Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Terme di Caracalla, “aeroporto” della romanità imperiale (II parte)

Terme di Caracalla

I “venerdì di Archeorivista” restano nell’immenso spazio archeologico delle Terme di Caracalla con lo stesso gruppo dell’associazione info.roma.it e la guida dell’archeologa Adelaide Sicuro. Dopo averne raccontato la lunga storia dalla romanità ai giorni nostri, e averne documentato e deprecato le spoliazioni, dagli anonimi trafugatori ai paludati principi e Papi, entriamo nella vasta area delle Terme immergendoci nella grandiosità. L’assenza di reperti scultorei, colonne e capitelli, a parte rari frammenti, tra le imponenti vestigia delle pareti, comunica freddezza priva di vita. Fino agli splendidi pavimenti, una vera benedizione del cielo per il popolo dell’archeologia.

Il centro termale con tutti i servizi di fitness e le strutture di supporto

Abbiamo parlato delle “terrazze” dell’“aeroporto” Terme di Caracalla, e ci sono realmente, dovendosi colmare i 14 metri di dislivello nell’ampia area in cui sono state realizzate, e lo si è fatto con le sostruzioni della piattaforma superiore e i piani sotterranei adibiti alle imponenti strutture di servizio, con cunicoli e magazzini, gallerie e condotti, in particolare quelli per l’imponente approvvigionamento idrico e per il sistema fognario, altrettanto imponente.

Si è anche provveduto alla viabilità, con la Via Nova Antoniniana che univa le Terme al Circo Massimo, realizzato in una depressione del terreno che ne favoriva la particolare conformazione, e alla via Appia che, nello spirito pragmatico dei romani, favoriva il trasporto dei materiali: quattro accessi dal lato principale, uno al lato opposto verso l’Aventino con un grande scalone nei pressi della Biblioteca – una delle due – anch’essa compresa nei servizi: oltre al corpo non si dimenticava la mente, del resto il “mens sana in corpore sano” ne testimonia il costante abbinamento.

Parlando ora dell’approvvigionamento idrico, è interessante notare che fu costruito un apposito acquedotto con una derivazione dall’Acqua Marcia cui furono aggiunte delle sorgenti, si ebbe così la cosiddetta Acqua Nova Antoniniana. Tratti di questo acquedotto sono riconoscibili a partire dall’Arco di Druso sulle Mura Aureliane, alla Circonvallazione Appia e a piazza Galeria, nonché nella zona vicinissima alle Terme di Via Baccelli, con delle arcate; i resti della ventina di cisterne per l’accumulo di acqua in serbatoi supplementari sono nel “castellum aquae” del lato sud dove giungevano le condotte dell’acquedotto.

Il sistema idrico, nel quale i romani erano maestri, era particolarmente sofisticato, nelle sue componenti di approvvigionamento, riscaldamento e scarico. Le innumerevoli vasche e fontane venivano raggiunte da condotte , con una particolarità: mentre le utenze fredde, il “frigidariun” e la “natatio” erano fornite di acqua corrente, quelle calde, come il “caldarium” e il “tepidarium”, venivano riempite e svuotate di volta in volta.

La portata delle fogne era in rapporto a questi imponenti afflussi, con un grande condotto a 10 metri di profondità dove affluivano tutti gli scarichi. Nei sotterranei c’era anche il sistema di riscaldamento con i “praefurnia”, di cui ne sono stati conservati la metà dei 50 che si ritiene fossero in servizio e le relativa caldaie per riscaldare l’acqua: 10 tonnellate al giorno il consumo di legna stimato e 2000 tonnellate la legna stipata nei magazzini per dare un’autonomia di riscaldamento di sette mesi. E’ stato trovato anche un “Mitreo”, ambiente votivo al dio Mitria.

La datazione della Terme è stata favorita dal ritrovamento in questo braccio di un’iscrizione con la data del 212 dopo Cristo, imperatore Caracalla; ed è pressoché certo che il sistema idrico precedesse immediatamente la loro realizzazione durata solo cinque anni, con la proverbiale celerità romana, impiegando 9 mila lavoratori al giorno tra quelli impegnati a cavare, trasportare e lavorare i materiali e gli addetti alla costruzione e alla decorazione dei vastissimi ambienti.

Che dovevano essere a supporto di un centro per il pubblico in grado di ospitare fino a 1.600 persone a turno, qualcosa come 6-8 mila al giorno. E non come visitatori di passaggio ma come fruitori delle prestazioni del centro, dalle attività termali più elementari a quelle più sofisticate della fitness fin da allora imperante; e anche le attività ludiche, c’era una grande piscina e una vasta palestra. E’ proprio vero allora che “alle Terme di Caracalla i romani giocavano a palla”?

Adelaide Sicuro risponde a tono e in senso affermativo alla nostra scherzosa provocazione che nasce dall’irridente filastrocca dell’adolescenza: “Certamente sì, la palla è un gioco antichissimo, e nelle Terme c’erano attività ludiche di tutti i tipi”. Non per sfoggio di citazioni, la sua sicurezza si basa, oltre che sul “nomina consequentia rerum”, su precise attestazioni della vita nelle terme romane: dalla gustosa lettera di Seneca a Lucilio sulle celebri terme di Baia contenuta nelle Epistole, a quanto racconta Svetonio in Vespasiano, che vi giocava a palla come Augusto, dall’altrettanto gustoso epigramma di Marziale all’iscrizione del II secolo dopo Cristo sul famoso giocatore di palla Ursus. In tutti il gioco della palla spicca come fatto ludico molto praticato.

Dunque, un centro termale e di fitness completo di tutti i servizi e aperto a tutti, Roma ci teneva molto all’igiene dei suoi cittadini, e questo l’ha preservata da epidemie e pestilenze mantenendo la sua elevata popolazione fino a che gli eventi esterni l’hanno fatta crollare. Naturalmente i ceti più elevati non avevano bisogno delle terme pubbliche, le avevano nelle loro lussuose Domus, mentre gli abitanti delle “insule”, i condomini spesso alveari umani, trovavano nelle Terme l’unica possibilità di assolvere ai dettami dell’igiene personale che diventava fatto collettivo.

E non ci sono soltanto queste terme nella organizzazione imperiale, tutt’altro: si va dalle Terme di Agrippa dell’epoca augustea presso il Pantheon alle Terme di Tito e di Traiano sulla Domus Aurea, dalle Terme di Sant’Elena presso l’anfiteatro castrense alle Terme di Commodo e alle Terme di Decio all’Aventino; vi sono anche le Terme di Marc’Aurelio a Trastevere e le Terme di Costantino al Campidoglio , fino alle Terme di Diocleziano dov’è la basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri a piazza Esedra. L’offerta di servizi termali, igienici e di benessere, era quindi di una ampiezza e varietà straordinarie, con ingresso a prezzi modici e anche gratuito, era una prevenzione molto meno costosa delle epidemie che scongiurava, dice Adelaide Sicuro.

Terme di Caracalla

Il complesso sistema degli edifici nelle terme

L’archeologa ci precede, qui è molto diverso dagli ambienti ipogeici, per lo più angusti e nella semioscurità, dove si doveva disciplinare il “traffico”. Il gruppo è ben più folto, quasi il doppio di partecipanti del solito, gli immensi spazi lo consentono, Info.Roma presta attenzione anche a questo aspetto. L’età media si è abbassata, c’è una ragazza undicenne, Livia, altre tre hanno dodici anni: ce lo dice proprio Livia alla quale spetta il primato di più giovane del gruppo, avevamo chiesto chi fosse; molte signore di varia età e avvenenza – spicca tra tutte una giovane signora bionda, capelli corti e occhiali neri avvolgenti, giacca scamosciata e pantaloni in tinta – signori che le accompagnano e singoli. Un clima disteso da gita in campagna, la splendida giornata lo favorisce.

Il gruppo ascolta le spiegazioni, pone delle domande, discute, è il bello di queste visite anche se qui non vi sono misteri, a parte quelli delle spoliazioni. L’archeologa cerca di evocare l’antica grandezza con ogni mezzo, gli alti muri ridotti a ruderi, le arcate e quant’altro devono trasformarsi in un tempio della bellezza e del benessere, non è facile. Perché non è rimasta quasi nessuna decorazione, e anche quelle presenti non sembrano valorizzate come si dovrebbe e potrebbe.

Meglio concentrarsi sulle strutture, i ruderi danno il segno dell’antica grandezza, tanto sono colossali, alti i loro bravi 20-30 metri. Le cupole non ci sono più, in qualche caso se ne intravede il profilo delineato oppure intuibile dai muri che le sostenevano rimasti in piedi; è come se un bombardamento avesse abbattuto le parti superiori, la sorte dei reperti antichi: l’azione del tempo.

Intanto sappiamo che le grandi terme imperiali erano polifunzionali, come si direbbe oggi: bagni e cura del corpo, passeggio e studio, gioco e sport. Le Terme di Caracolla, una città nella città quando era una metropoli molto popolata, poi divennero campagna e decaddero con la caduta di Roma.

Una struttura razionale: l’asse centrale si sviluppa dalla “natatio”, la grande piscina scoperta con acqua corrente, al “frigidarium” in posizione baricentrica, un’aula con ai lati quattro vasche di acqua ovviamente fredda poste in senso longitudinale; dal “tepidarium” con due vasche tiepide, fino al “caldarium” circolare, dove le vasche per i bagni caldi erano sette. Intorno i locali accessori tutti doppi, ai due lati dell’asse centrale in modo simmetrico: notiamo l’“apodysterium”, cioè lo spogliatoio, e una serie di sale riscaldate per le “sudationes”, nonché altri ambienti laterali al “frigidarium”, in particolare la “palestra”, che si sviluppava su due piani come gli spogliatoi. Intorno lo “xystus” , il vasto giardino con lo “stadio” e, verso un’uscita, la “biblioteca”. Il giardino separava il recinto esterno coronato da portici dagli edifici posti nell’area centrale.

Terme di Caracalla

Struttura architettonica e dimensioni

Gli ambienti termali, dunque, in successione al centro, gli altri ai due lati raddoppiati, il tutto facilmente accessibile con fluidità di percorsi e agevole circolazione. Sembra scontato ma non lo era, nelle terme minori si creavano difficoltà nel passaggio tra gli ambienti di uso comune, che non avevano una disposizione altrettanto razionale e richiedevano giri viziosi.

Oltre che ragioni logistiche, nella disposizione c’era una ragione termica, evitare la dispersione di calore, motivo che spiega anche le aperture oblique degli ambienti; così gli ampi finestroni del paino superiore servivano ad accumulare il calore solare anche per l’esposizione a sud-ovest.

Qualcosa sulle struttura architettonica e sulle dimensioni: la parte centrale con gli ambienti principali e di supporto, nonché le strutture di accoglienza e permanenza, per così dire, era un rettangolo di più di 200 metri di lunghezza per 100 di larghezza, sporgevano soltanto l’emisfero circolare del “caldarium” al centro di uno dei due lati lunghi, e le due piccole “esedre” al centro dei due lati corti.

Il “frigidarium” era lungo quasi 60 metri e largo 25, una struttura monumentale, le volte a crociera poggiate su grandi colonne di granito venuto dall’Egitto con funzioni di sostegno della volta e di collegamento con l’ambiente adiacente. Sopra ai pilastri due ordini di arcate, quello superiore con i finestroni di cui abbiamo detto. Aveva una funzione che è stata definita di “smistamento” rispetto agli altri ambienti termali, per questo era al centro, e di piscina fredda coperta; con delle nicchie alle pareti per l’alloggiamento di statue. Per la sua conformazione architettonica è chiamato anche “basilica” e ha ispirato strutture basilicali successive, dalle Terme di Diocleziano e Basilica di Massenzio fino alle costruzioni ottocentesche per le Stazioni ferroviarie soprattutto in America.

Non è da meno il “caldarium” con la sua ardita struttura, un’unica cupola dal diametro di quasi 36 metri, poco più piccola del Pantheon e più grande della cupola di San Pietro; un altro miracolo dell’architettura romana realizzato con il sostegno di otto pilastri che reggevano la cupola mediante un doppio ordine di archi con i finestroni citati, che alleggerivano e facevano entrare i raggi solari.

La “natatio” era un ambiente lungo 50 metri per poco più di 20, con la piscina, dove si entrava dal lato corto mediante scalette, c’erano sei nicchie per parete disposte in due ordini, tre grandi colonne del solito granito egiziano nella parete a nord.

Resta da accennare alla “biblioteca”, è rimasta quella presso l’accesso dell’Aventino, è di circa 40×20 metri, ci sono anche qui le nicchie alle pareti ma di diversa conformazione e funzione. Non devono accogliere statue, ma gli “armaria lignei”, che contenevano i “volumina”, i rotoli che potevano essere consultati mettendosi a sedere sulla “banchina” che corre lungo le tre pareti; al centro della parete sud una nicchia più grande, forse per la statua di Minerva, la dea della sapienza.

Terme di Caracalla

Le decorazioni degli ambienti e le opere d’arte asportate: due proposte

Cominciamo dalle decorazioni visibili nella visita, sono ben poche, avendo presente la vastità dei luoghi e le dimensioni dei giganteschi ruderi. Colpiscono alcuni resti di pavimenti perfettamente conservati in tutta la superficie nella palestra a ovest: è mosaico non del tipo più comune bianco e nero ma policromo, c’è anche il rosso e il giallo. Le palestre ci hanno dato anche mosaici ornamentali, come il “thiasos” marino, mentre si trovano sparsi nel cortile appoggiati ai ruderi alcuni pezzi con mosaici raffiguranti animali come il toro, o figure umane, relativamente modesti ma significativi per dare un’idea delle decorazioni originarie; un frammento del mosaico trovato sempre nella palestra con figure di atleta è stato portato al Museo. Erano per lo più nei pavimenti.

L’archeologa non si stanca di indicare i fori alle pareti a diverse altezze, lì venivano fissate le lastre di marmo che dovevano rivestirle con un effetto d’insieme spettacolare, completamente perdute. Sono allo scoperto anche le aperture simmetriche dalla sezione adatta a contenere i travi per le impalcature necessarie a lavorare sotto le volte.

Quando si parla di marmo alle pareti il pensiero corre all’“opus sectile”, il costosissimo intarsio ornamentale con marmi pregiati di diverso tipo e colore provenienti soprattutto dall’estero: trasporti onerosi e lavorazioni onerosissime, venivano segati a mano e lucidati nello stesso modo con la sabbia, poi il complicato lavoro di intarsio di cui abbiamo parlato nel “venerdì di Archeorivista” che ha preceduto la triplice immersione nell’“Archeologia del colore” alla basilica francescana di Assisi: quando abbiamo raccontato la visita all’ “Opus sectile di Porta Latina” di Ostia, ricostruito perfettamente in tutto il suo splendore al Museo romano dell’Alto Medioevo all’Eur.

Alle Terme di Caracalla questa decorazione era anche nei pavimenti, e come potesse essere ce lo mostra quello ora citato proveniente da Ostia; ne fanno fede i frammenti trovati nell’intero nucleo centrale di sale con acque fredde, calde e tiepide; vuol dire che questa decorazione, pur così costosa, riguardava un’area molto vasta, quella dove i frequentatori sostavano a lungo.

Ci viene un’associazione di idee con la Metropolitana di Mosca, dove sorprende il lusso e l’arte sopraffina profusa in ambienti nei quali si dovrebbe ricercare la funzionalità piuttosto che la bellezza. A Mosca il motivo era politico, la Rivoluzione volle dare alla “casa del popolo”- tale veniva considerata la Metropolitana per la frequenza giornaliera da parte delle masse popolari – lo stesso lusso delle case dei nobili. Che questa idea sia venuta loro dall’antica Roma, dove le Domus nobiliari avevano terme private, per cui quelle pubbliche erano le vere “case del popolo”?

Le più gravi perdite sono quelle delle statue e delle colonne, del tutto scomparse dalle Terme, per i motivi ricordati venerdì scorso nella prima parte del servizio. Non ci torniamo per non apparire petulanti, anche se all’impoverimento di un’area archeologica così importante e tanto vasta andrebbe posto rimedio in qualche modo nei limiti del possibile.

Nulla si può fare per le sottrazioni e le sparizioni che non hanno lasciato traccia, è evidente. Ma qualcosa è fattibile per le opere di cui è nota la destinazione, alcune di grande valore storico e artistico e di notevole resa spettacolare: pensare a recuperare il Toro e l’Ercole Farnese può essere velleitario, e così le opere sparse altrove, ma intanto si può cominciare a porre il problema.

Quello che si potrebbe fare presto è portare alla luce i tanti reperti chiusi nei magazzini per valorizzarli e in tal modo ridare vita e spessore artistico allo straordinario vastissimo sito delle Terme di Caracolla. E procedere a una serie di iniziative che non presentano controindicazioni.

E allora, riallacciandoci a quanto detto e documentato venerdì scorso, ecco la prima proposta: qualora per le opere asportate non fosse possibile il recupero dell’originale o la sua adeguata protezione in sito, mettere una copia fedele come si è fatto con il Marc’Aurelio di Piazza del Campidoglio. Avrebbe anche un’efficacia promozionale per i musei dove continuerebbe ad essere conservato l’originale. Le risorse necessarie in un periodo di gravi ristrettezze nei fondi per la cultura? Gli sponsor privati non mancherebbero, e la politica del Ministero per i Beni Culturali come quella dell’amministrazione capitolina sono aperte ai loro fondamentali contributi.

A questa si aggiunge una seconda proposta per ovviare alla sensazione di non realizzato che si prova in un’area tanto vasta e tanto povera pur nell’imponenza delle sue strutture. Attrezzarla, per quanto possibile, con installazioni virtuali del tipo di quelle felicemente sperimentate a Palazzo Valentini ad opera di Piero Angela e Paco Lanciano, per restituire qualcosa all’“incompiuta”. Non aggiungiamo altro, “intelligenti pauca”, per chi è stato sotto Palazzo Valentini questo basta.

Sperare di avere una risposta dalle autorità preposte sarebbe forse pretendere troppo. Ma avere l’opinione dei lettori ci sembra non sia velleitario e neppure ambizioso. La forza della nostra rivista culturale on-line è anche questa: incoraggiare la partecipazione di ogni voce cosciente e libera.

Terme di Caracalla, mosaici

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*