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Teramo. Santa Maria Aprutiensis, l’antica cattedrale medievale

I “venerdì di Archeorivista” si spostano a Teramo (Abruzzo), sui resti dell’antica cattedrale di Santa Maria Aprutiensis nel cuore del centro storico. Non si può dire che spuntino all’improvviso, come avviene invece per i ruderi del Teatro Romano, non lontani. Quelli della cattedrale occupano parte della piazza di Sant’Anna e sono protetti da una tettoia con un’incastellatura di tubi d’acciaio che sembra schiacciarne il delicato disegno planimetrico; il progettista ha voluto così, forse pensando al Louvre, ci dicono, tanto è vero che la copertura è di vetro come quella della “piramide” che però serve solo ad introdurre nella grande galleria parigina.


Visione d’insieme dei ruderi.

Non ci si può lamentare troppo per questo, è ben peggiore la “teca” di Meier che “protegge” l’Ara Pacis raggiungendo il doppio risultato perverso di diluire in un enorme spazio museale la delicata magia dello scrigno di pietra, raccolto nella sua perfezione, e di invadere lo spazio vitale della splendida chiesa barocca adiacente. Quod non fecerunt barbari, fecerunt… le archistar!

Qui l’effetto negativo è ben più limitato, la copertura non deborda e tutto sommato può rappresentare una sottolineatura del valore archeologico, quindi storico e artistico insieme, dell’area protetta. Adiacente ad essa la piccola chiesa di Sant’Anna, costruita su parte dei resti di una domus romana, denominata di Torre Bruciata, i cui muri esterni proseguono il tracciato della basilica delimitata da Via dell’Antica cattedrale, una normale strada pubblica dove un grosso cristallo sul piano stradale permette di vedere i resti sottostanti.

La breve vita della basilica distrutta dall’incendio del 1155-56

E’ una rarità nella toponomastica urbana la via aperta al transito che rivela ai passanti le interna corporis mostrando i resti degli antichi insediamenti che ne fanno la storia. Poi la vicina Torre Bruciata, singolare trovare nel nome il riferimento all’incendio che la investì e distrusse l’intera cattedrale devastando il quartiere del quale la torre era posta a presidio.

Per queste circostanze l’ubicazione, con altri tratti caratteristici nella storia dell’antica cattedrale, fa luce anche sulla storia della città e sulle sue modificazioni dall’epoca romana a quella medioevale.

Se un primo accenno a un vescovo Castri Aprutiensis è del 601, per vedere citata l’antica cattedrale occorre arrivare a poco prima dell’anno 900, mentre solo nel 959 è chiamata “S. Sedis Aprutina” e nel 1027Episcopium”. Resti architettonici nell’adiacente chiesa di Sant’Anna simili ai frammenti di pluteo rinvenuti portano la datazione della parte più antica all’VIII-IX secolo, mentre la struttura romanica, simile ad altre del teramano, ne colloca la ricostruzione all’XI-XII secolo.

Si interrompe presto la vita della basilica, un incendio la distrusse nel 1155-56 allorché i Goti misero a ferro e fuoco la città, si recuperò solo il nartece, tamponando l arcate del portico. Qui la storia dei luoghi di culto ha un’accelerazione, fu subito realizzata la chiesa adiacente di Sant’Anna con le strutture architettoniche rimaste in piedi, i materiali e fregi della cattedrale, depredata nel saccheggio dei suoi arredi preziosi; e si avviò la costruzione ex novo, e non ricostruzione in sito, della Cattedrale, l’odierno Duomo di Teramo, in un’area non lontana ma nettamente separata. Al suo completamento – avvenuto in due momenti, nel 1175 e dal 1268 al 1284 – vi furono traslate le spoglie di San Berardo conservate a Sant’Anna fin da quando era intitolata a San Getullio.

Lo spostamento della sede della Cattedrale ha fatto preservare i ruderi, anzi risulta dagli scritti di Muzi che nel 1590 fossero visibili, e nel 1587 fossero state prelevate colonne, parti sepolcrali di travertino ed altro materiale. Le sepolture si riferiscono ad una destinazione funeraria dell’area, tra il VI e il XII secolo, mentre prima ancora, tra il IV e il V secolo, c’erano insediamenti abitativi residenziali. I motivi di tale mutamento di destinazione dell’area possono trovarsi nel restringimento dell’abitato medioevale e nell’adiacenza di un luogo di culto.


Planimetria.

La ricostruzione storica attraverso i successivi scavi

Queste ed altre notizie ci vengono fornite dall’archeologa Daniela Sangiovanni, operatore didattico del Servizio educativo dei Civici Musei di Teramo mentre ci accompagna nella visita. La competenza è unita alla passione nel racconto delle campagne di scavi condotte negli anni Ottanta del secolo scorso dalla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo e nell’interpretazione dei ruderi che si presentano sulla vasta platea dinanzi a noi. I dettagli sono importanti e cercheremo di non omettere gli elementi utili alla ricostruzione, anche se non vogliamo incorrere in troppo minuziose puntualizzazioni storiche e topografiche.

Dunque, i resti romani prima dell’insediamento religioso furono messi in luce da Savini alla fine dell’Ottocento, e si possono vedere all’interno della chiesa di Sant’Anna, sotto la strada pubblica prima citata e in due vani che sono stati identificati, uno dei quali presenta frammenti di mosaici del II-III secolo dopo Cristo. La canaletta sotto la strada e quella sotto la navata centrale dell’antica cattedrale mostrano il preesistente sistema di deflusso delle acque in un insediamento abitativo fino al IV-V secolo. Le sepolture funerarie trovate nella zona e le “tombe a cassone” rinvenute nel 1898 sotto la strada ora pubblica e poi nel 1891 quando fu costruito Palazzo Savini, indicano che la zona fu abbandonata dalle residenze in età medioevale e la destinazione religiosa favorì l’uso funerario fino al XII secolo, come risulta dai reperti rinvenuti.

Per quella che viene chiamata “fase romanica” della cattedrale si indicano i secoli XI-XII, come indica Savini ed è stato confermato dai ritrovamenti avvenuti con gli scavi del 1983-84; di poco anteriore, secoli IX-X, la Torre Bruciata costruita su basi romane con “materiali di spoglio”.

E’ interessante la correzione di tiro tra le campagne di scavi di fine Ottocento e di fine Novecento. A Savini sembrava che la chiesetta di Sant’Anna fosse una delle due navate dell’antica cattedrale, ma molti aspetti non quadravano: l’ingresso in posizione anomala e le dimensioni troppo ridotte rispetto alle esigenze della città, i diversi livelli del piano di calpestio e delle tombe circostanti. Le ipotesi affermatesi con i nuovi scavi del Novecento, pur se concordavano nel considerare la chiesetta di Sant’Anna compresa nell’antica planimetria, modificavano quest’ultima: una grande chiesa a tre navate divise da colonne, con l’abside in evidenza, in un rettangolo di proporzioni 3 a 2 tra le dimensioni del piano, l’abside dietro l’altare maggiore posto come di norma dinanzi all’entrata.


Pavimento

La chiesetta – continua la spiegazione dell’archeologa Daniela – fu ricavata nel lato che aveva resistito all’incendio, dov’era un nartece/portico o comunque un avancorpo posto in asse con l’abside dell’antica cattedrale, di cui sono ancora visibili le arcate nelle loro tamponature d’epoca; un rimedio d’urgenza alla distruzione del luogo di culto, in attesa della ricostruzione della grande cattedrale non in situ ma ad una certa distanza, le fonti dicono a cento passi dalla precedente. Così nacque il Duomo di Teramo.

Interessante il rilievo che i muri esterni della chiesetta di Sant’Anna da entrambi i lati sono coincidenti con quelli sempre esterni della basilica, e che il dislivello rispetto al selciato della strada esterna alla basilica è di 40 centimetri. La ricostruzione dei livelli, molto importante in archeologia, è stata operata anche nei riguardi della necropoli che confina con la parete sinistra, dove è stata rinvenuta una delle tombe più antiche; nella parete destra si conserva oltre al pavimento all’interno anche quello medioevale all’esterno

Rispetto ai più comuni rilievi archeologici, qui c’è la variante dell’incendio che la distrusse, e dà un contenuto diverso ai normali esami stratigrafici. Il sottofondo di tegole e altri frammenti era coperto da uno strato di cenere e carbone che ha comunque preservato i pochi materiali ritrovati e inoltre ha fatto ipotizzare che vi fossero travi e strutture di legno nel soffitto. Sono state le prime a cedere prima del crollo della copertura e del colonnato.

Purtroppo, la costruzione del Duomo in zona vicina alla cattedrale distrutta ha portato alla dispersione di gran parte dei materiali superstiti che sono stati riutilizzati; mentre al saccheggio si deve la sparizione del resto. Le circostanze dell’incendio sono particolarmente drammatiche perché concluse un vero assedio alla zona sacra dopo che furono superate le mura cittadine dalle milizie del conte Roberto di Loretello nella battaglia per il regno di Napoli; si accanì su Teramo che si trovava sulla direttrice verso Ascoli soprattutto per ostilità nei confronti di Guglielmo I, il re normanno della Sicilia. Per la forte resistenza opposta, il saccheggio dovette riguardare anche la cattedrale e si avanza l’ipotesi che l’incendio venisse appiccato per coprire la razzia di arredi e oggetti sacri, non consentita ai vassalli, pena l’annullamento di ogni obbligo da parte dei feudatari, cosa che il conte non poteva permettersi.

Questa ipotesi è validata dalla contiguità della torre di difesa, la prima ad essere incendiata tanto da assumere il nome di Torre Bruciata, realizzata a pianta quadrata con materiali presi da strutture romane, e saldata a delle mura che lasciavano fuori soltanto la Cattedrale: si pensi che lo spessore della muratura della torre – pianta di 8 metri per otto, alta dieci metri – è di un metro e venti, per comprendere come fosse un vero bastione di difesa contro le invasioni dei Goti alle quali si resisteva arroccandosi sulle mura romane e su quelle costruite per le chiese ed altri solidi edifici. La torre è inframmezzata di preesistenze romane e fa pensare alla cittadella di difesa per l’Episcopato.

Viene messo in rilievo che nell’utilizzazione di strutture romane per i nuovi insediamenti si sono mantenute le direttrici viarie preesistenti che restavano l’unico vincolo in una zona che nel IV-V secolo era stata abbandonata e poteva essere riedificata. Un altro avvertimento riguarda la possibilità di pervenire alla completa ricostruzione di quella chiamata la “pianta dell’Episcopio”: vengono deluse le aspettative dalla considerazione che le antiche strutture sono finite sotto i palazzi numerosi nella zona centrale, che oltre alla via Torre Bruciata riguardano Corso Cerulli.

Già la Via dell’Antica Cattedrale, come si è detto all’inizio, sovrasta antichità romane rese visibili dagli spessi cristalli; l’adiacente Palazzo Savini, restaurato di recente, a sua volta è un’area archeologica con il famoso ”mosaico del Leone”, un vero gioiello purtroppo in non buone condizioni che andrebbe restaurato. A Porta Carrese c’è un pavimento in “opus sectile”, fine intarsio marmoreo con il motivo della “rosa dei venti” e un mosaico con decorazioni geometriche; nella Domus di Via dei Mille, uno straordinario pavimento a mosaico raffigurante “Bacco”; poi i pavimenti in coccio pesto alla Madonna delle grazie, altra area di grande valore archeologico.


Ambiente A, particolare della decorazione.

La descrizione e i reperti dell’antica basilica

Murature e abside fanno emergere la struttura della cattedrale a tre navate, le due laterali più piccole di quella posta al centro coassiale con l’abside, e sfalsate di 20 centimetri. I muri esterni sono in “opus incertum” con tegole e mattoni romani, bollati con la sigla S del I secolo dopo Cristo. Gli intonaci interni erano decorati su diversi strati, con accorgimenti per superare le irregolarità del fondo, ma i supporti e piani posticci sono dovuti anche ai tre successivi restauri.

L’archeologa descrive gli ambienti oggi visibili, denominati A, B, C, pertinenti alla domus e non alla basilica paleocristiana: si affacciano sul peristilio, di cui si conserva una parte, con colonne in laterizio rivestite di stucco rosso e vasca al centro. L’ambiente B è quello centrale, con pavimento musivo bianco e nero e fascia perimetrale nera. Nell’ambiente A è stata rinvenuta la tomba 55 con pavimento in signino e inserzioni di tessere lapidee bianche, nell’ambiente C la tomba 54, con pavimento in cocciopesto, meno pregiato dei precedenti.

Un’anfora romana tagliata a due terzi della lunghezza e interrata doveva servire ad un uso sacrale purificatorio, come la piccola macina per cereali.

Scarsi i reperti delle decorazioni, peraltro attualmente non visibili. Da quanto rilevato dalla Soprintendenza in fase di scavo sembra che della navata destra ci siano resti di un affresco con piccoli motivi verde scuro fitomorfi su un fondo ocra; dell’abside analoghi motivi floreali su un fondo più chiaro sul giallo e macchie rosse, colori più vivi forse per calamitare meglio l’attenzione sul cuore del tempio.

Diversa anche la pavimentazione, sempre negli scarsi reperti rinvenuti: in cocciopesto marrone per le navate laterali, interrotto da due tombe nella parte vicina all’abside; in lastre di travertino locale per la navata centrale con un riquadro di mattonelle nel Presbiterio. Anche i particolari costruttivi sono differenti: nelle navate laterali un massetto inconsueto, un vespaio fatto di mattoni obliqui a 60 gradi nella sabbia e calce liquida; nella navata centrale nessuna massicciata di fondazione, solo un sottile strato di sabbia e calce, fragilità che ne ha compromesso la conservazione.

Il colonnato, che aveva un’unica provenienza, era in marmo greco con capitelli corinzi e un’aquila stilizzata. Lo si può rilevare nelle due colonne e capitelli recuperati da Savini e posti nell’altare maggiore della chiesa di Sant’Anna, e dagli altri reperti conservati nella stessa chiesa, tra cui una colonna che fu rinvenuta a terra nella navata sinistra.

Non molto altro è rimasto per l’utilizzazione già ricordata del materiale nella costruzione del vicino Duomo. Dalle fondamenta dell’intersezione tra la navata destra e quella centrale si rilevano segni della trasformazione di colonne in più grossi pilastri per reggere la copertura con uno spessore di mattoni e altro materiale. I resti di un divisorio nella zona dell’altare maggiore fanno pensare che vi fosse collocata la cappella di San Berardo distrutta dall’incendio.


Ambiente B, pavimento, particolare della fascia laterale

Sotto l’altare l’ossario in mattoni e blocchi lapidei quadrati, con intonaco in cocciopesto, realizzato in epoca successiva per le spoglie recuperate dall’area sacra come reliquie da venerare, tanto che ci fu anche una traslazione nel Duomo. La conservazione nell’ossario fa pensare che fossero spoglie anonime, mentre nelle due tombe prima indicate dovevano esserci personaggi locali importanti, tali da giustificare la sepoltura singola e portare all’interruzione della continuità architettonica.

La navata sinistra è di particolare interesse perché il muro esterno corrispondeva alla preesistenza romana e vi è la presenza della vicina tomba cristiana a cappuccina, la numero 54, una delle più antiche tra quelle rinvenute, con pavimento in cocciopesto e tegoloni romani bollati.

Gli ambienti allineati con la chiesa consentono ulteriori rilevazioni di tipo costruttivo. Nel più grande le murature sono fatte con ciottoli di fiume inframmezzati da pezzi di travertino e mattoni e poco legante, stessa pavimentazione in cocciopesto delle navate laterali della basilica, di cui ci sono tracce nell’attacco ai muri. L’ambiente attiguo, più corto, presenta comparti molto piccoli, divisione successiva forse a servizio della zona adiacente adibita ad usi funerari.

Si tratta della Necropoli, dove sono state rinvenute molte tombe con lo stesso orientamento ma diversamente allineate senza corredi funerari, soltanto le fosse, la cui datazione, a seguito di analisi accurate, è stata ritenuta coeva alla cattedrale, tra il VII e il XII secolo. Nella appena citata tomba 54, a cappuccina, e nella 55, a cassone con altrettanti bolli, il piano di inumazione corrispondeva ai pavimenti dell’edificio romano posto nell’immediata prossimità della cattedrale.

Tra le tombe che occupavano una vasta area laterale, quelle lungo i muri della cattedrale erano in muratura con i soliti mattoni e tegole, coperte con lastre di pietra; venivano riutilizzate per accogliere altre spoglie quando erano realizzate in blocchi romani originali o rilavorati.

In conclusione, la collocazione della cattedrale all’interno di un complesso di cui utilizza alcune strutture murarie e lascia inalterato il sistema viario, e la realizzazione della necropoli adiacente a seguito del degrado e abbandono delle “domus” esistenti, ne fa una preziosa testimonianza storica.

La vasta superficie con le delimitazioni murarie e gli impiantiti ben delineati è un valore archeologico che va oltre i reperti espressamente rilevati. A parte le arcate e murature incorporate in quelle della citata chiesa di sant’Anna, e i materiali usati nella costruzione del Duomo, sono stati recuperati cinque plutei in marmo bianco, di qui quattro tra 50 e 80 centimetri, con motivi geometrici in due e floreali-fitomorfi in tre. Gli altri reperti dello stesso materiale sono due pilastrini, uno di 50 centimetri con una cornice a cerchi di nastro vimineo annodati con diagonali, l’altro di 10 centimetri circa con un capitello corinzio stilizzato; la parte finale terminale di una colonnetta scanalata tortile con decorazione a spirale e un blocchetto decorato con un fiore ad otto petali. Inoltre due transenne di finestra, di 70-80 centimetri circa, con decorazione a nastri viminei annodati a cerchi e rombi entro una cornice con treccia. Resta da citare il pilastrino di 50 centimetri in calcare decorato come quello in marmo delle stesse dimensioni.

Dai frammenti di reperto torniamo alla visione d’insieme della basilica come appare dall’area archeologica dinanzi a noi. Spettacolare nella sua composizione, monca nella sua mutilazione. E’ arduo immaginarne l’originale consistenza, anzi non ci si riesce ma non si resta con la frustrazione: soccorre la ricostruzione virtuale in base a quanto rilevato dagli studi di storici e di archeologi.


Plutei nel restauro.

La ricostruzione virtuale

Daniela Sangiovanni ci mostra il video dove scorre il filmato con le tre navate ricostruite, e i principali protagonisti ad illustrarne la storia. C’è il vescovo, San Berardo, vestito dei paramenti che parla, il guerriero, Roberto di Loretello, con l’armatura che appicca il fuoco alla catasta di legno nella basilica; e ancora l’archeologo tramano Francesco Savini, il papa Gregorio Magno, nonché Virtus, l’architetto virtuale che accorre in aiuto al visitatore nella ricostruzione dell’antica basilica.

La macchina da presa gira intorno alle colonne dando la sensazione di percorrere le navate. Daniela, che ha partecipato alla realizzazione, illustra il lavoro dell’Istituto del restauro nel progetto voluto da Paola De Felice, direttore dei Musei civici di Teramo, realizzato dal CNR di Roma con una speciale School dell’University of California e finanziato da Arcus S.pA. e dalla Regione Abruzzo.

Teramo una città vestita di virtuale” – questa la denominazione – comprende un percorso all’interno del Museo Archeologico e all’esterno nel sito di Torre Bruciata, con narrazione e visualizzazione in display di grandi dimensioni dei modelli di una delle realtà archeologiche teramane più importanti. Il progetto ha risonanza nazionale, è tra gli undici selezionati dall’Istituto per le Tecnologie Applicate ai Beni Culturali del Consiglio Nazionale delle Ricerche..

E’ un’iniziativa rimarchevole per rendere più decifrabile la lettura di un sito archeologico poco percepibile nella sua originaria consistenza non essendo rimasto nessun alzato, soltanto basi di murature. Ha il limite di restare esterno al sito, quasi fosse un film su un’altra, diversa basilica.

Ma proprio l’assenza degli alzati unita alla completezza delle basi murarie di un’area così vasta potrebbe rendere possibile una visualizzazione virtuale entro il sito e non nel video, del tipo di quella realizzata negli scavi di Palazzo Valentini da Piero Angela e Paco Lanciano. Dove in particolari ambienti del sito i raggi virtuali ricompongono l’assetto originario con un effetto molto suggestivo; questo si accompagna alla visita guidata con la voce di Angela sincronizzata alla luci che evidenziano il particolare da lui commentato. Nei sotterranei del palazzo si è favoriti dall’oscurità, non sappiamo se e come ipotizzare di procedere nel sito teramano per non limitare alle ore notturne un’eventuale installazione di questo tipo. Le risorse? Potrebbero venire dalle Fondazioni che sostengono la cultura e da eventuali sponsorizzazioni, sarebbe una bella sfida.

Nulla da dire sull’ampia visione della ricostruzione virtuale possibile fuori dal sito, all’interno del Museo Archeologico. Grande schermo, importante complemento dell’ampia esposizione che ricostruisce la storia antica di “Interamnia” e dell’“ager Praetutianus” attraverso i reperti interpretati e commentati. Un modo di rendere vivo il museo, facendone un luogo di forte riaffermazione dell’identità collettiva. Lo visiteremo in un prossimo “venerdì di archeorivista”.

Ph, 1 e 3 di Romano Maria Levante, le altre sono state tratte da: “S. Maria Aprutiensis”, di Glauco Angeletti, Teramo 2000.

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