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Tivoli

Claude Lorrain Vista ideale di Tivoli
Claude Lorrain, Vista ideale di Tivoli

Un vero e proprio scrigno, magari piccolo, ma pieno di gioielli, un paese esso stesso gioiello, antichissimo, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Fondatore ne sarebbe stato un Tiburno o Tiburto, personaggio mitico originario di Argo, coinvolto nella guerra di Troia, secondo Virgilio; oppure un certo Catillo, comandante della flotta di Evandro, per Catone; probabile insediamento siculo, infine, per lo storico Dionigi di Alicarnasso. L’orgoglio di esistere prima della Città Eterna fu comunque forte, tanto da contrapporla implacabilmente all’espansione di Roma, con la quale pure condivide alcune caratteristiche basilari. Come l’Urbe, essa sorse su di un punto di transito vincolante, lungo i percorsi di transumanza dai monti abruzzesi alle piane laziali, con funzione preminente dal punto di vista strategico ed economico; va considerato, inoltre, che l’Aniene era di certo navigabile dalla confluenza del Tevere fino al poco distante Ponte Lucano, accentuando la vocazione della città a crocevia di differenti tragitti commerciali. Tale sinergia di elementi rese Tivoli una delle avversarie più pericolose e più ostinate di Roma, capace all’occorrenza di coagulare intorno a sé alleanze in chiave antiromana: fino al 338 a.C., quando il Lazio fu definitivamente posto sotto l’egida dell’Urbe, costituì una continua spina nel fianco e, sebbene dopo la conquista non rappresentasse più un pericolo, indomita offrì ospitalità ad Antonio ed alle sue legioni durante la contrapposizione di quest’ultimo contro Ottaviano, il futuro Augusto, che tuttavia si servì del tesoro del Santuario di Ercole per finanziare la guerra proprio contro Antonio.

Un astio tanto forte fu paradossale contraltare alla preferenza accordata dalla nobiltà romana, già dal II secolo a.C. e soprattutto a partire dal I secolo d.C., agli incredibilmente suggestivi luoghi che il panorama tiburtino offriva (1); ma non si spense che molto tempo dopo. Coinvolta nelle guerre greco-gotiche (525-553), divenendo una roccaforte dei Goti che vi si asserragliarono per avere un caposaldo vicinissimo a Roma, saccheggiata dai Saraceni nell’846, venne continuamente contesa tra le famiglie nobili romane, in special modo gli Orsini ed i Colonna, parteggiando per questi ultimi, ghibellini, fin dal loro eclatante scontro con papa Bonifacio VIII nel 1290: le sue simpatie filo-imperiali contro il potere papale, erede di quello romano, avevano avuto già modo di concretizzarsi nell’erezione di una poderosa cinta muraria per volontà dell’imperatore Federico Barbarossa, ora riconoscibile presso Porta del Colle. Fu solo nel Rinascimento che la città cedette al potere temporale pontificio: emblematica fu la costruzione della Rocca Pia, tuttora svettante all’ingresso nell’odierna Tivoli, voluta da Pio II Piccolomini nel 1461, ma fu nella costruzione della meravigliosa Villa d’Este, per volontà del potentissimo cardinale Ippolito d’Este, che si incarnò la sottomissione al Papato. Si inserirono su questa scia gli interventi del 1835, con l’apertura dei cunicoli gregoriani, atti a frenare le rovinose inondazioni dell’Aniene, e la sistemazione monumentale della zona con la formazione dell’incantevole Villa Gregoriana.

È dunque la commistione tra antichità e Rinascimento, rovine romane e costruzioni neoclassiche, sensibilità degli uomini e meraviglie della natura, a rendere tanto preziosa questa piccola perla incastonata sulle prime alture della valle dell’Aniene.

Alla scoperta di Tivoli

Il tessuto urbano di Tivoli è la risultante di una continuità di vita ininterrotta dal IX secolo a.C. ad oggi. Lì dove si erge la monumentale Rocca Pia e l’Ospedale Regionale, infatti, è stata rinvenuta una necropoli dell’Età del Ferro, caratterizzata dalla presenza di tombe a circolo: le sepolture, di forma appunto circolare, erano a fossa, scavate nel terreno naturale, dotate di ricco corredo e poi rivestite e coperte da pietre. Alcune caratteristiche le assimilano a modelli sabellici, sottolineando la particolarità di città di frontiera di Tivoli, ossia la compresenza di diversi elementi derivanti da culture che qui si incontravano. Tale persistenza insediativa, come in tutti i siti sviluppatisi su sé stessi, ha implicato un continuo riutilizzo dei materiali, e passeggiare tra gli edifici della parte antica può comportare una serie di piacevoli sorprese.

È difficile circoscrivere l’antica estensione di Tibur – il nome latino della città, da cui derivò quello della via che ad essa conduceva, la via Tiburtina – in quanto problematico è ricostruire il tracciato della cinta muraria più remota, connessa all’insediamento probabilmente di VII-VI secolo a.C.; più agevole è la definizione del circuito difensivo collocabile tra il IV ed il III secolo a.C., in opera quadrata di travertino e tufo. Vi si aprivano verosimilmente sei porte, le più importanti delle quali dovevano essere Porta Maggiore – della quale si conserva la spalla di un arco riconducibile al I secolo d.C., e parte dell’attico, di età tardo-imperiale – e Porta Variana, verso oriente, punti di accesso in città della via Tiburtina-Valeria (2), ricalcata dalle attuali vie del Colle, di San Valerio e della Sibilla: la via Tiburtina odierna risulta difatti discostata dal tracciato romano, che si inerpicava lungo l’altura sulla quale sorge Tibur seguendo due percorsi, le attuali Strada degli Orti e Strada Tartaro. Il secondo era il più antico, mentre il primo, che rettificava il tratto precedente, passava al di sotto del Santuario di Ercole, tramite una galleria; nel 1349, a causa di un terremoto, tale via tecta (via coperta) divenne inagibile, ed il traffico si spostò lungo la via utilizzata in precedenza; lo sviluppo urbanistico successivo, però, spostò il centro della vita cittadina verso sud, portando all’abbandono dei due tratti esaminati, ed alla formazione dell’odierno accesso cittadino.

Partendo da valle, salendo verso Tivoli, procedendo dunque lungo la Strada degli Orti, ci si imbatte sulla destra nel cosiddetto Tempio della Tosse, una grande aula cilindrica a due ordini sovrapposti, sormontata da una cupola con occhio centrale; all’interno una serie di nicchie e di absidi movimenta l’andamento delle pareti. Studi recenti hanno interpretato l’edificio, databile al IV secolo d.C. ed impostato su di un precedente edificio a pianta rettangolare del I secolo a.C., come atrio monumentale collocato ad ingresso di una villa. Nel Medioevo venne trasformato nella chiesa di Santa Maria di Porta Scura, cui probabilmente afferiscono i resti di pitture ancora visibili in alcune delle nicchie interne.

Veduta Interna del Tempio della Tosse, incisione di G. B. Piranesi
Veduta Interna del Tempio della Tosse
, incisione di G. B. Piranesi

Avanzando lungo la salita, dopo qualche centinaio di metri si oltrepassa la già citata Porta del Colle – si notino a proposito i resti di mura medievali visibili sulla destra – per giungere immediatamente al santuario di Ercole Vincitore: chiuso per lunghissimo tempo al pubblico al fine di rivalorizzarne i ruderi, verrà finalmente aperto tra qualche mese (3). Il complesso venne riconosciuto da Pirro Ligorio come la villa di Augusto, mentre successivamente venne proposta l’identificazione con la villa di Mecenate (ecco perché la cartiera che qui vi fu impiantata prese il nome di Cartiera Mecenate); data la vastità della struttura, in parte venne occupata dal monastero di San Giovanni in Votano, fino al 1571, in parte da una ferriera, alla quale succedette una serie di altre fabbriche fino alla suddetta cartiera. Tutto l’insieme, inutile dirlo, venne inoltre utilizzato come cava di materiali: è il motivo per cui, in tutta Tivoli, in special modo nell’area tra San Silvestro e piazza D. Tani, si ritrova una gran quantità di epigrafi collegate ad Ercole, facendo supporre nel passato una diversa locazione, erronea, del santuario. Nonostante tali spoliazioni e riutilizzi, desta ancora stupore per la sua grandiosità: ricordato spesso dagli autori antichi, sede di un oracolo, doveva certamente rivestire un ruolo di notevole importanza, sia per il culto, legato alla figura mitica di un eroe venerato in tutto il Mediterraneo e connesso con le greggi, le transumanze ed i commerci in generale, sia per la posizione, letteralmente a cavallo della via Tiburtina – unico accesso alla regione orientale, come si è detto in precedenza – che vi passava al di sotto lungo una galleria larga otto metri ed illuminata da svariati lucernari. Grandiose sostruzioni garantivano un’area terrazzata di circa tre ettari, inserendo così il santuario all’interno di un gruppo di complessi sacrali analoghi, quali il tempio di Giove Anxur a Terracina ed il santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina, che facevano della disposizione scenografica delle proprie strutture, mediante quinte architettoniche, terrazzamenti, porticati, la propria caratteristica saliente. La monumentalità dell’impianto tiburtino è garantita dalla vastità dell’area centrale, circondata su tre lati da portici e sul quarto, aperto verso la pianura, ospitante una cavea teatrale dal diametro di sessanta metri, al cui emiciclo faceva da fondale il tempio vero e proprio, su altissimo podio, con cella tripartita, centro del santuario. Della ricchezza dell’apparato scultoreo è possibile farsi un’idea grazie alla celebre statua del cosiddetto “generale di Tivoli”, un non meglio identificato personaggio romano, ed un ritratto di Alessandro Magno assimilato ad Ercole, conservati entrambi nel Museo Nazionale Romano. Edifici e sculture si datano tra il II secolo a.C. e la prima età augustea, periodo nel quale il culto dell’eroe fu particolarmente sentito: Augusto ne fu affezionato ammiratore, tanto che, durante i suoi soggiorni tiburtini, era solito amministrare la giustizia nel santuario, arrivando ad unificare la venerazione della propria figura a quella del semidio.

Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore
Ricostruzione del Santuario di Ercole Vincitore

Poco dopo il santuario, è possibile osservare i resti di un magnifico criptoportico in opera incerta, diviso in due navate da una fila di pilastri, visibile nelle cantine e sulla fronte della scarpata che guarda l’Aniene, dove si sviluppa in una successione di arcate di notevole suggestione; funge da sostruzione della moderna piazza D. Tani ed è probabile che la sua realizzazione, unitamente ad altri edifici di medesima tecnica costruttiva individuabili lungo la cinta muraria del IV secolo a.C., sia da porre in correlazione con una serie di interventi effettuati durante il II secolo a.C. conseguenti alla creazione del complesso santuariale di Ercole. Le notevoli alterazioni derivanti dagli svariati utilizzi da parte dei privati, che hanno frazionati gli ambienti interni, non rendono la struttura immediatamente comprensibile, tuttavia se ne può dedurre la duplice funzione, strutturale ed urbanistica, dalla ricchezza delle decorazioni superstiti, per cui, oltre a sorreggere il sovrastante foro, permetteva ai cittadini di avere una splendida veduta sulla valle del fiume tiburtino.

Continuando sempre sulla stessa via, si giunge nell’area in cui si trova l’antico foro, cui si accede tramite l’arco di Santa Sinforosa, monumentalizzazione di epoca medievale di uno dei varchi di età romana. La struttura originaria constava di due archi sovrapposti, poi inglobati in edifici di età medievale, e costituisce tuttora l’ingresso per la zona forense, ricalcata in parte da piazza del Duomo, come le lastre in travertino rinvenute in più punti nel Cinquecento inducono a pensare. La fabbrica del Duomo stesso, intitolato a San Lorenzo, insiste su di un precedente edificio di fine XI-inizi XII secolo, a sua volta eretto su di una costruzione della quale sono individuabili alcuni resti nell’intercapedine posta nel retro dell’abside seicentesca e nei sotterranei della sacrestia: si tratta di una parete absidata dal diametro di circa quindici metri, decorata da un architrave in travertino e al cui interno sono discernibili i resti del basamento di una statua. Tali vestigia sono stati interpretate come pertinenti ad un’aula, probabilmente parte di una basilica forense; verosimilmente potrebbero essere lembo di un’area scoperta del Foro in cui si aprivano degli ambienti. La tecnica muraria permette di datare il tutto al secondo quarto del I secolo a.C. A chiudere sul lato orientale la piazza romana era la mensa ponderaria, ossia l’ufficio preposto al controllo di pesi e quantità, di cui rimangono due nicchie, una delle quali conserva una tavola in marmo con quattro incavi, corrispondenti ad altrettante misure; è ancora possibile leggere l’iscrizione che commemora le personalità che avevano consentito la realizzazione della struttura coprendone i costi con le proprie finanze. Accanto alla mensa si trova, invece, un’aula di forma trapezoidale, absidata, con pavimentazione marmorea e resti di intonacature alle pareti, con al centro un basamento di una statua, rinvenuta frammentaria e priva del capo, insieme ad una testa colossale raffigurante l’imperatore Nerva ed all’iscrizione commemorativa dell’erezione dell’edificio, grazie alla quale lo si è potuto identificare come l’Augusteum della città. Entrambe le strutture furono probabilmente costruite dai medesimi personaggi, tra il 19 ed il 13 a.C. Di poco discosto è il cosiddetto Mercato Coperto, sostruzione nell’angolo sud-occidentale del foro, con il medesimo compito del criptoportico prima incontrato, ma, al contrario di questo, non visibile.

Proseguendo per via di San Valerio, imboccando Via della Sibilla, lungo il percorso urbano dell’antica Tiburtina, si giunge all’acropoli di Tivoli, separata dal resto della città da un profondo fossato artificiale, atto ad accentuarne le caratteristiche difensive. Sul lato orientale si ergono due edifici templari, inglobati fino al 1880 nelle costruzioni circostanti: il primo, più antico, a pianta rettangolare, trasformato in età medievale nella chiesa di San Giorgio, risalente al II secolo a.C. e di ordine probabilmente ionico; l’altro, a pianta circolare, di ordine corinzio, mutato anch’esso in chiesa, dedicata a Santa Maria Rotonda o di Cornuta, risale al I secolo a.C. o, in base ad un’ipotetica identificazione del dedicante Lucius Gellius riportata nell’iscrizione sull’architrave, al 94 a.C. Di particolare interesse è una nicchia in travertino, chiusa in origine da piccoli battenti, all’interno della cella del tempio circolare: lo studioso F. Coarelli ha visto in essa il luogo dove venivano conservati i Libri Sibillini, ricordati dall’autore latino Lattanzio in correlazione a Tivoli ed al fiume Aniene.

Tempio della Sibilla in Tivoli
Veduta del Tempio della Sibilla in Tivoli, incisione di G. B. Piranesi. Si notano in primo piano le sostruzioni che sorreggono la piattaforma sulla quale sorge il tempio.

Certo è che dalla terrazza sulla quale trovano collocazione i templi, determinata anch’essa da antiche sostruzioni, si gode di un’incantevole veduta della valle sottostante, monumentalizzata in tempi moderni con l’istituzione di Villa Gregoriana, curata nel 1835 dall’architetto pontificio C. Folchi mediante una sapiente fusione di antichità e piante esotiche appositamente importante. Qui, tra caverne calcaree e cascate, ci si imbatte nei resti in opera incerta di una villa, probabilmente di Manlio Vopisco, ricco personaggio di età domizianea: si tratta di una sequenza di vani aperti, con probabile funzione sostruttiva, che, rispettando ove possibile la parete rocciosa, dovevano rendere l’idea di cavità naturali; in uno di questi ambienti vi era verosimilmente una piscina destinata all’allevamento ittico, e si scorgono ancora delle anfore affogate orizzontalmente nel muro con la sola imboccatura emergente dalla parete. Della villa e del paesaggio il poeta latino Stazio ha lasciato una affascinante descrizione:

Profondi boschi incombono su impetuose acque ed una falsa immagine risponde al fogliame e la stessa ombra fugge per lunghe onde. E, meraviglia, lo stesso Aniene, al di sopra e al di sotto sassoso, depone qui la gonfia rabbia e i mormorii spumeggianti, quasi timoroso di turbare le diurne ore del placido Vopisco e i suoi sonni pieni di poesia. Dall’una e dall’altra parte della casa c’è la sponda, eppure il mitissimo corso di acqua non la divide; i palazzi guardano le alterne rive, non come elementi diversi separati dal corso d’acqua. (Stazio, Silvae, I, 3, 1-110)

Uscendo dalla villa, e dirigendosi verso la Rocca Pia, si passa dinanzi la chiesa di Sant’Andrea, luogo in cui doveva esser situato un edificio termale, di cui nulla si conserva, ma del quale si suppone l’esistenza con relativa sicurezza grazie ad una serie di rinvenimenti avvenuti tra il 1753 ed il 1852, fortunatamente documentati. Si arriva così all’edificio più importante dell’area meridionale dell’antica Tibur, l’anfiteatro, di epoca adrianea, sito a nord della fortezza voluta da Pio II e rasato al momento dell’erezione di quest’ultima. Se ne conserva pertanto solo la parte settentrionale, in opera mista, per un’altezza massima di tre metri, dalla quale si può dedurre una struttura di 85 metri lungo l’asse maggiore, e di 65 metri lungo l’asse minore, con un’arena di 61 metri per 41 circa. Parte degli ambienti orientali inglobavano una via preesistente, dal momento che evidentemente non era stato possibile modificarne il tracciato.

Immediatamente al di là del corso dell’Aniene, lungo la riva destra, nei pressi della stazione ferroviaria, si può invece visitare il sepolcro della vestale Cossinia, scoperto nel 1929, dedicato da un liberto della vestale e risalente al II-III secolo d.C.: è costituito da un altare marmoreo posto su di un basamento formato da diversi gradini di travertino, dietro il quale una ulteriore base doveva sorreggere la statua della vestale. Qui vi era la tomba della sacerdotessa, inumata con accanto una bambola in osso, emblema della sua verginità, oggi conservata al Museo Nazionale Romano.

Il sepolcro della vestale Cossinia
Il sepolcro della vestale Cossinia

Risalendo la scaletta che conduce al monumento funerario, imboccando via di Quintiliolo, si possono intravedere le vestigia degli ultimi grandi complessi nelle immediate vicinanze di Tivoli: nei pressi dell’ex convento di Sant’Antonio si innalza un suggestivo ninfeo a pianta basilicale, di circa dieci metri di larghezza per otto di lunghezza, absidato e coperto con volte a botte, decorata con incrostazioni atte a ricreare una grotta naturale. Erronea è l’attribuzione della villa, di cui è parte, al poeta Orazio. Poco più avanti si trova invece un’immensa villa attribuita a quel Quintilio Varo che tanto dispiacere arrecò ad Augusto con la totale disfatta nella battaglia di Teutoburgo. Si estende per sei ettari, occupando tutte le propaggini circostanti la via di Quintiliolo, nel cui toponimo si perpetua il ricordo della famiglia del generale romano: di essa rimane soprattutto l’amplissima platea artificiale rettangolare, di 270 per 152 metri, a più ripiani per regolarizzare tutto il fianco collinare, mentre sulla sommità spiccano, per imponenza, un criptoportico e le cisterne.

Tornando indietro verso il centro cittadino, infine, a 60 metri circa dall’attuale Largo Sant’Angelo, si scorgono i resti del viadotto grazie al quale la via Tiburtina scavalcava l’Aniene, consistenti in un arco in conci di travertino e muri in opera incerta. Qui ha termine l’itinerario che ci ha portato alla scoperta della Tivoli più antica, tra monumenti di bellezza incomparabile e noti da tempo, e perle nascoste, che non attendono altro che l’attenzione ed il rispetto di chiunque abbia la curiosità, e spesso la pazienza, di andare alla loro ricerca.

Note

  • 1) Per saperne di più, si consiglia la visione dell’articolo sulla Via Tiburtina, del medesimo autore del presente, e http://www.archeoguida.it/001575_villa-adriana.html
  • 2) Si rimanda al paragrafo introduttivo dell’articolo sulla Via Tiburtina.
  • 3) http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/01/26/news/il_trionfo_di_ercole_torna_alla_luce_il_santuario_di_tivoli-11667265/
  • 4) http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/arte/gallerie/ercole-gall/ercole-gall/1.html

Bibliografia

  • M. T. Natale, Via Tiburtina, Roma, Bonsignori Editore, 1993
  • P. Olivanti, Via Tiburtina, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 1997
  • S. Quilici Gigli, Roma fuori le mura, Roma, Newton Compton, 1986, pp. 217-230

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