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Terracina, Santuario di Giove Anxur

Terracina, Santuario di Giove Anxur

Si tratta di un grande santuario scenografico che sorge sulla sommità dell’acropoli di Terracina, a picco sul mare (a circa 210 m). La datazione del complesso appare controversa e ricopre un arco cronologico che va dal II sec. a.C. alla piena età sillana (80-60 a.C.); tuttavia la tecnica edilizia in opera incerta, con soluzioni ancora contenute delle volte e le tracce di decorazione pittorica di I stile inducono a propendere per una cronologia anteriore all’epoca della guerra sociale. L’edificio è confrontabile con altri grandi santuari del Lazio di epoca repubblicana, come quello di Ercole a Tivoli e quello del Santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, realizzati con la nuova tecnica cementizia romana, che permetteva costruzioni più complesse e grazie ai fondi derivanti dai commerci con l’Oriente e dalle guerre di conquista.

Il santuario ebbe lunga vita: la sua decadenza ebbe inizio nel V secolo quando, dopo la promulgazione dell’editto di Teodosio (426), i Cristiani distrussero molti monumenti presenti nell’area. Intorno alla metà del VI secolo l’area fu occupata da un insediamento benedettino, legato alla diffusione di S. Michele Arcangelo, da cui il nome di Monte S. Angelo.

Scavi archeologici e problemi di attribuzione

Terracina, Santuario di Giove Anxur

Nel 1893, un cittadino di Terracina, Luigi Antonio Capponi, aveva scavato sulla sommità di Monte S. Angelo una buca di m 2×2 tra i ruderi affioranti, per cercare un tesoretto e a 2,50 m si era imbattuto in una muratura con una cornice sovrapposta. Informate le autorità locali, nel 1894 ebbe luogo il primo scavo sistematico dell’area, piuttosto definibile come sterro, che ebbe una durata di 5 settimane. Furono scavate completamente le aree del tempio maggiore e dell’oracolo, vennero trovate poche monete e una stipe votiva con una serie di oggetti la cui analisi indicava la frequentazione del tempio per tutto il I secolo a.C., ma non offriva alcun elemento per periodi anteriori o posteriori.

Inizialmente il santuario era stato attribuito a Giove Fanciullo, a causa di un’errata interpretazione di alcuni passi liviani, e gli oggetti erano stati visti, in questa ottica, come giocattoli. Studi successivi e, in particolare, le testimonianze epigrafiche lo connettono al culto di Venere. L’architettura del complesso, d’altra parte, troverebbe riscontri evidenti con quella del tempio di Venere Ericina in Sicilia; inoltre, l’aspetto del santuario e il suo orientamento sono legati al porto e alla navigazione e il culto di VenereAfrodite era spesso connesso alla protezione dei naviganti. Il Gullini identificò il tempio di Giove di cui parlano le fonti con un piccolo edificio adiacente di epoca arcaica, il cosiddetto “Piccolo tempio”, individuando così due fasi costruttive del complesso. Ma questa ipotesi non sembra accettabile e il dibattito resta aperto.

Struttura

Terracina, Santuario di Giove Anxur

Il santuario consiste in una grande piattaforma con sostruzioni a fornici, percorse internamente da un corridoio perimetrale, fornito di una copertura a volta e aperto con finestre verso l’esterno. Alle spalle del tempio c’è una stoà, forse di stile dorico e ad E c’è un edificio secondario, probabilmente di epoca diversa, consistente in un ambulacro doppio, aperto con una serie di arcate, mentre accanto al tempio è collocata una cavità sotterranea, interpretata come un oracolo. Il tempio è un imponente edificio su grande podio modanato, orientato N/S e posto obliquamente sulla piattaforma: doveva essere pseudoperiptero, esastilo con un pronao molto profondo (lungo 12,80 m) con quattro colonne sui lati brevi; le altre, realizzate in muratura e stucco, vennero addossate lungo i margini lunghi della cella. Anche il lato posteriore presentava sei semicolonne, ma in questo caso quelle laterali, comuni ai lati lunghi, erano in realtà tre quarti di colonna. Delle colonne, tutte in alabastro del Circeo, lo scavo restituì solo un rocchio di 0,92 m di diametro.

Nell’area del pronao è stato rinvenuto un blocco tufaceo, provvisto al centro di un foro quadrangolare: forse era la base per un trofeo. L’accesso alla cella avveniva attraverso una porta con architrave ligneo, larga 5,15 m di cui rimangono i soli blocchetti di fondazione degli stipiti. La cella era, inizialmente, di forma quasi quadrata (m 16,52×16,40); un restauro, forse di età augustea, ridusse lo spazio originario ad un rettangolo di m 14,10×13,60. In questa occasione venne restaurata la base della statua di culto, che presenta una semplice modanatura a kyma riversa; inoltre, allo stesso periodo, risale il rivestimento della cella con doppio strato di intonaco. L’ambiente doveva essere pavimentato con un mosaico in tessere bianche limitato da una fascia costituita da tessere nere d’ardesia. Il mosaico non si è conservato e le ultime tessere furono viste nel 1981 dallo studioso locale P. Longo.

Per approfondire

R. Bianchi Bandinelli, L’arte romana al centro del potere, Roma 1960.

F. Coarelli, I santuari del Lazio in età repubblicana, Roma 1987.

P. Longo, Studio all’area sacra di Monte S. Angelo, Terracina 1991.

Immagini

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