Contatta Archart!

Per contattare la nostra redazione scrivete a info@misterguida.com

Terrecotte architettoniche etrusche

Terrecotte architettoniche etrusche

Plinio il Vecchio elogiò sopra le altre l’arte del modellare e l’eccellenza raggiunta in essa in Etruria: Plasticen matrem caelaturae et statuariae sculpturaeque […] praeterea elaboratam hanc artem Italiae et maxime Etruriae. “l’arte plastica è madre della cesellatura, della statuaria e della scultura, […] quest’arte fu applicata assiduamente in Italia e soprattutto in Etruria” (Plinio il Vecchio, Storia naturale, 35, 157). Gli artigiani etruschi infatti misero a punto impeccabili tecniche di esecuzione e crearono terrecotte di elevata qualità formale.

Alla base della lavorazione era la disponibilità e la scelta dell’argilla da plasmare: per le terrecotte architettoniche, come le lastre di rivestimento, veniva usata quella più grossolana, nell’impasto della quale venivano aggiunte sabbia, mica o pozzolana, anche per renderla più resistente, per la realizzazione delle antefisse, degli acroteri o anche degli oggetti di culto si prediligeva invece l’argilla depurata e chiara, ma col tempo questa distinzione venne meno cercando sempre di adoperare la migliore materia prima presente.

Le terrecotte erano ricavate da matrici ottenute dall’impronta di argilla su un prototipo precedentemente modellato; in esse tuttavia i dettagli, come gli attributi e gli stessi volti, venivano modellati a mano o a stecca, a causa della difficoltà di staccare la figura intera dalla forma. Per quel che riguarda il risultato finale, un altro inconveniente dell’utilizzo ripetuto di stesse matrici era la progressiva diminuzione di volume e di plasticità dei pezzi ottenuti di volta in volta, alla quale si suppliva però con ritocchi a mano.

Dopo una prima cottura dei pezzi all’interno delle fornaci, su di essi veniva applicato uno strato di argilla molto depurata con un processo detto ingubbiatura, ovvero tramite immersione in una soluzione argillosa liquida, questo passaggio serviva ad evitare un eccessivo restringimento della terracotta nella cottura definitiva. Fino a tutto il V sec. i colori venivano applicati prima della cottura, questo ha fatto sì che si conservassero nel tempo pressoché immutati.

Uno dei colori più comuni era il rosso, usato per rendere ad esempio la carnagione umana e prediletto nelle decorazioni per la vivacità delle tinte: era ottenuto in genere dalle ocre, terre colorate a base di ossido di ferro, reperibili facilmente e a basso costo, talvolta dal minio, un ossido di piombo, e dal vivo cinabro (dal greco “kunnabaris”, “sangue di drago”), solfuro di mercurio, apprezzato per la sua trasparenza. Altrettanto diffusi erano il nero, in particolare il nero d’ossa, dalla combustione delle ossa, e il nero di vite, dai rami della pianta, e il bianco, dalla biacca di piombo o dal caolino; tra il V e il IV sec. la gamma cromatica si arricchì con l’aggiunta del giallo e dell’azzurro cupo; spesso il colore veniva steso su una sorta di disegno preparatorio con linee incise nell’argilla ancora molle, ed in grande quantità per ottenere uno strato pastoso e coprente.

Alla luce dei processi di lavorazione delle terrecotte architettoniche, della continuità della loro produzione per abbellire i templi, e quindi della grande disponibilità delle materie prime di cui necessitava, si può affermare che gli artigiani coroplasti non fossero vaganti, ma che al contrario operassero in stabilimenti fissi, talvolta direttamente collegati agli stessi edifici di culto: in molti santuari etruschi infatti sono state trovate matrici di terrecotte che lasciano pensare alla presenza di vere e proprie officine locali nate in relazione ai templi.

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*