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Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso

I “venerdì di “Archeorivista” – trascorsi sette giorni dalla partecipazione in anteprima all’apertura al pubblico del Terzo anello e degli Ipogei del Colosseo – tornano a Ventotene dopo aver esplorato l’archeologia carceraria di Santo Stefano. Una breve premessa di archeologia marina, poi l’archeologia romana nel racconto della visita ai resti di Villa Giulia, residenza degli imperatori, soprattutto per le mogli esiliate: andiamo a Punta Eolo, la zona più ventosa di un’isola battuta dai venti, che in questo lato hanno modellato le rocce friabili con formazioni ondulate e sinuose.


Villa Giulia a Punta Eolo, un angolo di paradiso
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Dal museo archeologico alla villa romana

L’appuntamento è al Museo Archeologico di Ventotene, al piano terra dell’edificio merlato con una vista incantevole sul mare, ed è solo l’antipasto di quanto andremo a gustare. Un rapido sguardo ai reperti del museo ci fa entrare ancora di più nell’atmosfera marina che si respira in ogni punto dell’isola. Antiche ancore e soprattutto anfore, di varie fogge e dimensioni, incrostate dalla permanenza millenaria nelle acque; i ritrovamenti continuano tuttora, c’è una grande anfora rinvenuta di recente immersa in un ampio recipiente in fase di disincrostazione.

Il campionario di reperti emersi dalle acque è vario, gli scogli che abbondano hanno provocato naufragi, le navi affondate conservano i loro contenuti per restituirli a poco a poco. La “star” del museo è il “dolio”, il grande otre sferico per vino oppure olio che troneggia al centro della sala principale. Dei grafici ne illustrano la disposizione nelle stive in appositi alloggiamenti. E’ intatto!

Ma non è il mare la nostra meta della giornata, bensì sono i ruderi della villa romana di Punta Eolo che raggiungeremo con il folto gruppo di visitatori guidato dall’addetta al Museo, Elena Schiano di Colella, così compresa nel ruolo da avere utilizzato nel proprio indirizzo e mail il nome di Scribonia, la seconda moglie di Augusto madre di Giulia, della quale ci racconta la storia. E lo fa con trasporto e partecipazione, inanellando una miriade di dettagli storici nel tragitto dal Museo archeologico al sito con i resti della Villa romana.

Un tragitto relativamente lungo per una lunga premessa, che ci fa arrivare alla nostra meta avendo assorbito le vicende dell’epoca, fatte di intrighi e spietate vendette e, perché no, di gossip in salsa romana. Che prevedeva punizioni come il soggiorno forzato in questa residenza di sogno, situazione descritta dalla nostra guida con le parole, a noi apparse straordinarie, che abbiamo messo nel titolo: “Villa Giulia rivela la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.

Nel mondo alla rovescia così evocato c’è anche un Caligola “buono” che recupera le spoglie dei familiari e revoca la “damnatio memoriae” comminata dai predecessori. E’ una chicca che la guida Elena ci regala.


La villa rustica
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Le mogli imperiali mandate a soffrire nel paradiso di Villa Giulia

Si sente come lo spirito femminile, non diciamo femminista, della nostra guida, è vicino alle imperatrici mandate ad espiare colpe anche non commesse nel luogo di sogno che gli imperatori avevano a disposizione per trascorrere periodi di distensione e di svago in una località non troppo lontana da Roma ma abbastanza distante per staccarsi dalle cure giornaliere dell’impero.

La carrellata storica che fa Elena è lunga e minuziosa, trattandosi di una fase particolarmente movimentata del periodo imperiale. E’ proprio questo lo spirito dell’archeologia, portare alla luce virtualmente quello che c’è dietro i ruderi, la cui consistenza spesso è inversamente proporzionale alla vastità del mondo che dischiudono; qui sono consistenti e in gran parte da portare alla luce.

Vedremo dopo i resti, intanto il quadro storico acuisce la curiosità e l’interesse, cresce l’aspettativa mentre nelle parole condite da battute che alleggeriscono il peso della storia, sfilano famiglie imperiali al completo, con i loro alberi genealogici intrecciati come gli intrighi di corte.

Tre le grandi esiliate a Villa Giulia la figlia di Augusto, Giulia, fu la prima e le diede il nome, poi Tiberio nel 29 dopo Cristo vi mandò Agrippina, fino a Nerone che vi relegò la moglie Ottavia.

Si comincia dunque con Cesare Ottaviano Augusto che la fece costruire per l’“otium”, nella concezione romana non era il dolce far niente ma contemplava l’impegno culturale da coltivarsi nella pur distensiva vacanza. Oltre all’ubicazione favorevole per l’isolamento assicurato anche dal mare rispetto a Roma, ma non assoluto data la relativa vicinanza, aveva il pregio di non essere colonizzata, allora c’era molto verde e un bosco che favoriva la piovosità, oltre a fornire legna per il riscaldamento. L’aspetto negativo era rappresentato dalla mancanza di sorgenti d’acqua dolce che spiegava l’assenza di popolazione; ma era compensata dall’acqua piovana raccolta in cisterne.

Viene realizzato sin dall’inizio il porto romano con opere di scavo nel terreno tufaceo: è ritenuto tuttora molto sicuro, forse più del porto moderno; è sotto al faro di Ventotene. Le navi di passaggio trovavano accoglienza in una darsena dove si eseguivano lavori e riparazioni e si provvedeva anche al rifornimento di acqua dolce. C’era una peschiera con allevamento ittico per l’imperatore, e una terrazza dalla quale lo sguardo può scrutare l’orizzonte marino fino all’isola d’Ischia.

In questo ambiente nasce la Villa che vedrà, oltre agli “otia” degli imperatori illuminati, l’esilio di nobildonne punite dagli stessi imperatori per vere o presunte trasgressioni nel quadro di intrighi e congiure di palazzo nelle quali le famiglie imperiali si laceravano al loro interno. La lex julia “de pudicitia” fu attivata per Giulia mentre fino ad allora era stata disattesa per non innescare delazioni e denunce a catena, dice sempre Elena facendoci entrare nell’atmosfera mentre ci avviciniamo.


Le grandi cisterne per l’acqua.

Basti pensare che Giulia, figlia di Ottaviano, era stata promessa in sposa da bambina al figlio di Marco Antonio, poi entrato in conflitto con lui e sconfitto nella battaglia di Azio: è solo l’inizio precoce di una vicenda intrecciata e movimentata, tra matrimoni, figli e tradimenti. Giovanissima, nel 25 avanti Cristo sposa Marco Claudio Marcello, poi nell’anno 21, a 18 anni, sposa Agrippa e gli dà cinque figli, nel corso di una vita matrimoniale molto irrequieta. Alla morte del marito nel 12, Augusto adottò i suoi due primi figli Gaio e Lucio Vipsanio Agrippa, e la indusse a sposare subito Tiberio, il fratellastro designato a succedergli; il matrimonio durò pochi anni, dall’11 al 6, poi nel 2 avanti Cristo l’accusa di adulterio e l’arresto per tradimento anche per un presunto complotto contro lo stesso Augusto, avendo lei una relazione con Iulio Antonio, uno dei congiurati costretto al suicidio. Invece della morte, a Giulia fu comminato l’esilio a Ventotene (allora Pandateria), vi andò con la madre Scribonia nella villa imperiale che prese il suo nome con restrizioni che furono accentuate nel 14 dopo Cristo allorché Tiberio divenne imperatore. Seguì la morte di Giulia uccisa o suicida per il dolore dell’uccisione del figlio Agrippa Postumo nato poco dopo la morte del marito.

Il ruolo di Tiberio nella storia della villa non finisce qui, la sua successione non fu scontata dato che le discendenze dinastiche non contavano e per imporlo Augusto gli diede due consolati e l’“imperium”. Anche divenuto imperatore l’astro del condottiero Germanico gli faceva ombra e dopo averlo mandato in Siria lo fece avvelenare nel 19 dopo Cristo. La moglie di Germanico Agrippina Maggiore, che allevava i figli nel suo accampamento militare, finì nel 29 a Ventotene rinchiusa a Villa Giulia dove morì nell’angoscia dei due figli morti per colpa di Tiberio: Nerone Cesare e Druso Cesare, fratelli di Agrippina Minore, obbligata nel 27 a sposare un uomo anziano che non voleva, da cui ebbe il figlio Lucio Nerone nel 37, e portata a Villa Giulia nell’anno 39. E quando morì Tiberio, dei due fratelli di Agrippina Minore indicati per succedergli fu scelto Caligola proclamato imperatore nell’anno 37.


Uno scorcio dei resti della villa imperiale.

E’ una parentesi di umanità in una sequela di spietate punizioni: l’imperatore recupera le spoglie di madre e figli e interrompe la ”damnatio memoriae”; ma presto, forse preso dalla pazzia, diviene persecutore a sua volta e accusa di complotto la sorella Agrippina relegandola a Villa Giulia nel 38. Ucciso Caligola in una congiura nel 41 e succeduto Claudio, fratello di Germanico, Agrippina si prende la rivincita rientrando dall’esilio con la sorella Livilla destinata ad essere presto esiliata di nuovo e poi uccisa lasciandola padrona della corte; anche perchè Messalina, moglie dell’imperatore, nel 48 fu condannata a morte per la sua dissolutezza e l’anno dopo Agrippina Minore fu sposata da Claudio.

Lo convinse a scegliere suo figlio Nerone, che aveva fatto sposare con la figlia di Claudio, per la successione al posto di Britannico, avuto da Messalina; nel 54 muore Claudio per avvelenamento, forse ad opera di Agrippina, e inizia l’impero di Nerone con il ruolo importante assunto da Agrippina che lo aveva fatto educare da Seneca e per cinque anni gestì di fatto il potere al suo posto. Poi, dinanzi all’insofferenza di Nerone, si riavvicinò a Britannico, ex rivale per il trono imperiale, ma questi venne avvelenato. La sua posizione si indebolì ulteriormente quando l’imperatore, anche istigato da Poppea, decise di liberarsi della moglie Ottavia e della madre. Per Agrippina architettò una macchinazione nell’isola di Baia che si concluse con l’uccisione per mano delle guardie dopo un naufragio provocato appositamente per eliminarla. dal quale lei si salvò a nuoto. Ottavia fu rinchiusa a Villa Giulia dopo il ripudio nell’anno 62.

Raccontando questa storia infinita la guida Elena sottolinea l’arrivo dei messaggeri a Villa Giulia quando le comunicarono la morte dei due amati figli e lei tenta di uccidersi per l’angoscia: “A lei viene imposta la vita – commenta – come ai figli era stata imposta la morte”.

Così Domiziano, il persecutore dei cristiani, vi manderà in esilio nel 95, accusandola di giudaismo e ateismo, Flavia Domitilla, che diventerò santa. Ma dopo tanto “noir” ci sarà il “periodo rosa”, si aprirà il porto romano agli scambi commerciali e Villa Giulia tornerà ad essere lo splendido soggiorno in paradiso.


L’accesso inibito a un’area non portata alla luce.

La “domus rustica”, la parte del complesso riservata alla servitù

Terminare con il “periodo rosa” l’excursus storico introduce alla vista dei ruderi che nella parte più lontana hanno una coloritura rosa data dai caratteristici mattoncini; mentre i primi resti che si incontrano sono gli ambienti per schiavi e servi, in una posizione che appositi accorgimenti nascondevano alla vista dalla villa:

La “domus rustica” aveva camminamenti impermeabilizzati con il cocciopesto, materiale molto resistente all’acqua e anche ai terremoti, tanto che viene ripreso oggi in considerazione nella bio-edilizia. Vi erano tre strati di intonaco, mentre nella villa sette. Le murature sono in “opus reticulatum” autoportante dalla tipica forma romboidale con pezzi cuneiformi per una maggiore solidità. I resti dei vani sono regolari con un corridoio di disimpegno. C’è anche la cisterna per l’acqua dolce a 4 navate, di cui 3 scavate, per un totale di 1200 mc, con dei pilastrini molto sottili; nelle cisterne c’era il capitone per far muovere l’acqua e ossigenarla, così restava fresca e pulita.

La Villa vera e propria per la famiglia imperiale

Il sito archeologico, che nella “domus rustica” ha mostrato la geometrica disposizione degli ambienti allineati l’uno dopo l’altro in una successione ordinata e simmetrica, nella “villa imperiale” rivela strutture e accorgimenti escogitati per dotare la residenza di tutti gli agi possibili.

Si trova nella parte più bassa prospiciente la costa per rendere agevole l’accesso dal mare e per il migliore afflusso dell’acqua piovana raccogliendo anche quella accumulata nella parte più alta. L’aspetto negativo risiede nello sbancamento del terreno che è stato fatto con scavi e riempimenti.

La fantasia e la ricostruzione degli archeologi si sbizzarrisce nell’immaginare gli ambienti e i colonnati, il peristilio e il giardino che in una zona così esposta era protetto dai venti. Un emiciclo di vaste dimensioni, due terrazze e gradoni degradanti con delle scale che portavano alla cala sottostante rendono l’idea di come fosse curato l’inserimento nella natura dei luoghi attraverso un progetto del tutto originale, che si inseriva nella conformazione del terreno anche se i livellamenti e la costruzione delle terrazze vi apportarono profonde modifiche. Non si passava davanti alla “domus rustica” ma al di sotto, in modo da evitare la vista della servitù non all’altezza del rango.

Viene ricordato, comunque, che non fossero preordinate le esposizioni ai raggi solari, erano evitate dai ceti patrizi perché seccavano la pelle e la rendevano scura come quella degli schiavi.

Per concludere, occorre parlare della parte termale della villa, di particolare importanza per i romani. La guida Elena ci indica i resti dei frigidarium, tepidarium e calidarium, qui di calidaria ce ne sono due riscaldati da tre forni, due laterali e uno centrale; per le proprietà rimandiamo all’ampia descrizione che ne facemmo raccontando la visita alle Terme di Caracolla in un “venerdì di Archeorivista”. Attraverso stretti condotti gli schiavi facevano funzionare il sistema termale.


I resti di un muro della villa, sullo sfondo l’isola di Santo Stefano con il carcere.

Delle molte altre notizie forniteci dalla guida Elena, a chiusura della visita vorremmo riportare quelle relative alle vicende successive, un triste aggiornamento perché sono storie di spoliazioni e demolizioni del patrimonio artistico e anche degli stessi materiali da costruzione. La collocazione della villa alle propaggini dell’isola, con l’approdo sul mare, l’ha aperta anche alle scorrerie dei pirati, ma come per Roma si dice che “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”, così per Villa Giulia ciò che non fecero i pirati e altri predoni lo fecero i regnanti: nel 1700 Ferdinando di Borbone interessato a un’alleanza con gli inglesi diede a Lord Hamilton il nulla osta di prelevare da Villa Giulia a suo piacimento marmi e statue, colonne e fontane. E non è stata rapina da poco se si pensa che i colonnati si estendevano per 300 metri di lunghezza e 100 di larghezza e vi era ogni ben di Dio di arredi artistici, come si può facilmente immaginare dall’architettura della Villa.

Altri interventi di rapina fecerunt con la colonizzazione dell’isola e anche lo Stato pontificio fecit la sua parte prelevando il tufo nella Villa. Oltre a spogliarla furono aperte nella zona cave di tufo con evidenti danni all’ambiente. Questo per l’azione dell’uomo sempre rivelatasi distruttiva nei confronti dei grandi complessi dell’antichità non solo nel rapinare le opere d’arte ma anche nel prelevare materiali da costruzione distruggendo senza remore architetture anche preziose. Una gara tra le pulsioni deteriori dell’avidità e dell’ottusità che fanno regredire la civiltà e spesso l’umanità.


La roccia erosa dal vento di Punta Eolo

Il “felix error” dell’anteprima solitaria

Verremmo meno all’imperativo montanelliano che è il nostro credo giornalistico – “andare senza pregiudizi, vedere e raccontare quello che si è visto” – se omettessimo di riferire il “felix error” al quale dobbiamo l’anteprima “in solitario” rispetto alla visita guidata. Il nostro errore ha riguardato il luogo dell’appuntamento con la guida e il suo gruppo, pensavamo fosse all’ingresso della Villa invece era al Museo archeologico; ragion per cui ci siamo trovati dinanzi al cancello da soli per di più in leggero ritardo da farci credere che la visita fosse già iniziata all’interno. Un addetto ad altra struttura locale ci confermò nella convinzione e ci fece entrare nel complesso archeologico.

La ricerca del gruppo con la guida fu vana perché, al contrario di quanto si era pensato, non era ancora arrivato, venendo dal lontano Museo archeologico con tutte le soste lungo il tragitto. Ma fu ugualmente proficua perché ci consentì di esplorare in anteprima tutti gli anfratti e le innumerevoli articolazioni di un sito archeologico particolarmente vasto e ricco di reperti pur se allo stato di ruderi smozzicati. E anche se, a quanto fu detto poi, l’80 per cento è ancora da portare alla luce e non lo si fa per non esporlo al degrado in un ambiente difficile da proteggere, c’è stato tanto da vedere dove la visita guidata non si spinge, sempre nella buona fede del nostro “felix error”.

Quale, dunque, il valore aggiunto della visita in anteprima? Forse quello stesso delle scalate “in solitario” e chi scrive, anche se non è alpinista, come uomo di montagna le apprezza molto. Ne fa fede la galleria di immagini scattate che può dare un’idea di come sia stato emozionante trovarsi da soli al cospetto di tanta antichità in una punta ventosa e particolarmente esposta. Perché superati i ruderi fino all’ultima propaggine ci siamo trovati con alle spalle le rocce disegnate dal vento negli arabeschi di tutte le sinuosità e le levigatezze di un’erosione millenaria di rara suggestione.

Ebbene, dopo aver fatto il pieno negli occhi e nella fotocamera con le immagini dei ruderi di una così vasta e ricca residenza ci siamo trovati a fare il pieno di uno spettacolo altrettanto emozionante: ciò che vedevano gli occhi degli imperatori nel loro “otium” virtuoso o nel loro colpevole spirito oppressore e vendicativo verso le proprie donne spesso incolpevoli: il paradiso della natura.


Un passaggio che porta direttamente al mare

Punta Eolo fa onore al nome, ce lo dicevamo allorché sospesi tra le pareti erose dal vento che si faceva sentire con le sue improvvise folate e le scogliere biancheggianti di spuma in basso abbiamo provato quel brivido che dà l’attrazione del “bello orrido” impossibile da spiegare, “che intender non lo può chi non lo prova”. E ringraziamo il nostro “felix error” per avercelo fatto provare.

Ci siamo sentiti come ”Papillon” dall’alto della scogliera guardare in basso i marosi infrangersi contro le rocce creando riflussi spumeggianti, quasi attirati dalla forza magnetica della natura alla quale il tocco della storia dava una suggestione ancora maggiore; così soli e sospesi lassù in alto potevamo trovarci in un’altra epoca, quella degli imperatori, i nostri occhi potevano essere i loro, non c’erano i ruderi a segnare il tempo trascorso, li avevamo lasciati dietro di noi superando gli ultimi passaggi ed entrando in diretto contatto con le ultime rocce prima della scogliera.

Abbiamo capito in quel momento come “Papillon” trovasse il coraggio per il grande balzo nel vuoto sulle onde che si infrangevano negli scogli a picco; non era solo l’anelito di libertà, ma la forza magnetica della natura che richiama come nel proprio grembo materno al pari delle sirene di Ulisse.

La visita “in solitario” era terminata, ancora in “trance” siamo tornati nel piazzale all’ingresso, proprio quando arrivava il gruppo che avevamo cercato percorrendo il sito sino alle sue propaggini estreme. Con sguardo severo la guida Elena ci ha fatto rilevare l’errore e non ci ha consentito di seguire la visita del sito perché avevamo perduto l’introduzione storica, accompagnandoci al cancello ci ha dato appuntamento all’indomani. Abbiamo aderito, la visita “regolare” del giorno dopo l’abbiamo raccontata con la dovuta diligenza; ma non potevamo omettere l’anteprima.

Elena ne sarà sorpresa quando ci leggerà, non dovrà irritarsi perché tanto lei quanto chi scrive sono estranei alla piega degli eventi, dovuta al “felix error”: il fato cui i romani credevano tanto, non poteva essere assente in un sito così prestigioso. Forse le verrà il desiderio di tornare anche lei ”in solitario” nelle propaggini estreme che di certo ben conosce e non possono essere rese visibili nelle visite regolari, ci si deve fermarsi prima. Lo meritano eccome! Solo dopo averle viste si può comprendere appieno la felice espressione della stessa Elena, alla quale oltre all’onore del titolo diamo anche quello della conclusione: “La capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.


La vista della scogliera tra la villa e la roccia erosa dal vento, il cielo e il mare.

MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENTOTENE


Frammento dell’intonaco di Villa Giulia 


Stucchi dall’area di Villa Giulia


Dolio


Anfore


Marre d’ancora in piombo

Ph. Romano Maria Levante, tutte

1 Commento su Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso

  1. Amo a la principessa imperiale Giulia, a tutta la sua verace storia, triste e melanconica.

    saluti della Spagna

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