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Traiano: politica interna

Traiano

Politica interna di Traiano

Durante il suo regno l’Impero Romano raggiunse la massima espansione territoriale ma Traiano non fu solo un eccellente soldato bensì anche un efficace organizzatore dell’amministrazione civile. Si mantenne sempre vicino alle forme costituzionali della tradizione, confermando i privilegi del senato. Infatti, nonostante le proprie origini provinciali e militari, egli dimostrò grande deferenza nei confronti di tale istituzione e più in generale delle istituzioni patrie, sulla base di un programma di riappacificazione tra il vecchio e il nuovo ordine: programma reso possibile in realtà anche dal profondo rinnovamento, avvenuto sotto l’impero, della classe nobiliare ottenuto attraverso la sostituzione di molte delle più antiche famiglie con altre di nuova nomina, molto spesso di origini provinciali ed equestri.

Si mostrò molto abile nella scelta dei governatori delle province e vicino alla popolazione e alle sue necessità materiali, assicurando rifornimenti di grano e distribuzioni gratuite di questo a un numero di persone sempre maggiore. Per cercare di arginare una crisi economica e demografica nel 108 promulgò, inoltre, un provvedimento che costringeva i nobili senatori (in gran parte ormai latifondisti provenienti dalle province) a investire almeno un terzo dei propri patrimoni in terre italiane.

Elemento importante della sua politica fu la institutio alimentaria, consistente in prestiti dello Stato a piccoli proprietari agricoli i cui interessi incassati venivano destinati a sussidi per l’istruzione dei figli degli stessi agricoltori, favorendo e aiutando in questo modo anche la ripresa dell’economia dell’impero. Sull’Arco di Traiano a Benevento, votato dal Senato nel 114 per l’apertura della nuova via Appia Traiana, è rappresentato questo suo programma politico: un grande rilievo posto nel passaggio del grande fornice celebra, infatti, il provvedimento con la raffigurazione, per la prima volta in un monumento ufficiale, dell’elemento popolare rappresentato dai coloni con i loro bambini, tenuti per mano o issati sulle spalle dinanzi a Traiano e a personificazioni di figure simboliche.

Una serie di lettere tra Traiano e Plinio il Giovane, governatore della provincia di Bitinia e Ponto in Asia Minore tra il 111 e il 113, permette di conoscere l’atteggiamento tenuto dall’imperatore nei confronti dei Cristiani. In più di un secolo di proselitismo il cristianesimo si era diffuso in tutte le province dell’impero e aveva definito la sua teologia. I Cristiani, inoltre, diversamente dagli Ebrei, popolo nel senso tradizionale del termine, non avevano nazionalità e di conseguenza con la loro propaganda tendevano ad assemblare un organismo alternativo, sia pure di carattere ideale e morale, all’interno dello stato romano.

Questa corrispondenza (72 lettere scritte da Plinio a Traiano e 50 risposte dell’imperatore) rappresenta il documento più importante sia per la storia dei rapporti tra impero e cristianesimo del periodo traianeo che per la conoscenza dell’effettivo carattere della comunità cristiana dell’epoca. In particolare, in una di queste lettere Plinio, riferendo a Traiano che i santuari degli dei pagani erano ormai stati quasi tutti abbandonati e che i cristiani erano molto numerosi non solo nelle città ma anche nei villaggi e nelle campagne, chiedeva come avrebbe dovuto comportarsi verso di loro. L’imperatore, dimostrandosi tollerante, affermò che non dovevano essere perseguitati indistintamente tutti i Cristiani ma solo quelli denunciati (con denunce non anonime ma firmate dagli accusatori), almeno che negassero la loro fede onorando gli dei romani e offrendo loro sacrifici in presenza del governatore.

Opere sociali, finanziarie, pubbliche

Durante il suo regno vasto spazio fu dato alla realizzazione di opere pubbliche e particolare cura fu riservata al potenziamento della rete viaria che si diramava dall’Urbe in tutto il vasto impero. Ne è un esempio la via Appia Traiana, una variante della via Appia tra Benevento e Brindisi, per l’apertura della quale fu inaugurato proprio a Benevento un arco trionfale, costruito tra il 114 e il 117 d.C.Il monumento, giuntoci sostanzialmente integro, risulta essere l’arco trionfale romano conservato nel modo migliore.

Fece sistemare e ampliare vari porti per favorire l’attracco delle navi come a Civitavecchia, ad Ancona (in cui un altro arco realizzato dall’imperatore nel 115 e privo di rilievi celebrò la fine dei lavori) e a Ostia. Quest’ultimo, in particolare, i cui resti sono ancora oggi imponenti, fu costruito tra il 100 e il 112 per compensare l’incapacità del già esistente Porto di Claudio a offrire accoglienza alle flotte mercantili che approdavano da ogni parte dell’impero. Questo secondo ampio bacino fu progettato da Apollodoro di Damasco, architetto di fiducia e ingegnere militare di Traiano, a forma esagonale, dotato di banchine e circondato da magazzini.

porto di traiano
 Incisione del ‘500 di Sebastian Munster, raffigurazione di porti di Roma nella zona della moderna Fiumicino, quello esagonale di Traiano e (parziale, a destra) quello di Claudio

Oltre ad alcuni lavori su acquedotti già esistenti, fece realizzare l’ultimo per l’alimentazione della capitale, l’Acqua Traiana, che consentì un sostanziale aumento della dotazione idrica quotidiana dei cittadini. L’acquedotto era alimentato da una sorgente vicina al lago Sabatinus (Bracciano) e arrivava fino al Gianicolo, permettendo l’approvvigionamento della zona del Trastevere. Sempre a Roma, sull’altura dell’Oppio, inaugurò nel 109 le terme, le prime cittadine di dimensioni così grandi, costruite sopra i resti dell’ala principale della Domus Aurea e progettate sempre da Apollodoro di Damasco, realizzatore anche dell’ultimo e del più complesso dei fori imperiali, dedicato all’imperatore e inaugurato complessivamente nel 113.

La ristrutturazione e l’edificazione ex novo di opere monumentali e utilitarie nelle province non fu da meno rispetto a quelle di Roma: si possono ricordare, ad esempio, la costruzione del Traianeum sul punto più alto dell’acropoli di Pergamo, il ponte sul Danubio costruito da Apollodoro tra il 103 e il 105 presso la città di Drobetae (odierna Drobeta-Turnu Severin) in Dacia e sempre in questo territorio, ad Adamklissi, il Tropaeum Traiani, grande monumento circolare di tipo funerario, eretto intorno al 107 e visibile ancora oggi, in gran parte ricostruito.

Numerosi motti sulle monete e, in particolare, il “Panegirico a Traiano” pronunciato al Senato nel 100 da Plinio il Giovane per ringraziare l’imperatore della nomina a console, esaltano soprattutto l’uomo di stato e l’immagine del perfetto sovrano: in quest’ultima opera, in particolare, Traiano viene presentato non come una persona reale ma come l’exemplum del sovrano ideale. Traiano, seguace della filosofia stoica, desiderò costantemente essere considerato come un benefattore dell’umanità al servizio del benessere dell’impero, governatore non come dominus ma come princeps (primo uomo dello stato), termine inventato da Augusto e con Traiano unito allo speciale titolo di Optimus (migliore).

Tale appellativo gli fu conferito dal Senato già due anni dopo la sua elezione ma comparve nelle serie monetali a partire dal 103, verosimilmente a seguito del felice esito della prima guerra dacica e venne adottato ufficialmente solo nel 114 con la conclusione della campagna militare in Armenia, forse per un’accorta forma di moderazione verso il Senato. Tale titolo esprime la concezione carismatica e quasi sovrannaturale del suo principato avvicinandolo in senso cultuale e religioso alla principale divinità dello stato romano, Juppiter Optimus Maximus, innalzando lui e il suo potere al di sopra della sfera umana.

Nella vita privata mantenne sempre un contegno moderato. Sposato con Pompea Plotina, proveniente da Nemausus nella Gallia meridionale, le restò legato tutto la vita e non ebbe figli. In conformità con i costumi sessuali dell’epoca ebbe, probabilmente, dei rapporti con fanciulli ma, a detta dei contemporanei, si comportò sempre in modo da non destare scandalo.

Traiano, simbolo con la sua famiglia dell’ascesa dell’elemento provinciale nella classe dominante, riuscì in un’impresa non facile per un sovrano: essere apprezzato dal Senato, dai provinciali, dai legionari e dagli intellettuali. Sotto la sua guida Roma raggiunse la sua massima espansione: elogiato per le gloriose imprese militari e conquiste territoriali nonché per l’impegno dimostrato nella gestione degli affari interni dello stato, può essere considerato l’artefice di quel periodo dell’Impero Romano che, nel ricordo e nella tradizione degli antichi, venne considerato il più felice.

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