostentano opulenza, nei ceti subalterni sono del tutto prive di corredo.

La prima tomba trovata era dissestata, fu recuperata una fibula serpeggiante con staffa a disco; sul versante opposto la tomba numero 100 dell’VIII-VII secolo avanti Cristo – quasi cinque metri per tre, dalla profondità di poco inferiore ai due metri – con un ricco corredo: di vita quotidiana, ciotole e vasi, bacili e “olle”, spiedi e coltelli, nonché di vita militare, con i morsi per il cavallo e il pugnale, ascia e punte di lancia. Circa 30 oggetti che accompagnavano il viaggio del defunto.

Sul coperchio di una pisside rinvenuta nella tomba è graffiata un’iscrizione, la più antica scrittura rinvenuta in Abruzzo; altre scritture si trovano sui pilastri di sculture funerarie e celebrative – come in quella del Guerriero di Capestrano ma il testo più lungo di paleoscrittura è nelle tre Stele di Penna Sant’Adrea di Cermignano del V secolo avanti Cristo esposte nel museo di Chieti.

Tornando alla tomba, gli oggetti sono disposti in un ordine prestabilito vicino al defunto collocato nella parte destra con le braccia distese: il gladio dentro il fodero è nel lato sinistro, le lance e l’ascia a destra, il vasellame al centro come per un banchetto, dalla brocca ai vassoi, dal secchio fino alla grattugia, di produzione etrusca e locale; c’erano anche pissidi, tra cui quella con la scrittura, “olle” in ceramica e un grande “dolio” di terracotta, usato per conservare le derrate e posto a simbolo di ricchezza della famiglia del defunto, non mancano la fibula e gli anelli. La collocazione al centro della sala della ricostruzione è un “colpo di teatro”, come i 4 plutei con i fasci di luce al piano terra.

Una necropoli così vasta, con tombe delle diverse epoche, ha permesso di risalire all’evoluzione secolare dell’organizzazione funeraria. Mentre nell’epoca più antica le tombe erano orientate ad ovest, successivamente vengono allineate verso sud; i corredi nelle tombe maschili con il tempo non contengono più armi ma oggetti da palestra, l’atleta soppianta il guerriero; nelle tombe femminili gli oggetti per la cura del corpo sostituiscono quelli per la filatura e tessitura. E questo fino al II secolo avanti Cristo, allorché il territorio fu di nuovo adibito ad usi agricoli, come nella notte dei tempi.


La tomba numero 100, della necropoli di Campovalano.

I templi come nuclei iniziali dell’abitato e luoghi di culto

A Campovalano, località San Bernardino, è stata rinvenuta anche una stipe votiva, segno di un luogo di culto del III secolo avanti Cristo, della cui struttura non vi sono resti. Sono esposti 15 piccoli reperti di forma anatomica, parti monche come mezza testa, un orecchio e dei piedi, e statuine mutile anche di animali, Questo ci introduce nei reperti dei templi, attraverso i quali in epoca storica e non più preistorica o protostorica – in particolare al tempo dell’antica Roma – si ricostruisce il formarsi di un insediamento e il suo deperire, esaurita la fase abitativa.

Se ne può riscontrare il nucleo originario in un luogo di culto divenuto sede di aggregazione della vita sociale e civile; poi si sono sviluppati gli edifici pubblici, con una piazza che è anche sede del mercato, e le zone residenziali con gli edifici privati. La decadenza è evidenziata dalla comparsa di zone adibite ad uso funerario nell’area prima abitativa, con smantellamento e utilizzazione come materiali da costruzione dei preziosi rivestimenti marmorei, colonne e capitelli.

Un esempio significativo si trova a San Rustico di Basciano, dove il nucleo iniziale è costituito da un tempio sulla via Caecilia intorno al quale sorse l’abitato, dalla seconda metà del I secolo avanti Cristo all’età imperiale. Il tempio di dimensioni modeste – 15 metri di lunghezza per meno di 10 di larghezza in unica navata, su una base di opus incertum – sembra fosse dedicato ad Ercole e risalirebbe al II secolo avanti Cristo. I reperti che lo riguardano, esposti in quattro vetrine del Museo, sono circa 50 tra fregi e oggetti della stipe votiva: vasi e anfore anche in vernice nera, antefisse e cornici in argilla grigia o rossastra, pissidi e patere; inoltre altorilievi con figure e vasi plastici, in particolare il Vaso con vecchia ubriaca, del periodo ellenistico intorno al III secolo avanti Cristo e reperti di scene dionisiache, anch’essi esposti, forse corredi funerari del I secolo ispirati al culto di Bacco e alle relative aspettative di un al di là gaudente per il defunto.

E’ invece incerto se fosse sorto intorno a un tempio preesistente anche l’antico abitato di cui sono state trovate tracce vicino alla piccola chiesa preromanica di Santa Maria a Vico presso Sant’Omero; ma poiché tale chiesa sembra eretta sui resti di un tempio romano anch’esso dedicato ad Ercole risalente al II secolo avanti Cristo, l’abitato sorto successivamente si è sviluppato pure intorno al luogo di culto, e ha lasciato reperti evidenti come frammenti di intonaco con pitture geometriche, lastre decorate e altro materiale.

Anche la chiesa di San Salvatore a Pagliaroli di Cortino, dell’alto Medioevo, è realizzata nei pressi di un tempio dedicato a Giove, in una sorta di staffetta devozionale dal paganesimo al cristianesimo, datato tra il II e il I secolo avanti Cristo. Eccezionali i reperti in argilla esposti nel Museo: decorazioni del frontone e figure alate, immagini di fiori e soggetti mitici, lastre con amorino sul grifo e la Nike sulla biga, palmette e spirali; e infine la testa di guerriero con l’elmo.

Su un tratto pianeggiante, a quasi mille metri di quota a Colle del vento di Crognaleto, una piccola struttura in calcare a pianta quadrata lunga meno di 10 metri per 5 costituiva il cuore di un tempio del III secolo avanti Cristo tra la valle del fiume Vomano sottostante e la via Caecilia, che ritroveremo più avanti; era il nucleo di un insediamento abitativo nell’alto medioevo con resti di mosaico bianco e la dedica a San Martino, non si conosce quella pagana originaria.

Mentre si collocano tra il VI e il II secolo i resti di un santuario posto in quota a Monte Giove a Penna Sant’Andrea, e tra il VII e il III quelli delle tombe rinvenute nelle pendici, circa 10 con corredi funebri esposti in due vetrine del Museo: ciotole e tazze in vernice nera, una brocchetta e un balsamario, poi due statuine di argilla arancione: testa femminile e figura maschile.

Questi ritrovamenti sono tutti alquanto recenti, successivi al 1975, a parte la campagna iniziale di scavo del San Rustico di Basciano prima degli anni ’30. Risale invece al 1865 il rinvenimento di reperti di un tempio a Montorio, dedicato a Ercole, in particolare un’iscrizione musiva con indicati i tre personaggi che ne avevano curato la costruzione e i nomi di Pompeo e Licinio che furono consoli nel 55 avanti Cristo, anno al quale si può datare il tempio. Anche il tempio di Montorio, come quello di Crognaleto, anche se più a valle, si trova lungo il corso del fiume Vomano, verso il quale doveva esservi l’ingresso con due vani, uno dal pavimento in mosaico, l’altro in cocciopesto, e intonaci parietali decorati in rosso e fasce bianche. Da un’iscrizione risulta che alla devozione per Ercole si aggiunse quella per Venere, e anche qui le indagini più recenti, tra il 1990 e il 1994, hanno accertato la preesistenza di un tempio ben più antico, risalente al II secolo avanti Cristo, e l’utilizzazione fino al II secolo dopo Cristo. Gli accertamenti si fermano a questo punto, nulla è risultato nel periodo medioevale, e non vi sono segni di un’utilizzazione per il culto cristiano.


Busto virile
, da una villa del territorio teramano.

Le ville rustiche del teramano nei reperti esposti al Museo

Dall’abitato urbano, nell’epoca romana composto di “insulae” – l’equivalente dei moderni condomini a più piani – passiamo alle ville rustiche che si trovavano in campagna ed erano funzionali alla produzione agricola. Nel territorio teramano erano poste alle pendici delle colline e nella fascia costiera; presentavano tre parti distinte sia come ubicazione sia come composizione e funzioni. La parte cosiddetta “urbana” è la residenza del proprietario o di chi conduce il fondo, pertanto ha tutte le dotazioni per il soggiorno; in quella “rustica” ci sono le stanze per schiavi e servi; la parte “fructuaria” era adibita all’attività produttiva e conteneva i relativi apparati: potevano esserci le vasche per pigiare l’uva e far fermentare il mosto, i torchi per la spremitura, il frantoio, la cella vinaria e i vasa olearia fino ai magazzini per cereali e foraggi.

Lo troviamo testimoniato dai reperti della villa alle Muracche di Tortoreto,sulla collina a metà tra la costa e l’abitato, una villa rustica di oltre 3700 metri quadrati la cui parte “fructuaria” accedeva direttamente ai terreni coltivati: tra l’altro è stato rinvenuto un frammento di una testa di leone nella cui bocca finiva la “fistula” di piombo dove scorreva il liquido vinoso nella lavorazione; l’attività era così intensa che fu raddoppiata la capacità delle vasche per un nuovo vitigno molto produttivo.

La parte “urbana” guardava il mare, con un portico e un giardino di cui restano dei plinti e parte del muro di recinzione. Dal peristilio si accedeva agli interni con il pavimento nel comune mosaico bianco e nero ma nella rappresentanza c’era un prezioso disegno centrale in opus sectile, il pregiato e costoso intarsio marmoreo; non mancava un’esedra e in una camera da letto c’erano due alcove e il ”vestiarium”. La vastità della villa ha fatto ipotizzare l’esistenza di un secondo appartamento per gli ospiti, intorno a un peristilio.

A parte le ipotesi, vi sono delle evidenze importanti che si aggiungono al frammento di testa di leone citato e ai resti delle murature; proprio in queste e nello riempimento sono stati trovati molti frammenti di anfore vinarie che riportano all’inizio del I secolo avanti Cristo e confermano l’importanza di questa produzione nella zona; anzi, un’ansa di anfora vinaria rinvenuta aveva il bollo del fabbricante di Rodi, che ha dato la prova dell’importazione di vino da tale località tra il 220 e il 180 avanti Cristo, gli anni in cui risulta che operasse il citato produttore di anfore.

Resti di anfora italica e africana da trasporto sono tra i 35 pezzi esposti, tra cui fregi per rivestimento e oggetti di uso quotidiano, ciotole e coppe, bicchieri e anelli e vari tipi di lucerne.

Monete sparse nelle zone che venivano abbandonate emerse con gli scavi fanno datare il decadimento della villa fino alla demolizione della parte “urbana” nel IV secolo dopo Cristo; mentre conchiglie e ostriche, aghi per reti e pesi fanno ritenere che fosse praticata anche la pesca; la parte “fructuaria” fu attiva fino al V secolo dopo Cristo, convertita dalla produzione di vino a quella di olio.

Nei resti delle fondamenta è stata trovata la tomba degli ultimi abitanti della villa, che risale al V-VI secolo dopo Cristo, a cappuccina con lanterna, nei pressi altre tombe senza alcun corredo funerario.


Gruppo del Ciclope con le sue vittime, dalla villa alle Muracche di Tortoreto.

I rapporti con Roma. L’anfora, “il container del passato” e la ceramica, anche del presente

L’immagine della villa sulla quale cala il sipario ci fa chiudere la cavalcata “con il Museo attraverso i luoghi e il tempo” come si intitola la guida molto documentata e compilata con cura della quale si consiglia la lettura, è una miniera di notizie organizzate per tematiche e località che può accompagnare utilmente la visita, peraltro assistita dai cartelli che consentono passo per passo di inquadrare i reperti nel loro contesto.

Ne abbiamo descritto alcuni momenti, ma ci sarebbe tanto altro da dire sui rapporti con Roma, ai quali è dedicata una sezione, con la colonia latina di Hatria, l’odierna Atri, e quella romana di Castrum Novum, fondate dopo la conquista del territorio, siamo poco oltre il 300 avanti Cristo.

Il collegamento avveniva attraverso la Via Caecilia, che coincideva solo nella parte iniziale con la Salaria, realizzata da Augusto molto dopo, alla fine del I secolo; superato Interocrium l’itinerario piegava per Amiternum, l’odierno San Vittorino, e seguiva un tracciato attraverso l’attuale valico delle Capannelle fino a Montorio, oggi la “vetrina del parco” del Gran Sasso e Monti della Laga dove prendeva due direzioni diverse: per Interamnia Praetutiorum e per Hatria, cioè Teramo e Atri, poi proseguiva fino alla costa. L’esistenza della via Caecilia, citata in un’epigrafe rinvenuta a Porta Collina, trova conferma nei ritrovamenti di appositi “miliari” lungo l’itinerario, come quello di Amiternum e l’altro conservato a Poggio Umbricchio. Il tracciato è rappresentato in una grande planimetria del Museo con le località che venivano attraversate all’epoca.

Che i contatti con Roma fossero stretti lo dimostrano anche le monete rinvenute, inserite materialmente nei cartelli illustrativi. Provenivano dalla zecca romana, se così la si può chiamare, oppure circolavano solo localmente, come le monete di Hatria, prodotte in serie di molti pezzi dai vari valori. Dell’età repubblicana, tra il III e il I secolo avanti Cristo, troviamo il didramma e l’asse, il denario e il vittoriato; dell’età imperiale, nei primi due secoli dopo Cristo, oltre all’asse, il sesterzio e il dupondio, nei due secoli successivi, con il sesterzio, l’antoniniano e il follis. I reperti provengono soprattutto da San Rustico di Basciano, dalle Muracche di Tortoreto e da altri siti.

Nelle citate colonie romane del Piceno presto sulla funzione militare prevalse quella civile, sorsero gli edifici pubblici, il foro e le terme, il teatro e l’anfiteatro, le sepolture avvenivano ai bordi delle strade fuori degli abitati: tutto questo lo abbiamo descritto nello scorso “venerdì di Archeorivista” a proposito della storia della città alla quale si salda la storia del territorio di cui è il cuore. Si sviluppano traffici anche per via fluviale e marittima, e sulla costa si producono i contenitori più adatti, in particolare le anfore.

Ci attira la definizione dell’anfora, “il container del passato”, e ci colpisce la varietà dei reperti esposti nel museo per forme e dimensioni, prodotti nelle località dalle quali occorreva trasportare la merce di cui erano i “container”; una fornace per produrle nel Castrum Novum si trovava a Cologna Marina. Spesso ai fondi agricoli erano annesse officine per tornire l’argilla e imprimervi nomi, lettere e simboli. Il rivestimento era di resina e i tappi di foggia e fattura diversa con sigilli di pece e argilla, c’erano pure i cordini di sicurezza.

Perché chiamarle”container”? Viene fornita la spiegazione, le navi ne trasportavano da tremila a diecimila, di qui l’equiparazione ai trasporti moderni; per lo più venivano collocate nella stiva, fissandone la punta sulla sabbia e incastrandole tra loro. A questi traffici si riferisce un’epigrafe trovata a Ostia Antica che parla dei Navicularii Maris Hadriatici, in pratica i trasporti dal medio Adriatico, sulla cui costa alla fine del I secolo avanti Cristo si producevano le anfore per vino e olio, prodotti a loro volta dalle colture agricole della zona, cioè l’ager praetutianum per il territorio teramano come risulta dai reperti. Ne sono esposte una decina, due molto incrostate, altre due grandissime utilizzate per questi trasporti.

Dopo le grandi anfore, la nostra attenzione è calamitata da una piccola brocca, di insolita quanto squisita fattura con decorazione policroma e figure in rilievo, proveniente da Santa Maria Aprutiensis, di cui abbiamo raccontato la visita nel “venerdì di Archeorivista”  precedente quello sul Museo. Dai trasporti marittimi di derrate veniamo calati nella vita domestica alla vista del corredo per la tavola che trova nella ceramica il materiale di elezione trattato con tecniche particolari tra il Medioevo e il Rinascimento, come risulta anche da affreschi e dipinti dell’epoca che nell’Ultima cena e nelle Nozze di Cana inseriscono vasellame le cui origini sono nei reperti. Vengono ricordate le tre tecniche della ceramica invetriata, ingobbiata e smaltata con il rivestimento vetroso applicato rispettivamente dopo la prima cottura, con un bagno intermedio tra le due cotture, o con l’aggiunta di stagno nella vetrina ottenendo un fondo bianco.

Sono stati trovati veri giacimenti di ceramica medievale di cui sono esposti esemplari di grande qualità e valore storico, ad Atri e Campli, Corropoli e Civitella, Giulianova e Tortoreto; fino a Castelli dove nel XVI secolo la lavorazione di maioliche raggiunse alti livelli e una vasta notorietà, che continua oggi nel mercato internazionale con riconoscimenti ai suoi pregi artigianali e artistici.

Vediamo nelle vetrine del Museo i tre tipi di ceramica lavorata, da Grotta Sant’Angelo e Castrum Novum quella ingobbiata e graffita, ma mentre nella prima località non vi sono tracce di produzione locale, nell’odierna Giulianova si sono trovati scarti di lavorazione e frammenti di biscotto; la tecnica graffita consiste nell’incidere con un punteruolo e poi colorare il disegno prima della vetrina e seconda cottura. A Castrum Novum troviamo esposto un assortimento di lucerne, che si aggiunge ai citati ritrovamenti nella villa alle Muracche nel confermarne la produzione locale.

Dall’Antro di Polifemo all’Elmo di Montepagano, poi si torna a Santa Maria Aprutiensis

Finora potrebbe sembrare che è tanto smisurato il tempo intercorso tra i reperti e la nostra dimensione che c’è poco spazio per l’avventura e la fantasia, come per la memoria. Non è così, se il nostro racconto lo fa pensare vuol dire che non abbiamo espresso i sentimenti profondi che suscita la vista dei reperti: la mente vola in alto, la fantasia serve a ricostruire virtualmente il lontano passato e con essa la memoria che scava nei ricordi di scuola e in quanto l’esperienza ci ha offerto.

Tutto questo trova due momenti di emozionante verifica: all’improvviso sembra di entrare nell’“Antro di Polifemo”, c’è l’ambientazione adatta, ci si sente attirati verso le sculture che mostrano la scena rimasta nella memoria, Ulisse e i suoi uomini che conficcano il palo nell’occhio del Ciclope, poi altri gruppi in terracotta. Appartenevano alla già ricordata villa alle Muracche presso Tortoreto, ne abbellivano il ninfeo unendo queste scene all’offerta del vino e alle muse, come nella Domus Aurea di Nerone: sono esposti un torso maschile, una statua virile e la statua di Ulisse; poi tre muse, dal bel panneggio: Calliope per la poesia epica, Euterpe per i cori della tragedia ed Erato per la poesia d’amore. Tutte statue acefale, che proiettano nel mondo del mito e riportano la memoria all’opera omerica che più delle altre muove sentimenti e fantasia.

Qualcosa di simile per l’Elmo di Montepagano, con le sue fasce oblunghe che illustrano scene epiche, esposto in una riproduzione, anzi una ricostruzione che è una vera copia d’autore. Fu rinvenuto nella località vicino Roseto in una pentola di rame con dentro ossi di cavallo e vari oggetti. Di qui le dotte analisi degli archeologi e degli storici si sono esercitate nella datazione, fatta risalire al 538 perché in tale anno, secondo lo storico Procopio, avvenne lo scontro tra i bizantini e gli ostrogoti che occupavano il Piceno.

Sulla vicenda che ha portato l’elmo nel luogo del ritrovamento, trattandosi di un armamento barbarico forse appartenente a un guerriero gotico, si è giunti alla conclusione che ci fu una fuga precipitosa, interrotta dalla perdita del cavallo, e tale accidente costrinse il cavaliere ad abbandonare parte dell’armatura. In merito alla produzione dell’elmo, oggi si ritiene avvenisse nell’impero romano d’Oriente mentre in passato si credeva potesse essere ottenuta anche nelle botteghe romano-barbariche presenti in Italia nel VI secolo. Si tratta di sei fasce verticali montate su un’intelaiatura con una piastra in bronzo che le tiene ferme nella parte superiore e con una parte anteriore in ferro e rame dorato decorato a ramo di vite.

Dopo la vicenda omerica e il cavaliere appiedato, rivediamo la brocca di Santa Maria Aprutiensis di cui abbiamo ammirato rilievi e fattura, che ci riporta alla prima visita agli scavi dell’antica cattedrale. Scendiamo al piano inferiore, guardiamo di nuovo i quattro plutei che spiccano nel buio della sala sotto i coni di luce dei riflettori, mentre scorre il video con la ricostruzione virtuale della basilica, riviviamo la cronaca che diventa storia dalle parole del vescovo e dall’immagine del barbaro che dà fuoco al legno accatastato all’interno.

Il luogo dove questo avvenne è vicino, ci separa soltanto Piazza Martiri della Libertà e il Duomo. Dopo essere passati per le ere millenarie stiamo per rientrare nella contemporaneità. Usciamo dalla visione della storia che è una macchina del tempo su cui tutti dovrebbero salire; e lo vorrebbero senza alcun dubbio, se ne conoscessero il fascino.

Un modo per conoscerlo è fare come noi, visitare il Museo Archeologico nella via parallela al Corso San Giorgio, nel cuore di Teramo, per di più è gratuito e aperto anche nei giorni festivi. I giovani teramani e gli studenti universitari che affollano il Corso e siedono sui gradini della facciata posteriore del Duomo che dà sulla piazza vi possono trovare un luogo di elezione per incontri e discussioni. Si tratta di conoscere, e in un certo senso di rivivere, quello che Paola De Felice chiama “il vissuto dei nostri progenitori” E non è poco.

Ai giovani che abbiamo evocato e a tutti gli altri ci sentiamo di dire: cosa si aspetta a fare della visita al Museo Archeologico un simpatico e coinvolgente complemento dello “struscio” cittadino, per quanto resta dell’antica abitudine, nella “calle major” del capoluogo di provincia abruzzese? Con il rispetto dovuto al luogo, ma anche con la familiarità che si deve sentire per qualcosa che fa parte della nostra storia personale e quindi della nostra identità. Della nostra stessa vita.

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