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“I Venerdì di Archeorivista” diventa appuntamento settimanale

Continua il resoconto dell’incontro del 1° febbraio 2010 ai Musei Capitolini sull’indagine condotta da Civita, cui ha contributo la Boeing, con gli altri autorevoli interventi e con le conclusioni che hanno fato maturare in noi il convincimento tradotto nel programma “I Venerdì di Archeorivista”

Riepiloghiamo brevemente che abbiamo già dato conto dei risultati dell’indagine sull’“archeologia e il suo pubblico”, svolta in sette grandi aree e musei archeologici, mediante un questionario a risposta chiusa a tutti i visitatori entrati in tali luoghi archeologici e attraverso osservazioni dirette: si tratta dei Musei Capitolini e dei Fori Imperiali, dei Musei Etruschi di Villa Giulia e Cerveteri, di Paestum e dei Musei archeologici di Napoli e Firenze. Ne ricordiamo gli obiettivi: identificare il profilo dei visitatori e le modalità di fruizione, avere notizie sulle propensioni culturali e valutare la comprensione dei contenuti nell’area visitata.

Inoltre abbiamo riportato il senso degli interventi di Umberto Broccoli e di Adriano La Regina., oltre che il pensiero del presidente della Boeing Italia Petrignani e dell’archeologo tedesco Heilmeyer. Ora diamo conto degli altri interventi e di contributi contenuti nel libro sulla ricerca fino a pervenire al programma “I Venerdì di Archeorivista” che tutto ciò ha fatto maturare in noi.

Gli interventi di Piero Angela e Roberto Cecchi

La comunicazione di cui ha parlato La Regina evoca Piero Angela, il grande comunicatore che spazia dalla scienza all’arte e alla storia con un giornalismo culturale a 360 gradi di altissimo livello nei contenuti e nella forma espositiva sempre fonte di sorprese.

Angela pone l’accento sul linguaggio: deve aiutare il visitatore, tenendo conto che il museo è il luogo dove si sviluppano le conoscenze attraverso la comprensione delle storie passate. La carenza di informazioni, però, riduce la capacità di suscitare emozioni, e questo non è solo un rischio teorico dato che soltanto il 18% ritiene le informazioni efficaci, il 64% appena sufficienti. Occorrono invenzioni e metafore per creare attenzione in un percorso mentale che genera emozione; spesso non basta il linguaggio appropriato, occorre mettersi nei panni del visitatore e capire ciò che manca.

Parlando di comunicazione non ci si riferisce solo alle notizie e alle didascalie scritte, è un sistema complesso che va progettato. E’ fatto di ambienti adatti e percorsi giusti, di scenografie e luci; per fortuna non mancano esempi, anche se sono pochi. Il ricordo torna agli scavi archeologici e alle Domus Romanae scoperte nel sottosuolo di Palazzo Valentini dove mediante un apparato di suoni e luci con la guida della voce narrante perfettamente sincronizzata alle illuminazioni dei particolari descritti, si è portati a rivivere la storia antica nei luoghi dove ne viene ricostruita l’atmosfera, con elementi della vita di tutti i giorni e perfino con i suoi incendi e i suoi terremoti distruttivi.

Per emozionarsi e rivivere le situazioni occorre conoscere, e avere la giusta ambientazione.“Si devono accendere i cervelli, suscitare attenzione”. Non c’è una formula fissa, è necessario definire la strategia caso per caso. Il problema è far entrare il visitatore nel contesto storico, e questo può avvenire in modi diversi a seconda delle situazioni. L’evoluzione naturale è che dalle bacheche illustrative si passi a interi percorsi attrezzati per far sentire il visitatore immerso nella storia.

Sarà un successo se chi vi ha partecipato lo consiglierà a un amico. Ma non va mai dimenticato che se come linguaggio e forma espressiva si dovrà stare sempre dalla parte del pubblico e adeguarsi alle sue esigenze, nei contenuti si dovrà adottare il rigore scientifico senza il minimo cedimento. Non viene meno al suo “humor” con la conclusione disincantata: cita una vignetta di Novello sul quadro più ammirato di una mostra, quello dinanzi alla panca per riposarsi. Molto più di una battuta, in fondo l’analisi osservazionale della ricerca ha evidenziato anche queste situazioni.

Il Commissario straordinario all’area archeologica romana e Direttore generale al Ministero per i beni culturali, Roberto Cecchi, nel sottolineare tra gli aspetti positivi emersi dalla ricerca l’alto gradimento nei confronti del valore delle opere e della loro esposizione, quindi nel contenuto e nell’allestimento, si è posta la domanda: “Cosa manca allora al nostro patrimonio?” Ha risposto così: “Manca la capacità di rinnovarsi, adeguandosi alle nuove esigenze, anche perché diversi ostacoli si frappongono agli interventi”. Le criticità sono i sistemi di comunicazione, i cartelli non adatti, i percorsi troppo lunghi. E mancano risorse adeguate, dato che a queste iniziative riguardanti il maggiore patrimonio culturale al mondo, è destinato soltanto lo 0,21 per cento del Prodotto interno lordo, quando si potrebbero coinvolgere maggiormente istituzioni con missione culturale e radicamento territoriale come le Fondazioni bancarie.

Le conclusioni del sottosegretario Giro e il “paesaggio culturale” di Carandini

Nelle sue conclusioni il sottosegretario Francesco Maria Giro ricorda che una delle priorità del Ministero per i beni e le attività culturali è il profondo rinnovamento di aree archeologiche e musei per restituire dignità al nostro patrimonio, come si sta facendo con i Fori Imperiali. E dà atto alla stampa di seguire questo lavoro con simpatia e attenzione mettendone in luce gli aspetti positivi.

Si deve contrastare il preoccupante fenomeno della rottura del legame tra “il paesaggio di lunga durata e gli abitanti”. E’ grave perché “nel paesaggio la cultura trova la sua ragion d’essere” fino a giungere al “paesaggio culturale” di Carandini. Dobbiamo ritrovare questo legame ai vari livelli territoriali, il che vuol dire riallacciarci alla nostra storia; in questo un ruolo importante può averlo la scuola. Il patrimonio culturale insiste in un paesaggio straordinario, dobbiamo riappropriarci del territorio saldando i diversi momenti. Servono strumenti nuovi, ma occorre sempre “far leva su un sistema territoriale dove possiamo sviluppare il paesaggio culturale”.

Va concentrato l’impegno su quei musei dove l’oggetto antico viene esibito all’interno di un percorso che ci aiuti “a comprendere ciò che non esiste più ma esisteva ed è oggi un patrimonio sommerso non solo da custodire, ma da valorizzare”. Un compito che non può essere soltanto delle istituzioni pubbliche; anche le fondazioni, in particolare bancarie, sono fondamentali. L’impegno è arduo perché “in molti casi si deve recuperare un vero naufragio culturale”. Cita La Regina sul ruolo del territorio e del museo come sede della memoria e del collegamento della storia con la trasformazione in atto. I risultati della ricerca commentati aprono promettenti prospettive di lavoro.

La citazione fatta dall’On. Giro di Andrea Carandini, presidente del Consiglio superiore dei beni culturali e professore di Archeologia classica all’università romana “La Sapienza”, ha portato ad approfondire il suo concetto di “paesaggio culturale”, e lo abbiamo fatto attraverso il suo saggio, breve e sostanzioso, su “Oggetti, costruzioni, paesaggi: dall’arte alla storia”. Lo studioso lamenta che anche se si parla molto di ambiente, “quel che vi è nel mezzo – le architetture, i paesaggi urbani e i paesaggi rurali, per quel poco che ne resta – è del tutto ignorato”. E ne addossa la colpa alla “cultura italiana, tradizionalmente collezionistica prima ed estetizzante poi, per cui il bel frammento sempre è valso di più del contesto che gli stava attorno e che viene dimenticato”.

Quasi mai vengono inseriti riferimenti al contesto dal quale sono state avulse opere d’arte singole che in tal modo vengono a perdere un riferimento importante, spesso decisivo. Anche i musei sparsi nel territorio, che potrebbero mantenere un legame con esso, ne sono del tutto avulsi: “Eppure i nostri musei sono tanti e sono in gran parte espressione del loro territorio. Oggetti in museo o in magazzino da una parte e paesaggi dall’altra, insomma non dialogano, si ignorano”.

Inoltre sono posti quasi in una scala gerarchica di bellezza e genere artistico, mentre dovrebbero mescolarsi come nella vita pratica: “Solo la storia, considerata a partire dai documenti materiali, è in grado di aprire le nostre menti verso la comprensione sistemica del nostro patrimonio culturale, che è ovunque sotto i nostri occhi, come l’aria, ma che non riusciamo più a cogliere e che più non visitiamo”. Di qui l’esigenza di “musei storici dove le cose e le immagini servono a raccontare i tempi e gli spazi mutevoli di una espressione geografica diventata una unica ‘cosa pubblica’”.

Alcune riflessioni sul mondo dell’archeologia

Queste ultime parole, dopo le altre che abbiamo ascoltato dagli interventi e letto negli scritti a corredo della ricerca di Civita degli illustri protagonisti del mondo archeologico e museale hanno mosso in noi dei sentimenti profondi.

Innanzitutto l’importanza fondamentale della storia per la comprensione sistemica del nostro patrimonio culturale insieme all’esigenza di considerare l’arte e i reperti nel loro contesto storico che è al contempo territoriale e ambientale. Di qui il valore del conoscere l’archeologia entrandovi dentro, appassionarsi alle scoperte aperte a tutti attraverso i suoi siti che non possono essere avulsi da territorio e ambiente, siano essi nei sotterranei delle grandi e piccole chiese oppure nelle aree all’aperto; dove alla analisi e spesso investigazione storica deve soccorrere anche la fantasia.

Tutto questo ci ha fatto riflettere sulla straordinaria peculiarità di un mondo diverso da quello nel quale ci muoviamo anche nel campo dell’arte. E’ un mondo che non ci rivela visivamente né la bellezza primigenia né la sua evoluzione, dalla natura al vero, dagli stati d’animo alla sofferenza fino al movimento e alla vita. Queste cose ce le fa immaginare perché nascoste negli abissi del tempo, ma proprio questo le fa sentire ancora più ambite. Non si dice così della bellezza, che quanto più è velata tanto più attira e muove l’eros per quanto può rivelare una volta portata allo scoperto?

Portare allo scoperto le bellezze nascoste, celate in quei ruderi e in quei reperti che il tempo ha trasfigurato è la sfida per chi si immerge in questo mondo. Dove non conta quello che si vede ma ciò che non si vede e va ricercato con la conoscenza di storie e vicende passate, attraverso indagini e ipotesi, dove la cultura diventa investigazione, ricerca di indizi che diventano prove; dove i reperti materiali hanno lo stesso valore delle intuizioni, dove le fonti documentali e storiche sono integrate dalla logica. E il visitatore appassionato diventa un protagonista della ricostruzione storica. Perciò è importante che il linguaggio sia alla portata sua e non da addetti ai lavori; ma nello stesso tempo che i contenuti siano rigorosi da veri scienziati. Un mix esaltante che ci ha conquistati, è questo del resto il nostro approccio anche dinanzi all’arte in senso lato, senza aggettivi o qualificazioni.

Altre cose che non sono state dette nell’incontro le abbiamo trovate nelle pagine del libro che reca i risultati della ricerca. Adriano La Regina nella sua Introduzione su “L’archeologia e il suo pubblico” scrive:”L’odierno pubblico dell’archeologia giunge di fronte alle rovine del mondo antico attratto dalla fama delle cose e dei luoghi. Vi è condotto anche dalla forza di rappresentazioni ideali, talvolta fallaci o fondate su informazioni labili e sommarie, ma pur sempre echi di antiche tradizioni. Non di rado al di là dell’interesse storico a guidare l’attenzione del pubblico è la dimensione fantastica dei luoghi resi celebri e trasfigurati in entità meramente simboliche da evocazioni poetiche, quali la Troade di Omero, o il Foro romano di Shakespeare”.

Sono constatazioni che partono dalle prefigurazioni di Tucidide delle ricostruzioni retrospettive sulla base dei reperti segnati dal tempo: “Nel ricordare la caducità delle umane cose Tucidide si pone in quello stato d’animo che perdura nell’uomo d’oggi al cospetto di quanto resta, imponenti rovine o modesti scenari monumentali, di imperi una volta possenti”. Con questa premessa così prosegue: “Le aree archeologiche destinate al pubblico sono moderne rappresentazioni dell’antico Non altrimenti, anche i musei di antichità sono intesi all’interpretazione di fenomeni culturali mediante la ricomposizione di documenti casualmente pervenuti da un lontano passato. Essi sono, quindi, inevitabilmente, anche una proiezione dei nostri interessi e delle nostre curiosità e, in tal senso, anche espressione di nostre aspirazioni. I segni della storia possono suscitare, per esempio, ammirazione e rimpianto, ‘vedo le mura e gli archi e le colonne’, ma anche ammonimento ed esortazione, ‘ma la gloria non vedo…’”.

Vogliamo concludere con quanto scrive Antonio Maccanico, nella sua Introduzione dal titolo significativo: “Migliorare la fruizione del patrimonio archeologico: una necessità e un obbligo”: “I musei archeologici sono realtà complesse. Più di altri musei mostrano cose lontane da noi migliaia di anni ed hanno necessità, come la ricerca stessa ha dimostrato e come sostengono studiosi di fama internazionale che hanno dato un contributo straordinario a questo lavoro, di essere luoghi in cui si produce e soprattutto si trasferisce conoscenza, in grado di appassionare e soprattutto di raccontare il lungo cammino della civiltà umana”.

“I Venerdì di Archeorivista”

Queste le parole che hanno fatto maturare in noi il convincimento di entrare in questi luoghi per i lettori, come fa Piero Angela nei suoi ingressi virtuali all’interno delle vicende storiche del passato. Recepire la conoscenza che in essi “si produce” e “si trasferisce” per trasferirla a nostra volta.

Non sarà noioso, lo assicura lo stesso Maccanico, che non è archeologo ma uomo di cultura oltre che delle istituzioni con queste parole che ci hanno dato la spinta finale: ”L’archeologia è studio serio e impegnativo, ma anche scoperta e avventura, trionfo e fallimento, ricerca e soprattutto immagine di ciò che gli uomini hanno fatto nel corso della loro storia millenaria”. “In hoc signo”, diciamo, “I Venerdì di Archeorivista” iniziano il loro viaggio sulla macchina del tempo.

Infatti l’idea, maturata a poco a poco, si è trasformata in programma. “I Venerdì di Archeorivista” saranno l’appuntamento settimanale ai lettori con una visita a un sito archeologico o museale. Faremo quest’esperienza archeologica e museale vivendo di persona la tradizionale sequenza evocata da Struth: “Contemplazione, comprensione e comunicazione della comprensione”; sarà la comunicazione di un cronista che racconterà la visita con il linguaggio del pubblico, ma sulla base di notizie rigorose fornite dagli esperti archeologi, secondo la formula di Piero Angela.

Per la sigla del nostro programma siamo debitori del ministro Bondi che ha ideato e realizzato “I Giovedì di Santa Marta”, incontri settimanali per la presentazione di un libro presso l’omonima antica chiesa sconsacrata al Collegio Romano. I nostri appuntamenti saranno invece “on line” sulla rivista il venerdì.

Vorrà dire che il giorno dopo aver gustato la presentazione del libro nei “Giovedì di Santa Marta” chi fosse incuriosito dall’archeologia potrà fare una visita virtuale settimanale ad un sito storico senza muoversi di casa, leggendone la narrazione del cronista nei “Venerdì di Archeorivista” . Quando la curiosità si trasformerà in interesse e poi in passione vorrà passare alla visita effettiva.

Pensiamo che a Sandro Bondi non dispiaccia che ci siamo ispirati alla sua idea, e ci siamo permessi di istituire una sorta di gemellaggio tra i suoi Giovedì e i nostri Venerdì.

Anzi potrà vedervi quell’effetto contagioso sul quale lui stesso fa leva per il rilancio dell’amore verso l’arte e la cultura al quale è rivolta meritoriamente l’attività del suo ministero. La comunicazione, infatti, è uno strumento fondamentale del suo intenso programma: che è volto alla valorizzazione dei beni e delle attività culturali come elemento di identità e civiltà e come importante fattore di competitività sul piano economico per il nostro paese.

1 Commento su “I Venerdì di Archeorivista” diventa appuntamento settimanale

  1. Oggi finalmente ho l’occasione di commentare gli articoli di Romano M. Levante e devo dire che leggendoli si assapora completamente tutto l’amore che questo studioso attento e competente mette nei suoi scritti e mette durante le sue visite.
    Una frase può condensare il mio pensiero meglio di mille parole: Complimenti per l’iniziativa, un programma simile rende merito a tutti coloro che vi sono coinvolti e contribuisce allo sviluppo delle conoscenze sugli inestimabili patrimoni di arte e storia che l’Italia, unica nazione al mondo possiede in così grande quantità.

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