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Terme di Caracalla: “aeroporto” della romanità imperiale (I parte)

Dopo l’archeologia del colore di Assisi che ci ha “illuminati” per tre settimane, i “venerdì di Archeorivista” restano nella luce e nei colori della natura, prima di tornare nel buio degli ipogei. E ci restiamo visitando le Terme di Caracalla insieme al gruppo dell’associazione info.roma.it con l’archeologa Adelaide Sicuro che già ci ha fatto da guida sapiente nei sotterranei della Basilica papale di Santa Maria Maggiore e delle due chiese dei santi Silvestro e Martino ai Monti con il Titolo Equizio e dei santi Giovanni e Paolo con le Domus del Celio, nonché nell’Opus sectile di Porta Marina di Ostia. Nel frattempo sono subentrate la giornata Fai di primavera e l’apertura delle due nuove Domus di Pompei, oltre al crollo di una volta traianea nella Domus aurea, anch’esse oggetto dei “venerdì di Archeorivista”, fino alla citata archeologia del colore.

Terme di Caracalla

Ritroviamo Adelaide Sicuro, dunque, la sua alta siluette bionda, la sua eleganza e precisione, un nome che è una garanzia si direbbe. Ci ha abituati troppo bene, tra le tante notizie e citazioni sciorinate a ritmo incalzante ha sempre sottolineato gli aspetti ipotetici e problematici, marcando i dubbi più che le certezze fino a porre il gruppo dinanzi ai dilemmi aperti, aspetto quanto mai intrigante dell’archeologia. Ci abbiamo fatto titoli e sottotitoli nelle quattro visite guidate da lei che abbiamo raccontato finora.

Ma le Terme di Caracalla ci sembrano un libro aperto, forse perché sono inondate di luce, come gli ipogei erano immersi nel buio, e alla luce tutto diventa più chiaro, anche i misteri. E allora le abbiamo chiesto una definizione di questo sito straordinario, a quale realtà odierna si potrebbe paragonare. E’ difficile trovare l’equivalente dell’incommensurabile, ma l’archeologa lo ha trovato, e ha risposto senza esitare: “Non un centro benessere né un centro commerciale, qualcosa di molto più grande, anzi grandioso, forse un aeroporto”. La definizione ci è piaciuta, ed è andata nel titolo.

Un tempo, quando si visitavano gli aeroporti, si andava nelle terrazze, il volo degli aerei dava l’impressione di spaziare con la vista sul mondo, poi le misure di sicurezza le hanno precluse. Ebbene, l’“aeroporto” Terme di Caracalla, che ha le sue terrazze, è una visione d’insieme sulla romanità. Quella più grande, anzi grandiosa, la romanità imperiale, di una città che aveva raggiunto quasi i 2 milioni di abitanti e si dava infrastrutture civili all’altezza della sua forza militare.

Poi con le invasioni barbariche e il corso della storia fu ingoiata in un buco nero, la popolazione precipitò fino a 20 mila abitanti, le aree monumentali divennero campagna e furono abbandonate alla demolizione per procurarsi materiali da costruzione oltre che al saccheggio delle decorazioni.

L’“aeroporto” delle Terme non si sottrasse a questa sorte comune. Ripercorriamone la vicenda.

La vicenda delle Terme, specchio della storia di Roma

Inaugurate nel 216 dopo Cristo, dall’imperatore Caracalla, che regnò pochi anni prima di fare una fine violenta, si devono al padre l’imperatore Settimio Severo. Rientrano nella sua particolare concezione della città in espansione che doveva esibire la propria grandezza, per cui nella parte sud dov’era la “XII Regio”, chiamata “Piscina Publica”, Settimio realizzò uno spettacolare Ninfeo, sette livelli di scenografia di tipo teatrale, detto appunto “Septizodium” che introduceva alla principale arteria, la via Appia.

Le Terme erano una componente fondamentale di questo assetto e del relativo sistema di comunicazioni, per cui furono oggetto di ulteriori interventi degli imperatori successivi, Eliogabalo e Alessandro Severo, fino al completamento nell’anno 235. Venne poi l’incendio al quale seguirono i lavori di ripristino di Aureliano, e la sistemazione dell’acquedotto dell’Aqua Antoniniana da parte di Diocleziano. Non mancarono ristrutturazioni interne come quella di Costantino che modificò l’ambiente dei bagni caldi con l’aggiunta di una parte circolare, certificata da un’iscrizione.

Tre secoli durò l’attività delle Terme, e fu molto intensa, per numero di frequentatori giornalieri e per servizi prestati, se ne trova l’eco negli autori dell’epoca che ne magnificavano la grandiosità come Olimpiodoro, o la ricchezza come Polemio Silvio. All’anno 537 si fa risalire la loro fine accertata dopo un lungo periodo di decadenza.

Una parabola che rispecchia quella di Roma, e non poteva essere altrimenti essendone la massima espressione nel campo delle infrastrutture civili e della vita urbana. I Goti strangolarono la città tagliandone l’approvvigionamento idrico vitale per le Terme, la città si svuotò restringendosi alle zone centrali, furono abbandonate quelle periferiche esposte alle scorrerie e meno difendibili.

Le Terme perdettero la loro funzione e decaddero, venendo utilizzate ormai soltanto come cimitero dei pellegrini morti nel vicino Xenodochium dei santi Nereo e Achilleo. Triste destino per quello che per tre secoli era stato un centro così frequentato e movimentato di vita e di benessere.

Non furono abbandonate totalmente, le loro dimensioni e l’imponenza delle strutture non potevano passare inosservate neppure nei secoli successivi, del resto ci accorgiamo anche oggi che non possiamo considerarle alla stregua dei comuni resti archeologici di piccole dimensioni.

Finiti gli imperatori romani, nei secoli seguenti sono i Papi ad occuparsene, precisamente Adriano I, Sergio II e Niccolò I – lo attesta il Liber Pontificalis – che fanno lavori negli acquedotti, come risulta anche dalle tracce lasciate dal calcare, e siamo arrivati al IX secolo. Ma in seguito il degrado è inarrestabile, nel XII secolo avviene la spoliazione prima delle decorazioni, statue e capitelli, poi degli stessi materiali da costruzione come i preziosi marmi.

La storia non si ferma e neppure la caduta di quelle che erano state la “settima meraviglia di Roma”: la cura dei Papi per gli acquedotti che le rifornivano ha mantenuto l’afflusso di acqua che fa prosperare orti e vigneti nella zona che nel XIV secolo viene chiamata “palatium Antonianum”.

Nel XV secolo cominciano ad affacciarsi i visitatori illustri, Poggio Fiorentino parla di “grandissime vestigia”. Anche se sono in rovina, il complesso centrale si può ancora visitare all’inizio del XVI secolo, con il papato di Giulio II alla cui tomba lavorò Michelangelo. Dopo alcuni anni la zona viene rivoluzionata da papa Paolo III, dei Farnese, che fa compiere scavi per la costruzione del proprio palazzo.

A metà del XVI secolo gli scavi portano alla luce gruppi scultorei e colonne, oggetti e arredi, è il canto del cigno: nella restante parte del secolo diventano luogo di trastullo per i ragazzi dei collegi dei Gesuiti .ai quali le aveva donate papa Paolo V; ne resta la traccia in un affresco della Vergine sorretta da un angelo in uno dei vani di transito del complesso, sembra voluto da san Filippo Neri.

Nei due secoli successivi torna l’interesse al complesso, questa volta sotto l’aspetto architettonico, ne danno testimonianza i disegni di grandi artisti come Giuliano da Sangallo e il Palladio.

Siamo così al 1800, nel secondo decennio gli scavi fanno rinvenire mosaici artistici dei pavimenti e nel 1860-70 addirittura una Domus dell’epoca di Adriano con relativi affreschi parietali e pavimenti mosaicali, nonché capitelli, colonne e una statua di Ercole.

Terme di Caracalla

Le Terme dallo Stato unitario ai giorni nostri

Lo Stato unitario nel 1870 scopre le Terme e lancia campagne di scavi con successo, vengono alla luce pavimenti in “opus sectile” nella zona dei bagni caldi e a mosaico nella palestra a ovest.

Con il ‘900 si lavora lungo il perimetro e nel sottosuolo, scoprendo, tra l’altro, la Biblioteca in superficie e il Mitreo nel dedalo di gallerie e ambienti sotterranei di servizio al complesso termale.

Nel 1937-38 non solo scavi di esplorazione ma anche restauri, la zona è nelle competenze della Soprintendenza laziale ai Monumenti. La sala dei bagni caldi viene utilizzata per la stagione lirica del Teatro dell’Opera, siamo giunti ai giorni nostri, nella contemporaneità diremmo quotidiana.

L’interesse per questa forma di impiego porta, negli anni ’80, alla bonifica del complesso con l’eliminazione degli insediamenti abusivi e della fitta vegetazione e importanti restauri dalla biblioteca e al tempio di Giove.

All’inizio degli anni ’90 si passa dalla logica dell’utilizzo a quella della conservazione: dopo 55 anni si chiudono le Terme alla stagione lirica estiva. Nel 1912 nel Mitreo sotterraneo viene ritrovata una bellissima statua con il torso di Afrodite Anadiomene e nel 1996 una Artemide senza testa, pregevole nel ricco panneggio della corta tunica, risalente al V secolo: e questo, nel corso dei lavori per il nuovo impianto elettrico, ad opera di Marina Piranomonte. Alla sua accurata e colta ricostruzione ci siamo riferiti per il rapido excursus sull’intera vicende storica delle Terme

Si avvicina il 2000, l’imminenza del Giubileo porta a bonificare le Terme dai residui del vecchio impianto per la Lirica e a recintare e sistemare la zona: dopo il Giubileo tutto è pronto per la nuova ripresa degli spettacoli lirici, anzi per due anni ci sarà la stagione estiva dell’Accademia di santa Cecilia, prima di riprendere con quella del Teatro dell’Opera.

Rispetto al passato, un passato di sessant’anni, strutture precarie che vengono rimosse, collocazione in zona aperta con minore esposizione dei ruderi, come quelli della zona dei bagni caldi, il “calidarium” dalla preziosa forma circolare di cui diremo.

Una sorte singolare in carattere con la sua maestosità monumentale, che si rivela m fondale d’eccezione per spettacoli grandiosi quanto effimeri. Come è stata la sua lunga e tormentata storia.

TORO FARNESE
TORO FARNESE

Le Terme sparite: sculture di grande valore nel musei, colonne asportate nelle chiese

Una storia nella quale un posto importante occupa la spoliazione sistematica, dalle decorazioni alle statue, dai marmi ai materiali da costruzione. Vi abbiamo accennato appena, ne delineiamo ora una rapida geografia per trarne alcune considerazioni la cui spontaneità assolve dall’irriverenza.

Innanzitutto ricordiamo gli spostamenti conservativi: degli affreschi trovati nella Domus adrianea sotterranea, tra cui la testa di Anubis, uno con doppio riquadro e immagine centrale è stato spostato nella palestra ad Est; le citate statue di Afrodite Anadiomene, e di Artemide entrambe al Museo nazionale romano nell’aula delle Terme di Diocleziano.

Poi le asportazioni vere e proprie delle opere principali, di cui abbiamo cognizione. Cominciò alla grande Paolo III Farnese per decorare il proprio Palazzo, raccogliendo nei propri magazzini l’ingente materiale frutto degli scavi. Tra le opere d’arte spiccano le grandi sculture, in primis il gruppo del cosiddetto Toro Farnese, (Dirce legata al toro da Anione e Zeto) collocato nel cortile del Palazzo Farnese, poi prima del 1790 trasportato a Napoli nella Villa Reale e infine, quasi quarant’anni dopo, collocato nel Museo Archeologico Nazionale del capoluogo partenopeo.

Nella stessa sede troviamo il cosiddetto Ercole Farnese, possente scultura del terzo secolo dopo Cristo, firmata dall’ateniese Glykon: al corpo rinvenuto nella sala dei bagni freddi delle Terme furono aggiunte braccia e testa trovate in luoghi molto lontani, La statua di Ercole Latino, trovata nello stesso ambiente, si trova invece nella Reggia di Caserta.

Altre statue importanti trovate alle Terme furono Atreo con Tieste, inoltre Minerva, Venere e busti di personaggi; nonché le vasche e due bacini per le abluzioni fredde: ebbene, le prime furono portate e si trovano tuttora nel cortile del Belvedere in Vaticano, i secondi a piazza Farnese.

Parecchio materiale dovrebbe trovarsi nei magazzini, tra cui capitelli con raffigurazioni di saette ed aquile e frammenti del fregio con riprodotte le armi usate nelle palestre, e tanti altri pezzi.

Sui pavimenti torneremo più avanti, quelli in “opus sectile”, più ricercati, sono spariti, mentre di quelli in mosaico si conservano importanti sezioni negli ambienti delle Terme dove erano e sono tuttora collocati. Anche qui, i più pregiati sono stati asportati, parti importanti di trovano dall’inizio degli anni’ 60 ai Musei Vaticani dopo essere stati per oltre un secolo nel Museo del Laterano, sempre a Roma.

Non basta, troviamo colonne prese dalle Terme nelle chiese romane, come nella basilica di Santa Maria in Trastevere.

Per tutti i reperti fin qui ricordati la sottrazione prima del passaggio sotto l’egida dello Stato unitario ne ha impedito la ricollocazione, ben protetta, nella loro sede naturale; quasi che la logica che ha portato l’Etiopia ad ottenere la restituzione dell’Obelisco di Axum, la Grecia a richiedere all’Inghilterra i fregi del Partenone, anche se finora senza esito, e l’Italia a reclamare spesso con successo opere d’arte “rapite”, una delle tante il Vaso di Eufronio, non potesse valere all’interno della nostra nazione.

Ma questa è un’altra storia anche se ci piace sognare il ritorno nelle Terme delle due grandi sculture di cui si appropriarono i Farnese, il gruppo del Toro Farnese e l’Ercole Farnese, e di quanto sarebbe recuperabile dal chiuso dei musei per ricollocarlo nello splendore del grande sito archeologico che reca i segni della romanità più gloriosa ma ridotti alle possenti pareti, a qualche fregio e pavimento mosaicato, però senza statue né colonne:

Di colonne ne esistevano oltre 250, alcune alte più di 12 metri, anch’esse portate via e riconoscibili, lo abbiamo detto, in altri siti anche romani, ma se queste non si possono sradicare dagli edifici che le hanno incorporate il recupero potrebbe essere fatto per ciò che è rimuovibile come le statue citate: da esporre in sito, si ribadisce con tutta la protezione del caso. Magari nell’aula dove sono completamente preservati i pavimenti mosaicati, allora poco ambiti. La stessa cosa potrebbe valere per le 100-120 statue che erano alloggiate nelle nicchie delle Terme e si trovano disperse in molti musei europei, la spoliazione non ha conosciuto confini.

Almeno andrebbero valorizzate le migliaia di reperti contenuti nel magazzini, sempre nella sicurezza dai vandali e dai trafugatori, per dare un po’ più di vita a ruderi imponenti che oggi appaiono belli senz’anima, quella data da sculture e colonne con il respiro eterno dell’arte.

Nulla ci vieta di sognare che ciò sia possibile, almeno nella nostra immaginazione virtuale: questo i Farnese di ieri e i loro epigoni di oggi in Italia e all’estero non possono impedirlo, ai nostri occhi si confondono con i predoni che hanno spogliato delle sue ricchezze questo trionfo della romanità.

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