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Un angolo d’Egitto a Roma: la Piramide Cestia

 Piramide Cestia

I “venerdì di Archeorivista” dopo gli Horti Sallustiani restano in superficie, ma per passare dalla luce del sole di un esterno insolito e spettacolare al chiuso di una cella dove nulla può filtrare essendo all’interno di una piramide di pietra massiccia e poderosa pur nelle sue limitate dimensioni, la Piramide Cestia a Porta San Paolo. Niente a che vedere con le mastodontiche piramidi egizie ha la base quadrata di 100 piedi romani, circa 30 metri e l’altezza di 37 metri da terra; ma con la stessa funzione funeraria, quindi chiusa ermeticamente e fornita di tutti i corredi funebri prima della spoliazione. Si trova alcuni metri al di sotto del livello stradale, ci si accede per una scaletta.

L’“americano a Roma” lo conoscono tutti, la capitale ha intitolato all’attore che è stato la grande maschera italica di costume la Galleria Colonna, ribattezzata Galleria Alberto Sordi; la “piramide a Roma” la conoscono solo i romani, mentre merita maggiore attenzione essendo autentica e di epoca romana molto antica, è ben conservata, forse danneggiata dalla sua posizione al centro del vasto piazzale di Porta San Paolo, quasi una rotonda spartitraffico anche se monumentale. Era collegata alla porta, anch’essa monumentale, prima del bombardamento dell’ultima guerra, e prima del secolo scorso unita alle Mura Aureliane dalle quali fu poi isolata per motivi di traffico.

Resta uno dei pochi monumento dell’antichità veramente “esotici”, tanto più dopo la recente restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum che svettava in un lato del piazzale dopo il Circo Massimo avanti alla sede della Fao; e soprattutto dopo che le altre tre piramidi romane da tempi remoti sono entrate a far parte della “Roma sparita”. Si tratta della “Meta Romuli”, la piramide raffigurata sulle stampe del quartiere Borgo esposte nelle stanze vaticane, posta nell’area dove ora c’è via della Conciliazione, in prossimità della chiesa di Santa Maria in Traspontina, fu fatta eliminare da papa Alessandro VI per avere più spazio nel Giubileo del 1500. E delle due piramidi sull’antica Via Lata, dov’è oggi via del Corso, eliminate anche loro per costruirvi le due chiese barocche gemelle, Santa Maria dei Miracoli e Santa Maria in Montesanto a Piazza del Popolo. La Piramide Cestia sembra venisse chiamata anche “Meta Remi” – così fu citata da Francesco Petrarca – forse per la sua vicinanza all’Aventino dove il fratello di Romolo aveva preso gli auspici per essere il solo a governare la città.

La Piramide nell’urbanistica romana

Questo spiega la sorte così diversa delle piramidi romane. L’archeologa Adelaide Sicuro che guida il gruppo di http://www.info.roma.it/ al quale ci siamo uniti ancora una volta aggiunge un’ulteriore considerazione. Mentre tutti i monumenti subirono le spoliazioni e le demolizioni a seguito della fame di materiali da costruzione che portava a riutilizzare quanto si poteva prelevare negli antichi templi romani; la Piramide Cestia si è salvata perché dal 271 dopo Cristo era inclusa nella cinta delle Mura Aureliane come un bastione, quindi presidiato; così avvenne per Castel Sant’Angelo. Il percorso delle mura fu modificato per ricomprendere tali monumenti e si facevano deviazioni per passare in aree pubbliche evitando i problemi e i costi degli espropri, anche allora fonti di difficoltà.

Si è a Porta San Paolo, sulla direttrice per Ostia, in un’area vicina a viale Aventino, si svoltava verso il Tevere e si trovavano strutture mercantili e magazzini, gli horrea; la zona non è lontana dal famoso Monte dei Cocci, con le anfore olearie, e vicina a via Marmorata dove c’erano botteghe per il marmo, colonne e altri materiali; un’area dove si svolgeva un’attività artigianale e industriale.

Era fuori dall’abitato e solo per questo fu consentito il monumento funerario: per la legge delle XII tavole non poteva trovarsi all’interno della cinta residenziale, che seguiva l’espansione della città, fino ad essere identificata nelle mura e nel Pomerio limite mobile di cui abbiano dei cippi; i sepolcri che venivano ad essere ricompresi all’interno di tale limite perdevano la loro funzione funeraria.

Non venivano create delle Necropoli, come facevano gli Etruschi, ma i morti erano seppelliti e onorati lungo le vie consolari per il doppio motivo di escluderli dall’area abitata ma farli restare a contatto con la città dei vivi, in particolare con la vita attiva che si svolgeva lungo queste strade, la Via Appia in particolare. Il culto dei morti li considerava delle piccole divinità familiari, le anime dei defunti considerate come vicine e presenti: così abbiamo le semplici inumazioni per i ceti .popolari, in fosse comuni nei casi di indigenza, e le grandi tombe monumentali per i personaggi e i patrizi di censo e possibilità economiche elevate come la Tomba di Cecilia Metella sull’Appia Antica, un imponente artistico mausoleo e la Piramide Cestia per il personaggio Caio Cestio.

Caratteristica comune il fatto che mentre l’ingresso era sul retro per comprensibile riservatezza, l’epigrafe con il nome del defunto e spesso il suo “cursus honorum” era in posizione frontale rispetto alla strada, proprio perché i passanti potessero vedere chi vi era sepolto e conoscerne la storia; spesso c’era scritta l’esortazione a leggerne il nome ad alta voce. Per questo la pena più umiliante comminata in caso di gravi reati di personaggi pubblici era la “damnatio memoriae”, con la cancellazione del nome dagli edifici pubblici e dalle iscrizioni e l’annullamento del ricordo.

A proposito della costruzione della cinta di mura, prima quelle Serviane poi quelle Aureliane, l’archeologa Adelaide Sicuro ricorda la forte opposizione della cittadinanza, dato che non era concepibile che Roma desse questa prova di debolezza rinserrandosi invece di proiettarsi verso l’espansione come in passato; ma erano le minacce sempre più incombenti a richiedere questa misura di protezione, fino a quando non bastò e le invasioni barbariche con il sacco della città la portarono allo svuotamento fino a meno di 50 mila abitanti dopo aver superato il milione e mezzo.

 Piramide Cestia

Il monumento funerario per Caio Cestio

La forma a piramide del monumento funerario di Caio Cestio deriva dal fatto che, per le vicende di Cesare e Marcantonio con Cleopatra e l’annessione dell’Egitto, quel mondo orientale era seguito e affascinava, divennero di moda a Roma molte espressioni caratteristiche, nel costume e nell’arte. Il rispetto per i defunti e il culto della memoria nei monumenti funerari non potevano passare inosservati, così qui ci si ispirò alle tombe egizie nelle Piramidi con il tradizionale corredo funebre.

Erano state introdotte proprio allora norme limitative a ciò che si poteva portare nelle tombe, non era più ammesso lo sfoggio di lusso, andavano esclusi gli oggetti preziosi, eccettuati i fili d’oro che legavano i denti del defunto. Risulta che non era più possibile portarvi gli “attalica”, i tessuti per vesti e arazzi ricamati con fili d’oro chiamati così da Attalo I, re di Pergamo che li utilizzava, sebbene lo avesse disposto espressamente il defunto; per questo motivo vennero venduti per fare due statue bronzee a corredo della tomba. Furono trovati in loco i plinti delle colonne che le sostenevano, sono ora ai Musei Capitolini: recano scritte dal testamento che citano gli “attalica” e i nomi degli eredi tra i quali Marco Vipsanio Agrippa, vissuto tra il 63 e il 12 avanti Cristo.

La Piramide Cestia è costruita su un nucleo cementizio rivestito di marmo lunense, cioè di Carrara, in modo da riprodurre in dimensioni minori e in scala le grandi piramidi egizie. C’è, come di norma, l’epigrafe esterna, che nel lato a est in caratteri a tutte maiuscole reca il nome e una breve storia del defunto, iscrizione ripetuta su altri due lati. “Caio Cestio Epulone, figlio di Lucia, della tribù Polizia, pretore, tribuno della plebe, settenviro preposto ai banchetti sacri”.

La carica di pretore farebbe risalire il personaggio al I secolo avanti Cristo, identificandolo nel realizzatore del ponte Cestio che collega Trastevere all’Isola Tiberina, e portando all’anno 44; per la piramide la datazione è riferita al ristretto periodo compreso tra la legge contro il lusso nelle tombe dell’anno 18 e la morte di Agrippa sopra citato nel 12, sempre avanti Cristo. Per la sua opulenza è stata avanzata l’ipotesi che fosse un ricco commerciante con traffici anche in Asia, oppure un appaltatore delle imposte. Faceva parte, comunque, l’epigrafe è chiara, del Collegio degli Epuloni, che organizzava ogni anno il banchetto sacro per celebrare Giove Massimo Capitolino.

Quest’ultima circostanza, mentre permette di far luce sul personaggio, apre ipotesi alternative a quella strettamente funeraria, in collegamento alle altre piramidi presenti allora a Roma; spiegherebbe anche la singolare scelta per un monumento funerario romano. Sin dal 1600 si è fatta l’ipotesi, fu Antonio Bosio il primo, che potrebbe trattarsi di un monumento celebrativo degli Epuloni, riferito a un membro del Collegio, agli altri membri le restanti piramidi ora “sparite”.

Le disposizioni testamentarie erano regolate in modo molto rigoroso dovendo essere eseguite in un periodo ben preciso, nel quale l’erede le doveva realizzare altrimenti perdeva l’eredità. Qui si tratta di 330 giorni, non per riferimenti rituali o cabalistici bensì per prestigio e ostentazione di potenza com’era riuscire ad adempiere a impegni complessi in un tempo ridotto. Il compito degli eredi di Caio Cestio era quasi proibitivo tenendo conto delle dimensioni e della struttura molto particolare e insolita del monumento; ma la sfida fu vinta, la Piramide fu realizzata nei tempi prescritti.

Furono superate difficoltà e costi rilevanti tenendo conto della penuria di materiali di pregio che dovevano venire dall’estero nel caso dei marni pregiati dell’“opus sectile”, da noi descritto in un “venerdì di Archeorivista” dopo la visita al Museo dell’Alto medioevo all’Eur a Roma dove è stata ricostruita la meravigliosa sala con esedra dell’“Opus sectile di Villa Marina” di Ostia.

La visita all’interno della Piramide Cestia

Dopo questa preparazione vicino all’ingresso del monumento, posto sul retro, ci prepariamo a entrare in sette per volta, la cella all’interno è angusta, il gruppo si deve frazionare, l’archeologa ripeterà la sua descrizione dell’interno parecchie volte, del resto non c’è molto da dire.

La visita conferma la peculiarità dell’archeologia, l’interesse è legato più a ciò che si immagina o si può ricostruire con le notizie storiche che a ciò che si vede; un po’ come il fascino di una bella donna, il non visto e immaginato dietro qualche fugace trasparenza o spacco malizioso dell’abito spesso è più seducente di quando tutto viene esibito e non c’è nulla da scoprire o da immaginare. E qui, rivolgere il pensiero a come poteva essere la cella originaria, dà certamente qualche brivido anche s forse il parallelo con il fascino della bellezza muliebre potrà apparire stravagante.

Un brivido lo si prova nell’entrare, c’è un lungo cunicolo, almeno venti metri a testa china, che fu aperto in un lontano passato; come per quelle egiziane anche questa piramide aveva l’interno assolutamente inaccessibile. E chi riuscì ad entrare praticando il passaggio scavato nella muratura fece il saccheggio del contenuto per cui non si è trovato nulla, neppure il sepolcro; si possono fare soltanto delle ipotesi se c’era un sarcofago o un’urna, forse il primo per l’inumazione e non l’incenerimento. Persino le lastre di travertino di cui si vedono i segni all’interno furono portate via, ci sono i segni di asportazione di piccoli dipinti parietali e anche sondaggi per cercare se vi fossero nascosti dei tesori o almeno oggetti di valore.

Uno di questi sembra molto più di un sondaggio, è un cunicolo ristretto dove però non si può entrare, sul quale tutte le ipotesi sono possibili, potrebbero esserci altri vani nel vastissimo volume soprastante; mentre i sondaggi nel pavimento hanno mostrato le fondamenta che scendono nella ghiaia per nove metri. Addirittura si notano aperture forse per fissarvi travi di sostegno in modo da poter lavorare meglio all’interno: nella spoliazione? nel restauro? Piccoli misteri questi, grande mistero quello che potrebbe svelare il cunicolo; insieme al mistero della sua effettiva funzione cui si è accennato, se collegata direttamente al Collegio sacerdotale degli Epuloni di cui era membro.

Quello che si vede ancora nella piccola stanza funeraria rettangolare di circa 6 metri per 4, sono i segni di “opus latericium” della costruzione, uno dei primi con la Tomba di Cecilia Metella, tecnica nuova rispetto all’“opus reticulatum” con mattoni più costosi. Ci sono tracce di pitture di stile molto antico, pannelli con dei candelabri e due figure femminili che portano offerte votive. Nella volta a botte che non c’è più, al centro dovevano essere raffigurate scene di vita del defunto, incorniciate, se così si può dire, da quattro vittorie alate che si protendono con delle corone.

Si prova la delusione di chi ha raggiunto il tesoro dopo che i predoni lo hanno portato via, ma anche lo stimolo a immaginare le sequenze della scoperta e profanazione, sulla base di altre vicende del genere e a ricostruirne l’aspetto originario. Almeno si potrebbero ricollocare copie dei due plinti delle colonne per le statue di bronzo che esistono nei musei romani. Pure in questo microcosmo, come nel macrocosmo delle Terme di Caracalla fino ai recenti per noi Horti Sallustiani, il reintegro con copie e le ricostruzioni virtuali rese possibili dalla tecnologia accrescerebbero fascino a fascino. Lo abbiamo visto e raccontato per gli scavi di Palazzo Valentini, dove Piero Angela e Paco Lanciano hanno realizzato un prototipo da estendere per valorizzare siti poveri e negletti.

Come gli altri monumento posti fuori dall’abitato che si restrinse all’area centrale era seminascosta dalla vegetazione, lo si vede in alcune stampe dell’epoca; ma non fu abbandonata come avvenne per il resto perchè incorporata nelle mura. Nel 1656-63 ci fu l’importante restauro conservativo ordinato da papa Alessandro VII e in tale occasione sembra sta stato realizzato l’ingresso dall’esterno.

Oggi la Piramide Cestia è tanto visibile al centro del piazzale di Porta San Paolo, crocevia di un traffico incessante, quanto poco conosciuta nella sua storia che si perde nella notte dei tempi. Ci auguriamo che questa visita nel “venerdì di Archeorivista”, che ci ha permesso di descriverne alcuni tratti, la mostri in una luce diversa, come un bene prezioso dell’archeologia romana. Ogni volta che passeremo a Porta San Paolo la guarderemo risplendere nel biancore dei suoi marmi che non dimostrano i due millenni di vita; e ricorderemo Caio Cestio, immortalato dall’iscrizione.

Se qualcun altro si sentirà di fare come noi, questo “venerdì di Archeorivista” avrà raggiunto lo scopo di una rivista come la nostra mossa dalla cultura, alimentata dalla passione: far conoscere, far ricordare, far amare.

1 Commento su Un angolo d’Egitto a Roma: la Piramide Cestia

  1. Grazie per questo”venerdì di Archeorivista” che finalmente ha colmato una delle molte lacune sui monumenti di Roma.

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