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Teramo, Museo Archeologico: dai reperti la storia della città

Dopo la visita ai resti di Santa Maria Aprutiniensis, che abbiamo raccontato nel “venerdì di Archeorivista” della scorsa settimana, ci immergiamo ancora di più nell’archeologia teramana visitando il Museo Archeologico di Teramo, intitolato a Francesco Savini, il grande archeologo artefice degli scavi rivelatori di fine ‘800 e primi del ‘900: tali scavi hanno riguardato la domus sotto il proprio palazzo e la citata antica Cattedrale, il Teatro romano e l’Anfiteatro, il chalcidicum e la costruzione circolare vicino a piazza Verdi, le terme di casa Castelli e la piscina natatoria.


Musa con panneggio.

Sono tessere fondamentali del mosaico della città romana cui si sono aggiunti i reperti degli scavi degli ultimi cinquant’anni, dalla Torre Bruciata alla Madonna della Cona, da Porta Carrese al largo Madonna delle Grazie e nella parte meridionale dell’antica Interamnia. Ha preso corpo così la conformazione originaria dell’abitato cittadino e la fisionomia della città oggetto di accurati studi nelle varie fasi da parte degli storici Mutii e Brunetti nel XVI-XVII secolo, Delfico e Nicola Palma nel XVIII fino al XIX con Pancrazio Palma e Bernabei, Pannella e Savorini, oltre al citato Francesco Savini con i risultati delle proprie ricerche archeologiche

Ricordati doverosamente questi protagonisti della ricostruzione storica, premettiamo che i musei tradizionali non hanno l’appeal che attira il visitatore. La loro aridità spesso è addirittura proporzionale alla ricchezza dei materiali esposti, spesso affastellati in bacheche fredde e senza vita, per questo la parola museo è diventata sinonimo di vecchio e stantio. Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha posto al centro della nuova strategia di valorizzazione lo svecchiamento dei musei, con il miglioramento non solo dei servizi ma anche dei modelli espositivi; la trasformazione è in corso, ne dà conto periodicamente il direttore generale per la valorizzazione dei Beni culturali Mario Resca. E’ mancata finora la cosiddetta “contestualizzazione”, che permette di inserire virtualmente i reperti esposti nel loro ambiente in modo da poter ricostruire idealmente le civiltà sepolte che gli scavi archeologici hanno portato alla luce alimentando le ricerche degli storici.

La storia di Teramo attraverso i reperti del Museo

Non è questo il caso del Museo Archeologico di Teramo dove, anzi, le parti sono meritoriamente rovesciate. Al centro dell’attenzione del visitatore viene collocata la ricostruzione storica e ambientale con la collocazione dei numerosi e preziosi reperti all’interno di un percorso documentato nei dettagli e soprattutto percepibile con assoluta chiarezza. E’ un pregio non consueto soprattutto nel mondo dell’archeologia, dove il linguaggio gergale per addetti ai lavori è la norma; anche a questo riguardo dalle istituzioni preposte vengono finalmente sollecitazioni a usare un linguaggio comprensibile al grande pubblico, nella linea di Piero Angela: rigore nei contenuti, semplicità nella forma. Così il pubblico dell’archeologia può crescere, come abbiamo riscontrato a Roma dai visitatori degli ipogei: nei gruppi organizzati da www. info.roma. it persone di ogni età, con presenze giovanili e di intere famiglie, ragazzi compresi attenti alle spiegazioni della guida.

Seguiamo, dunque, il percorso che ci propone il Museo intitolato a Francesco Savini, cominciando dal circuito museale che ricostruisce la storia della “Città di Teramo” al piano terra dell’edificio.

Quella che il Museo ci fa ripercorrere “attraverso i luoghi e il tempo” – come recita lo slogan che apre la documentata guida – è una storia affascinante, tocca i principali aspetti che interessano la vita delle persone come individui e nelle aggregazioni urbane e sociali. Si inizia dalle radici più antiche che si perdono nella notte dei tempi, dove i reperti sono scarsi ma significativi, entrando nel vivo della narrazione storica con l’epoca romana, poi passando al Medioevo seguendo le tracce sempre più numerose e significative lasciate dai nostri progenitori.

Scorrere questa storia equivale a riviverla, la visita al Museo diventa una ricerca delle propria identità, si passano in rassegna nomi e luoghi che fanno parte della vita di tutti i giorni ma al Museo rivelano il loro passato che per i teramani diventa parte di una memoria da custodire con cura e attenzione. In questo spirito raccontiamo il nostro percorso all’interno del Museo.


Capitelli

Dai reperti la cornice storica dell’epoca romana e medievale

Una certa emozione si prova nel leggere che nelle località appartenenti alla vita quotidiana dei teramani, come La Madonna della Cona e la Madonna delle Grazie, sono stati rinvenuti reperti dell’Età del Bronzo, vale a dire di due millenni avanti Cristo. Due rinvenimenti molto distanti nel tempo, il primo dell’’800 riguarda una lama triangolare che deve essere appartenuta a un pugnale o a un’alabarda, il secondo recente, del 1997, nello sbancamento per una nuova costruzione a Campo Fiera che ha portato alla luce depositi ceramici evidentemente usati per livellare il terreno, di un’epoca tra la fine dell’era più antica e gli inizi dell’Età del Ferro, tra il IX e il V secolo avanti Cristo. Risalgono alla notte dei tempi i ritrovamenti a Largo Madonna delle Grazie, Viale Bovio e alla Madonna della Cona-Ponte Messato con reperti di natura funeraria monumentali, definiti “a circolo e fossa centrale”, corredi del VII-VI secolo come la collana di bronzo e ambra con piccole anatre di Ponte Messato di straordinaria qualità per raffinatezza e precisione nella fattura.

E maturata la convinzione che il primo insediamento abitativo fosse situato nella parte inferiore della terrazza naturale formata dalla confluenza dei due fiumi Tordino e Vezzola nella zona della Madonna delle Grazie e poi si fosse esteso verso occidente favorito dalla conformazione del terreno. Si è delimitato il nucleo originario sulla base dell’orientamento delle tombe rinvenute, lungo l’asse da Viale Bovio alla Madonna della Cona che si estende alle vie Carducci e Delfico.

I reperti, naturalmente, si moltiplicano nell’epoca romana, compaiono le denominazioni Interamnia e Praetutii, la prima identifica la collocazione inter amnes, tra i fiumi, la seconda indica la popolazione italica insediata nel tratto appenninico tra i fiumi ben presenti oggi Vibrata e Vomano. L’abitato nasce come “conciliabulum”, cioè sede di incontri e scambi, e diventa “municipium”, il suo sviluppo deriva dalla posizione centrale tra Amiternum e Castrum novum, tra la montagna e il litorale, e lungo la pedemontana di Hatria e Asculum, che corrispondono alle ben note località rispettivamente di San Vittorino e Giulianova, Atri e Ascoli Piceno.

Mentre nel III secolo avanti Cristo gli abitanti Praetutii furono alleati di Roma, nel I secolo sembra che le fossero ostili tanto che alla posizione di municipio si aggiunse quella di colonia per i veterani; con la perdita dell’autonomia fu inserita da Augusto nel Picenum e compresa da Diocleziano nel Piceno suburbicario con l’antico nome di Interamnia.

La città delle origini mostra due zone distinte, a oriente quella più antica e a occidente la più moderna, con il decumanus corrispondente all’odierno Corso Cerulli; piuttosto che questo aspetto, si tende a valorizzare l’unitarietà della struttura abitativa dal Monastero delle Grazie all’asse tra la via dell’antica Cattedrale e il monastero di San Giovanni. Non sono pervenuti resti delle mura poste a ovest, dato che a est c’erano alcune barriere naturali. Vi si trovavano i principali edifici pubblici, in particolare il Teatro e l’Anfiteatro. Tra le residenze private le domus signorili sotto il palazzo Savini e al largo Torre Bruciata, al largo dei Tribunali e al largo Madonna delle Grazie.

Le invasioni dei Visigoti dell’inizio del V secolo che fecero crollare l’impero romano colpirono pesantemente la città; la ritroviamo soltanto all’inizio del VII in una missiva di Gregorio Magno relativa all’intero Aprutium. Poi passerà dal marchese di Fermo all’esarca di Ravenna, nella sfera di influenza del papato. Di nuovo i barbari dopo tre secoli, questa volta sono i Longobardi, ai quali segue un tormentato passaggio da un ducato all’altro – prima Spoleto, poi le Puglie – fino all’ingresso nel Regno di Sicilia. Come avvenne per Roma, ma in misura molto minore, la città intorno all’anno 1000 si rinchiuse su se stessa restringendo di molto la parte abitativa che troviamo concentrata intorno all’antica Cattedrale del VII secolo, e dovrebbe comprendere la Torre Bruciata, il Teatro e l’Anfiteatro, tutti edifici pubblici utilizzati per la difesa.

Nel 1122 troviamo per la prima volta Teramum, e trent’anni dopo il saccheggio del conte di Loretello, che portò all’incendio della cattedrale di Santa Maria Aprutiensis. Seguì la ricostruzione cittadina a Nord, verso le vie Oberdan e Vittorio Veneto, ed est con un fossato in corrispondenza del largo Madonna delle Grazie. In pieno Medioevo, nel 1200 circa, i nuclei, cosiddetti “fuochi”, sono 400 e la città è dichiarata esente da imposizioni e balzelli per opera del vescovo Guido II.

Una storia molto movimentata nella quale non mancano situazioni difficili, come i continui passaggi di dominazione, ma neppure i momenti di autentica ripresa auspice il citato Guido II.


Una vetrina del Museo

Gli edifici pubblici: il Foro e le Terme, il Teatro e l’Anfiteatro

Nella visita al Museo Archeologico la ricostruzione storica è importante perché consente di inquadrare nel contesto i reperti che la documentano. Consideriamo quelli esposti e le ricostruzioni operate in base ad essi, iniziando dalle strutture pubbliche dove la popolazione si radunava.

I pannelli danno esaurienti spiegazioni, i reperti che accompagnano le descrizioni sono indizi che nell’insieme diventano prove. A volte sono inseriti nei pannelli stessi in una integrazione efficace e istruttiva. Ci sono reperti di grande evidenza, come le statue e i busti, i fregi e le suppellettili pervenute integre e frammenti che presi singolarmente sono modesti ma nel loro insieme eloquenti.

La prima ricostruzione storica riguarda il fulcro della vita cittadina, dove si svolgeva il mercato con gli scambi commerciali e dove insistevano gli edifici della vita politica e sociale, civile e religiosa. Non essendovi resti delle mura e permanendo incertezze sulla delimitazione ed estensione della città, non si è sicuri della collocazione del Foro, anche se i maggiori indizi sono per l’attuale piazza Verdi o del Mercato lungo l’asse da via Sant’Antonio a largo Melatino nel cuore dell’attuale nucleo urbano, dov’è l’area centrale con i maggiori reperti archeologici. Gli scavi per il Mercato nella fase iniziale del XX secolo e quelli in corso Cerulli hanno rivelato resti di colonne e capitelli corinzi che dovevano far parte dell’edificio posto al confine inferiore del Foro, mentre a delimitarlo nella parte superiore sembra ci fossero le Terme individuate a loro volta sotto la casa Castelli. Questi reperti spiccano nella prima sala: oltre alle colonne e ai capitelli ci sono grandi fregi dei quali è ricostruita la struttura portante, e troneggia una imponente statua acefala.

Le Terme erano riscaldate con il doppio pavimento, nella cui intercapedine circolava aria calda prodotta dai fuochi nel forni, come scrisse Mutii sin dalla seconda metà del XVI secolo, e c’è un’iscrizione sul restauro a cura di due magistrati octoviri dalla quale si ricava che fossero strutture pubbliche; ci sono resti delle vasche e dell’impianto di adduzione e deflusso delle acque, della piscina e del portico. Resti di terme private tra corso de Michetti e via dei Tribunali, Porta Carrese e largo Madonna delle Grazie. Un’iscrizione su pietra, esposta nel Museo, parla dell’apertura di queste terme ad alcune categorie, si citano princeps e coloni, incolae e adventores. Un’altra iscrizione riguarda la famiglia dei Poppaei, considerati benefattori della città con i due consoli del I secolo dopo Cristo impegnati nel migliorare l’assetto cittadino.

Ma è il Teatro di Interamnia la parte più spettacolare della struttura pubblica, nella sala del Museo c’è la statua acefala di Musa con panneggio, elegante e dalle linee armoniose che danno dinamismo alla figura, trovata nell’area del Teatro dove doveva essere collocata insieme al frammento di panneggio di altra musa; la mancata rifinitura posteriore fa pensare alla sistemazione in nicchie all’esterno, come avveniva nella seconda parte del I secolo avanti Cristo. Il Teatro, dell’età di Augusto, era di grandi dimensioni – il diametro quasi di 80 metri – i resti sono molto parziali ma pur sempre imponenti, riguardano la cavea per l’orchestra e la parte scenica, un’esedra centrale a semicerchio e due ai lati con le porte di accesso, e il posto per l’orchestra con il proscenio intervallato da nicchie. Sono rimaste in piedi sei maestose arcate in blocchi lapidei con la pietra angolare al centro dell’arco di volta, più delle arcate minori interne in mattoncini; dove le grandi arcate sono state perdute ci sono cumuli di massi lungo la curvatura. Un’idea dell’eleganza architettonica è data dai frammenti, pilastro e capitello, architrave e cornice, che si è cercato di ricomporre, oltre alla Musa con panneggio. Una costruzione imponente, tuttora alta sui 12 metri.

Fino al primo quarto del XX secolo si è creduto che l’Anfiteatro si identificasse con i resti del Teatro, poi si è riusciti a identificarlo dopo averlo isolato da superfetazioni che nascondevano ciò che era sopravvissuto alle demolizioni nella costruzione del Duomo e del Seminario. E’ rimasto un muro arcuato lungo oltre 70 metri a testimoniarne l’imponenza: era di due ordini di arcate, con l’esterno in laterizio, blocchi di pietra a delimitare le aperture per gli ingressi laterali, semipilastri decorativi nella parte superiore, accesso ad arco sull’asse minore e tre archi adiacenti sull’asse maggiore, vi erano passaggi per entrare nelle gradinate retti da muti radiali scomparsi. Questo nella ricostruzione grafica del Museo. Non sembrano da attribuirsi all’Anfiteatro ma alla decorazione del Teatro, in particolare del portico e del fronte della scena, i rilievi in calcare collocati nei muri del Duomo che non hanno alcuna curvatura. La datazione è del II secolo dopo Cristo.

Siamo andati a rivedere i resti di Teatro e Anfiteatro, ben noti a tutti i teramani per trovarsi in una zona centrale molto frequentata, che purtroppo non è stata isolata quando si era in tempo, avrebbero costituito insieme un’area archeologica vasta e molto significativa. Siamo rimasti sconcertati per lo stato di abbandono dei due grandi reperti, l’Anfiteatro non reca alcuna scritta, i due vecchi cartelli ai lati estremi del Teatro che dovevano contenere una planimetria sono scoloriti e illeggibili, al punto che un visitatore con il pennarello vi ha scritto in modo ironico “Tutto chiaro, vero?”. Non è così che si trattano i Beni culturali, abbandonati per non dire maltrattati, lo segnaliamo al direttore generale del ministero Mario Resca responsabile della valorizzazione. Per fortuna la lapide marmorea con la scritta di D’Annunzio posta sulla parete esterna del teatro, resiste al tempo e all’incuria degli uomini ed è quanto mai eloquente: “La ruina del Teatro d’Interamnia testimonia romanamente l’antica grandezza”; e qualcosa di ben diverso e negativo per l’odierno degrado.


Afrodite

Le domus e le ville private: tipologia e struttura, decorazioni e resti

Un’altra statua ci accoglie nella sala dedicata alle Domus e alle Ville romane, anch’essa acefala, raffigurante Afrodite con il panneggio dietro al corpo e portato avanti con la mano sinistra, scultura di grande fascino con la sua morbida sensualità; vicino un busto austero di Settimio Severo e altre sculture più piccole, teste o tronchi acefali come l’erma bifronte e il satiro a riposo, Igea e Pan, un torso virile e Faustina. Le erme erano poste nei giardini dove si passeggiava, le divinità nelle edicole, i satiri rimandano al culto di Dioniso, il tutto per esprimere la gioia di vivere.

Questi reperti fanno comprendere la ricchezza delle decorazioni dei peristili, i giardini porticati che nel II secolo avanti Cristo avevano sostituito la precedente planimetria basata su un atrio ed erano corredati da statue. Al pari dell’architettura, spesso le sculture poste nei peristili erano copia di opere greche, i soggetti esposti nel Museo sono del mondo teatrale e satiresco; le statue di divinità evocavano un mondo ideale, quelle all’interno divinità protettrici e ritratti di familiari illustri. Spesso c’erano fontane con ninfe e tritoni, fino ai giochi d’acqua dei ninfei. Afrodite era la protettrice dei giardini, è una perla del Museo questo reperto principe delle ville di Interamnia.

Domus particolarmente rappresentative sono state rinvenute nell’abitato teramano, nelle aree già citate per i reperti che vi sono stati rinvenuti: la domus del Leone e quella di Porta Carrese, la domus di largo Torre Bruciata e quella di largo Madonna delle Grazie.

La domus del Leone, rinvenuta da Francesco Savini verso la fine dell’800 addirittura nello scavare le fondamenta del suo palazzo, prende il nome dal prezioso mosaico in vermiculatum posto sul pavimento nella parte centrale come emblema dell’abitazione, fatto di tessere molto minute che raffigurano una grande testa di leone che addenta un serpente con una cornice di ambiente naturale, il tutto all’interno di una decorazione geometrica con motivi floreali policromi. Oltre a questa perla di valore assoluto, la domus presenta altri motivi di interesse: i resti dell’atrio con pavimento in mosaico bianco recante elementi policromi in piccole tessere, il vano posto al centro, la vasca per raccogliere le acque. Nella descrizione del Museo sono citati i nomi latini, dall’impluvium al tablinium per gli ambienti, dallo sculatum all’opus spicatum per i pavimenti, oltre al vermiculatum, fa parte del fascino dell’archeologia la lingua con i reperti. E’ esposto un capitello ionico, del mosaico del Leone c’è solo la riproduzione perché è rimasto nel sito dove abbisogna di restauro.

Nella domus di Porta Caprese entra un altro motivo dell’archeologia, l’evoluzione nel tempo: la descrizione del Museo parla di due fasi abitative a cui riferire i diversi ambienti, ne sono stati identificati cinque con ricche dotazioni di pavimenti: abbiamo il mosaico bianco e quello con tasselli a balza nera e intarsi di marmi policromi raffiguranti poligoni e la rosa dei venti, il mosaico bianco e nero a figure geometriche con motivi vegetali, fino al cocciopesto nella fase repubblicana. I resti di intonaci dipinti danno il senso della decorazione delle pareti, e sono esposti nelle vetrine in frammenti minuti che insieme al cocciopesto e agli altri oggetti allineati alla vista sono sufficienti a far lavorare la fantasia. Le murature sono di opus incertum, con ciottoli di fiume tagliati.

La domus di largo Torre Bruciata è stata rinvenuta negli scavi per l’antica Cattedrale, l’abbiamo citata nell’ultimo “venerdì di Archeorivista” visitando l’area archeologica di Santa Maria Aprutiensis e riportando immagini dei pavimenti e delle decorazioni parietali. Era una domus a peristilio, sono visibili tre vani affiancati, la vasca per la raccolta delle acque, pavimenti e parti di decorazioni colorate rimasti tutti in sito. Viene datata tra il I e il II secolo dopo Cristo, allorché fu saccheggiata per poi seguire la sorte degli edifici abbandonati, usati come fonte di materiali oltre che di arredi per le altre costruzioni. I reperti sono comunque significativi, occupano tre vetrine con quattro piani di appoggio, c’è la fistula di piombo e frammenti con motivi vegetali, e poi oggetti della vita quotidiana, “mensa e cantina” come viene intitolato, e soprattutto una meridiana lapidea.

Quattro vetrine espongono gli oggetti rinvenuti nella domus di largo Madonna delle Grazie, spiccano le numerose decorazioni degli “antefissi di terracotta” e un’erma in calcare, lucerne e intonaci parietali, piastrelle e tappi di anfore. Sembra di entrare nella vita della casa. E’ il risultato di scavi recenti, venti anni fa furono rinvenuti ambienti con murature e pavimenti del tipo di quelli prima citati; in due vani nella parte destra della domus il decoro è più elaborato, quattro delfini con caducei, cioè bastoni alati con serpi avvolte agli angoli, e una fascia intorno con motivi a rombi. Qui l’evoluzione nel tempo è ben più serrata delle due fasi di quella di Porta Caprese: con Augusto le costruzioni preesistenti di epoca repubblicana sono inserite in un peristilio, nel III secolo dopo Cristo si introduce un impianto con lavanderia e tintura dei tessuti impiegata fino al V secolo. E siamo sempre in epoca romana, non ancora nel Medioevo che tutto ingloberà e trasformerà.


Settimio Severo

Il culto dei morti e delle divinità: Necropoli funerarie e Templi religiosi

Non è eccessivo affermare che sono le Necropoli con il culto dei morti, oltre ai Templi con il culto divino, i punti forti dell’archeologia teramana. Anche nell’area di Interamnia vige la regola romana che abbiamo più volte ricordato nei “venerdì di Archeorivista”, di collocare i defunti al di fuori dell’abitato, non in luoghi nascosti bensì nelle strade di accesso affinché fossero visti e ricordati nelle epigrafi con la memoria del nome e delle opere cosicché il viandante potesse leggere e sapere.

Sulla via Caecilia verso Amiternum, l’odierno San Vittorino, c’era la necropoli di Ponte Messato alla Madonna della Cona, e un’altra necropoli era lungo la strada verso Castrum Novum, l’odierna Giulianova, o forse ce n’erano due perché vicino al fiume Vezzola sono state trovate urne di travertino che potevano appartenere a un ambiente funerario con tombe a fossa.

I reperti della necropoli sulla via per Castrum Novum, esposti al Museo, sono pochi ma significativi: un’iscrizione su pietra con i nomi di Archipeta Eunuchus e Valeria Praetutiana, in un’altra è citato Quinto Poppeo, il console di colonia e municipio che abbiamo ricordato all’inizio.

La necropoli di Ponte Messato alla Madonna della Cona è quella più ricca di reperti, riempiono forse dieci vetrine e contengono un campionario vario e completo di quanto potesse trovarsi contenuto in quei siti secondo il culto dei defunti e la concezione dell’al di là. E’ stata portata alla luce subito dopo il 1960 vicino alla chiesetta di campagna di Santa Maria della Cona, ma già negli anni ’50 molti reperti venuti alla luce durante gli scavi per le nuove costruzioni venivano asportati o gettati nel Tordino dove dovrebbero trovarsi tuttora nel fondo del fiume. Ce lo rivela l’amico Gianni Pirocchi, non è un archeologo ma un noto ingegnere teramano al quale in uno dei suoi primi lavori all’inizio degli anni ’70 i locali raccomandavano di far scavare con cautela le fondazioni per non rovinare reperti, poi non trovati; e aggiungevano che nel dopoguerra buttarli nel fiume era consueto.

L’area sepolcrale è antichissima, dal IX secolo avanti Cristo al periodo imperiale, ed è composta di due nuclei di sepolture monumentali, uno detto italico e l’altro romano. Quello italico comprende una zona con tombe a circolo e fossa centrale dotate di corredi funerari, un’altra zona lontana dalla prima che contiene fosse per neonati, cinque tombe per bambini e monumenti a circolo per i più grandi. Il nucleo romano della necropoli è costituito dai Mausolei collocati sulla via Caecilia, in pietra e marmo con fregi e timpani, e dalle tombe fatte di spazi o cippi appositi con le olle cinerarie. A seconda dei periodi storici c’era l’incinerazione o l’inumazione. I reperti dei Mausolei e delle tombe sono esposti in una diecina di vetrinette. Del mausoleo numero 4 alto tre metri sono stati recuperati frammenti a transenna e vi fu trovata una statua oggi scomparsa, il numero 5 aveva una ricchissima serie di frammenti di letto funerario in osso con figurazioni floreali, il numero 10 un’olla cineraria in vetro azzurrino. Reperti che sono dinanzi ai nostri occhi, quest’ultimo spicca per la fragilità e insieme la resistenza nei millenni; vediamo allineati fregi e iscrizioni funerarie, olle cinerarie e urne sepolcrali, vasi a cratere e anfore, due grandissime incrostate e due lisce, tante più piccole, un ritratto maschile e una testa femminile, unguentari e pedine da gioco con scacchiera,

Come per il Teatro l’icona simbolo è la statua della Musa con panneggio e per la domus o villa con peristilio la statua di Afrodite, per la necropoli abbiamo la statua di Donna ammantata seduta ispirata alla Pudicizia, che riconduce a modelli ellenistici del I secolo, avanti e dopo Cristo.

Dopo il culto dei defunti viene documentato dai reperti il culto delle divinità. Sempre nella zona della Madonna della Cona dieci anni fa sono stati trovati i resti di un tempio pagano dell’epoca repubblicana di stile romano con caratteri anche italici, un atrio con porticato, un ambiente centrale con pavimento a mosaico. Sugli dei ai quali si rivolgevano i culti religiosi le indicazioni che si hanno riguardano gli dei romani Giunone e Marte nonché Silvano e quelli italici come Feronia, dea dell’acqua e della terra poi anche salvifica, ed Ercole.

Per il culto cristiano spicca l’antica Cattedrale di Santa Maria Aprutiensis, di cui abbiamo raccontato la visita nel precedente “venerdì’ di Archeorivista”. Nel Museo sono conservati i quattro grandi plutei – perfettamente conservati nel loro orlato marmoreo con disegni che abbiano descritto – investiti da fasci di luce nell’oscurità, un vero spettacolo. Nella sala appaiono come star, c’è il video con la ricostruzione virtuale della Basilica, anche di questo abbiamo già dato conto.

Non ci resta che proseguire la visita al piano superiore, con i reperti rinvenuti nell’area provinciale in base ai quali viene ricostruita la “storia del territorio” dopo quella della città. La racconteremo in un prossimo “venerdì di Archeorivista”.

Ph Romano Maria Levante, tutte

1 Commento su Teramo, Museo Archeologico: dai reperti la storia della città

  1. Grazie tante Romano per aver illustrato così chiaramente la visita al museo di Teramo. In particolare hai colto la peculiarità della struttura: un allestimento tutto votato alla didattica e a rendere il visitatore il protagonista assoluto.
    Ancora grazie.
    Daniela

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