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Via dalla pazza folla (parte 2)

Un altro valido motivo aveva condizionato la scelta: l’affioramento della falda idrica sul pianoro. In età preromana questa particolarità ne aveva fatto un luogo di sosta ideale nel lungo percorso delle greggi verso sud. La città romana ne conserva l’evidenza costruendo il tempio principale a diretto contatto con la polla d’acqua. E infine in un successivo imprecisabile momento, è stata scavata una piccola grotta all’interno del podio, proprio per facilitare l’affioramento della falda in periodo di siccità. Il risultato, duraturo, è stato sotto i nostri occhi da quando sono ripresi gli scavi: ancora oggi si può andare ad attingere acqua al tempio!

Quel che resta del tempio, un enorme nucleo in calcestruzzo, lascia immaginare una struttura imponente; ma, devo dire, ci vuole proprio immaginazione da parte del curioso visitatore per ricostruire il colonnato, il tetto, la scalinata per accedere al vano di culto ove la statua della divinità dominava i fedeli, insomma i pochi elementi indispensabili per l’identificazione di un tempio! Complicato è anche rialzare le colonne del portico a tre bracci che chiudeva l’edificio sacro su tre lati.

Se vogliamo trovare rocchi di colonne, blocchi di rivestimento, decorazioni architettoniche, etc. dobbiamo andarli a cercare nelle chiese, nei castelli, nei paesi vicini. A cominciare da S. Paolo, edificata presso le rovine della città, per finire a Bominaco ed in tempi ben più recenti anche nelle case della zona. La caccia al tesoro è resa particolarmente difficile dalla estrema frammentazione di qualsiasi elemento di decorazione architettonica. La spoliazione era finalizzata al recupero di materiale edilizio e non era ovviamente importante che il blocco da utilizzare avesse qualche rilievo. Così finisce a S. Paolo, pronta ad essere rivestita di intonaco, parte di una lastra appartenente al teatro. Impensabile attribuire un senso al piccolo blocco sagomato a cuneo per formare un’arcata della chiesa. Solo dopo una nuova campagna di scavo sul teatro, il frammento è andato al suo posto, come il tassello di un puzzle, dopo essere stato ignorato per anni da tutti. La scoperta si deve agli studenti che ogni anno vanno in pellegrinaggio – è il caso di dire – a S. Paolo e che avevano appena finito di scavare stratigraficamente le cicliche fasi di spoglio del teatro, con non poca fatica. Infatti l’orchestra e le gradinate più basse erano coperte dai materiali caduti o fatti cadere dall’alto; coperte da questi e fortunatamente integre, sono state recuperate alcune lastre appartenenti al podio che separava due settori di posti; la decorazione rappresentava un prospetto ad arcate cieche, dal rilievo delicato che doveva acquistare evidenza con il colore, di cui infatti si è trovata una labile traccia.

Ancora più incredibile è aver trovato dei materiali integri, se si confrontano con altri rinvenimenti. Due soli esempi sono sufficienti: un frammento di statua, impiegato come puro elemento costruttivo in una struttura medievale edificata sopra la parte meridionale del teatro e un muso di cavallo appartenente ad un basso rilievo, evidentemente preparato per la calcara.

Da questo cantiere di demolizione, o meglio, potremmo dire oggi, di riconversione, si sono salvati alcuni oggetti, perché sepolti da un crollo già in età antica. Per la verità si tratta di un crollo avvenuto quando il teatro era ancora in costruzione. Un terremoto ha causato la rovina del portico che si stava costruendo come foyer del teatro. Sotto tegole, coppi, etc. sono state trovate numerose lucerne e alcune monete, che indicano il regno dell’imperatore Claudio come periodo in cui situare l’episodio.

In quell’occasione il terremoto servì a “ripensare” il teatro. Alcune modifiche strutturali lo resero più sicuro e anche più capiente. A quel momento probabilmente appartiene la “prenotazione” permanente di un posto a teatro incisa su una delle lastre con rilievo in modo certo non ufficiale!

Qualche secolo più tardi, un altro terremoto, di proporzioni sicuramente maggiori, decretava invece la fine non solo del teatro, ma dell’intera città. Come ricordavo all’inizio, una concomitanza di fattori è all’origine del progressivo abbandono e di conseguenza della lenta ma costante demolizione degli edifici pubblici di Peltuinum.

I restauri stradali, ricordati dai miliari tardo-imperiali, avvertono soltanto che la via Claudia Nova, asse di attraversamento urbano, continuava a funzionare come raccordo interregionale. La città invece tornava lentamente ad essere invasa dalla natura, conservando pochi elementi essenziali: la porta ovest e le due torri contigue, una barriera utilizzabile come varco di controllo per il passaggio delle pecore. Forse in occasione della prima reintegra dei tratturi nel 1489 lo spazio tra le torri venne sfruttato per un ufficio doganale. A questa funzione deve far riferimento il nuovo nome comparso già in documenti del XII secolo e ancora oggi usato per indicare il pianoro: Ansedonia. Giustamente, a mio avviso, in un testo recentissimo, Alessandro Clementi indica nel latino ansarium, diritto d’entrata (di merci), l’etimologia del nome. Il tratturo, ben leggibile fino a due anni fa nel paesaggio agrario, ha segnato il territorio e la città attraverso i tempi.

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