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Torregaveta. Villa di Servilio Vatia

Torregaveta. Villa di Servilio Vatia

La villa di Servilio Vatia a Torregaveta (Na)

Quando Publio Servilio Vatia, brillante uomo politico, decise di fermare il suo cursus honorum alla pretura, a Roma non pochi si stupirono e certamente provarono anche un po’ d’invidia, tanto più perché aveva scelto una splendida villa a Torregaveta, nella zona di Baia, per vivere lontano dagli affanni e dagli intrighi del mondo della politica.

Da allora, ogni qualvolta la politica si faceva più irta d’insidie del solito, si era soliti esclamare: “Oh, Vatia, solo tu sai vivere!”, desiderando, non si sa poi fino a che punto, fare la stessa scelta del coraggioso pretore, morto poi durante il regno di Tiberio.

Della lussuosa villa che Vatia elesse a rifugio, oggi restano alcuni resti in parte visibili e in parte inglobati in un ristorante. La scoperta archeologica risale al XVI secolo quando il viceré Don Pedro de Toledo decise di far costruire una torre di guardia oggi scomparsa.

La domus fu costruita tra la fine dell’età repubblicana e l’età augustea su uno sperone di roccia tufacea e andò a sfruttare la conformazione naturale della zona non senza però avvalersi di sostruzioni artificiali per andare a creare la disposizione a terrazze propria dell’area flegrea.

La sistemazione a terrazze permise così ai ricchi proprietari di godere a pieno della brezza che saliva dal mare e del sole che illuminava e riscaldava gli ambienti in inverno. Una testimonianza diretta di come doveva presentarsi la villa ci viene da Seneca che, in una delle epistole all’amico Lucilio, la descrive solo esternamente, così come la vedeva chi si trovasse a passare di lì.

Il filosofo parla di due grandi cavità artificiali e di un euripo, che dividendo a metà un bosco di platani, permetteva l’allevamento dei pesci. Gli archeologi hanno ipotizzato che le due grotte di cui parla Seneca erano i due ingressi di una galleria che collegava la zona del mare alla villa.

La galleria era interamente scavata nel tufo e oggi è conosciuta come Antro di Cerbero, perché la tradizione vuole che Virgilio si fosse ispirato proprio a questa struttura per descrivere l’entrata agli Inferi di cui Cerbero era a guardia.

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