Guida sintetica ai Fori di Roma antica

Foro Boario e Foro Olitorio

I piu antichi luoghi pubblici di Roma si collocano presso la sponda sinistra del Tevere, nell’area compresa tra il fiume, le chiese di Santa Maria in Cosmedin e San Giorgio al Velabro, e il Teatro di Marcello.

Sin dall’VIII a.C. le popolazioni locali, che abitavano i colli limitrofi, svolgevano qui le proprie attività commerciali, come dimostrano una serie di rinvenimenti archeologici dell’epoca.

Proprio in questa zona sorse il Foro Boario (da bos = bue), il cui nome lascia supporre l’esistenza di un mercato per la vendita di animali; topograficamente è stato collocato nell’area antistante la chiesa di Santa Maria in Cosmedin.

Nel VI a.C., poco più a Nord, si formò il Foro Olitorio (da oleum = olio), un mercato destinato agli ortaggi, localizzato dagli studiosi presso San Nicola in Carcere.

L’assetto attuale della zona è quella voluta dall’architetto Antonio Muňoz tra gli anni ’20 e ’30 del XX secolo; ciò ebbe come conseguenza la distruzione del vecchio quartiere medievale con il conseguente isolamento delle strutture antiche.

Tempio di Vesta

Il Tempio di Vesta, che si affaccia in Piazza Bocca della Verità, risale all’età repubblicana, tra il II ed il I a.C.; fu realizzato in marmo pentelico, proveniente appositamente da Atene, e ricalca nella forma architettonica un tempio greco dedicato ad Atena nella cittadina di Delfi.

Leggermente sopraelevato, è composto da una cella rotonda e da un corridoio circolare con venti colonne in ordine corinzio.

Come accennato sopra il tempio era dedicato alla dea Vesta, protettrice del focolare domestico e della stessa città di Roma.

Il tempio fu tramutato in epoca medievale in chiesa cristiana, con il nome di Santa Maria del Sole, è stato poi riportato alla sua forma originaria negli anni ’20; all’interno si trova un affresco della scuola romana del ‘400 che riproduce una Madonna con Bambino.

Tempio della Fortuna Virile

Poco distante si colloca il Tempio della Fortuna Virile, denominato così in modo improprio e con probabilità dedicato al dio Portumnus, preposto a proteggere le attività portuali del fiume; questo è uno dei templi più antichi della città, infatti il suo primo impianto risale al V a.C., con rifacimenti nel III a.C. e nel I a.C.

La sua forma è quella tipica delle strutture templari romane: su un alto basamento, preceduto da una scalinata, si trova la cella con un atrio (pronao) aperto.

Le colonne frontali, in ordine ionico, sono in travertino, mentre le semicolonne laterali sono in tufo, che è lo stesso materiale utilizzato per i muri; le basi dei capitelli e le parti più alte sono anch’esse in travertino.

Tutto aveva rifiniture in stucco, di cui oggi restano solo delle tracce.

L’ottimo stato di conservazione si deve al fatto che nel IX secolo d.C. divenne luogo di culto cristiano con il nome di Santa Maria Egiziaca; testimonianze di ciò sono le finestre rettangolari ancora visibili sul lato che si affaccia sul Tevere.

Il tempio fu oggetto di molti studi nel corso del tempo da parte del Serlio, del Palladio e del Piranesi; il suo ripristino cominciato nel corso dell’800 terminò nel 1925 con Antonio Muňoz che fece molta attenzione ad evidenziare le differenze tra l’antico e gli intervanti postumi.

Santa Maria in Cosmedin

Sul versante opposto della strada di fronte il Tempio di Vesta si trova la chiesa di Santa Maria in Cosmedin.

L’edificio, costruito a più riprese su preesistenze romane, fu fatto edificare con probabilità da una comunità proveniente da Costantinopoli, nel VI d.C., dove si trovava una chiesa con analoga dedicazione (Cosmedin significa “la bella, la decorata”).

Fu realizzato un piccolo edificio ad una navata con abside in fondo e un ospizio (diaconia) fu associato alla chiesa; con papa Adriano, nel VIII secolo d.C., furono aggiunte due navate laterali con relative absidi.

Nel XII secolo papa Callisto II provvide a far apportare altre modifiche, soprattutto nell’atrio ed aggiunse il campanile.

Attualmente l’esterno presenta un portico, già realizzato nell’VIII secolo d.C., poi ristrutturato, con colonne diseguali; all’interno dell’atrio si trova la famosa Bocca della Verità, risalente all’epoca romana e oggetto di una leggenda, fiorita nel Medioevo, secondo la quale aveva la capacità di svelare le bugie ed ogni sorta di menzogna, così chi avesse mentito avrebbe subito il taglio della mano.

All’interno le tre navate, scandite da pilastri alternati, sono illuminate da alcune finestre; il pavimento, ad intarsi di pietra con disegni geometrici, risale al XII secolo mentre il soffitto è moderno.

Nella cappella di destra si trova la Madonna con Bambino, dapprima collocata nell’abside della chiesa e poi, nel 1898, posta qui; per alcuni critici di storia dell’arte essa fu opera di Cimabue, nel XIII secoli, per altri addirittura risalirebbe al V secolo d.C.

Arco di Giano

Presso l’Arco degli Argentari si trova l’Arco di Giano (ianus = passaggio coperto) la cui edificazione risalirebbe al IV secolo d.C. per commissione dell’imperatore Costantino o di suo figlio Costanzo II.

L’arco presenta quattro arcate sostenute da pilastri, su cui si aprono delle nicchie che contenevano statue; l’interno è costituito da una volta  a crociera.

Roma, arco di Giano, antica incisione ottocentesca

Nel Medioevo fu incorporato in una fortezza ed è stato ricondotto al suo originario aspetto tra il 1920 ed il 1930, in relazione alla risistemazione urbanistica dell’area.

San Giorgio al Velabro

Molto suggestiva è la poco distante chiesa di San Giorgio al Velabro; essa si trova nella vallata scavata da un antico corso d’acqua, il Velabrum, affluente del fiume Tevere, in cui convergeva dopo aver attraversato l’area del Foro.

Questa chiesa è una delle più antiche della città; infatti fu edificata nel VII secolo d.C. e nell’830 d.C., per volere di papa Gregorio IV, fu ampliata con l’aggiunta di due navate laterali, ottenendo l’aspetto che ha ancora oggi.

Successivamente, nel corso del 1200, fu provvista anche di un portico e di un campanile. Il suo interno mostra l’uso di colonne di spoglio prese da vari monumenti antichi, infatti sono tutte diverse tra loro.

Bisogna inoltre notare che il muro di sinistra è obliquo e non simmetrico rispetto a quello di destra; questo perché si edificò su una precedente struttura senza badare alle leggi della simmetria e della coerenza tra le parti, cosa questa molto diffusa tra l’epoca tardo antica e medievale.

Roma, chiesa di San Giorgio al Velabro

La chiesa, abbandonata nel corso del ‘500, fu riutilizzata nel 1600 e arricchita da elementi barocchi, che affiancarono l’affresco di XIII secolo, con probabilità di Giotto, che decorava l’abside.

Nel corso del ‘700 perse la sua funzione religiosa per diventare un centro di deposito di vino ed olio, a ciò seguì un tentativo di restauro, voluto dal Valadier, rimasto però incompiuto; negli anni ’20 anche San Giovanni rientrò nel piano di riqualificazione dell’area sotto le direttive dell’architetto Antonio Muňoz.

Nel luglio del 1993 un’esplosione distrusse la parte anteriore del portico e ha danneggiato parte dell’interno; la ricostruzione, sotto le direttive della Soprintendenza di Roma, ha riportato la chiesa al suo stato originario.

San Nicola in Carcere

In Via Petroselli si trova la chiesa di San Nicola in Carcere, il cui nome deriva dalla tradizione che collocava qui delle carceri.

Fu costruita incorporando nei muri perimetrali resti di colonne appartenenti a diversi templi romani, di cui non si conoscono le divinità a cui erano dedicati; la chiesa fu edificata nell’VIII d.C. e ricostruita nel XII.

La facciata è di Giacomo della Porta è del 1599 ed inquadra il portale e la finestra rotonda; al di sopra c’è una trabeazione aggettante ornata con motivi di ghirlande e festoni.

Teatro di Marcello

Continuando si incontra il teatro di Marcello, iniziato da Giulio Cesare nel 46 a.C., fu terminato da Augusto nel 22 a.C. che lo dedicò a Marco Claudio Marcello, figlio della sorella Ottavia e destinato come suo successore, ma purtroppo morì prematuramente a 19 anni.

Fu inaugurato per alcuni nel 21 a.C. per altri nel 13 a.C. con il massacro di 600 animali. Non conosciamo il nome dell’architetto, ma sappiamo che fu edificato seguendo i dettami di Vitruvio Pollione.

La sua forma è semicircolare e la sua facciata in travertino raggiunge l’altezza di 32 m; esso era caratterizzato da arcate sovrapposte in ordine successivo dorico, ionico e corinzio; questa sovrapposizione utilizzata qui per la prima volta fu utilizzata successivamente nella costruzione di altri edifici teatrali e negli anfiteatri, anche per il Colosseo.

La cavea poteva contenere 15.000 spettatori ed aveva un diametro di 130 m, mentre l’orchestra era larga 37 m.

Dalle fonti sappiamo che la scena fu distrutta nell’incendio del 64 d.C., fu poi ricostruita da Vespasiano (69-79 d.C.) e da Alessandro Severo (222-235 d.C.); esso rimase in uso fino al IV secolo d.C.

Nel XII secolo fu trasformato in fortezza ed ampliato dalla famiglia Savelli tra il XIII ed il XIV secolo; fu ammirato talmente tanto in epoca rinascimentale da essere ristrutturato tra il 1523 ed il 1527 dal senese Baldassarre Peruzzi che ne murò il piano superiore aprendovi delle finestre.

Nel’700 divenne proprietà della famiglia Orsini; nel corso dell’800 fu addirittura adibito ad ospitare botteghe e abitazioni.

Nel 1926 iniziarono opere di ristrutturazioni che demolirono le botteghe a pianterreno; nel 1932 si presentò com’è allo stato attuale mantenendo solo l’intervento del Peruzzi.

Alla destra del teatro di Marcello, nel 1940 sono state rialzate e ricomposte, insieme alla trabeazione, tre colonne appartenenti al tempio di Apollo Sosiano, così denominato da Caio Sosio che lo fece costruire nel 34 a.C.

Le colonne, in travertino, erano rifinite in stucco; le statue del frontone erano originali greci del V secolo a.C., importati alla fine del I a.C. come bottino di guerra dall’Eubea; queste statue, recentemente ricomposte, sono esposte nell’ex Centrale Elettrica di Montemartini, trasformata in museo.

Foro Romano

Tra il IX ed il VII secolo a.C. l’area del Foro ( foras = fuori centri abitati) era paludosa ed adibita a sepolture, fino a quando intorno al 600 a.C. fu bonificata e prosciugata grazie alla costruzione della Cloaca Massima, una grande fogna che convogliava le acque, provenienti dai colli circostanti, in direzione del Tevere.

Roma, Fori imperiali

Dall’età repubblicana divenne il cuore pulsante della vita politica di Roma, mantenendo questa funzione anche in età imperiale.

Di forma rettangolare, collegato al Palatino ed al Campidoglio tramite la Via Sacra, fu soggetto a continui mutamenti; infatti uomini politici ed imperatori contribuirono a cambiare di continuo l’aspetto dell’area con l’inserimento di nuovi edifici.

Questi risalgono ad epoche diverse, solo il tempo gli ha dato un aspetto omogeneo, nascondendo la loro diversità dietro la patina dei secoli di vita della città.

Venendo dalla Via dei Fori Imperiali ci si troverà sulla Via Sacra, la cui prima pavimentazione risale all’età regia, quella, invece, ancora visibile oggi è quella augustea (I a.C.) in basalto.

Su questa strada passavano i cortei trionfali che festeggiavano le importanti vittorie militari di Roma. Appena si entra nel Foro subito sulla destra ci sono i resti della Basilica Emilia.

Questo era un edificio a pianta rettangolare, destinato alle attività civili, ai cambiavalute e all’amministrazione della giustizia.

L’ingresso data sul lato lungo, verso il Foro; l’interno, a tre navate, di cui la centrale più ampia ed alta.

La basilica fu edificata nel 179 a.C. per volere di Marco Emilio Lepido, da cui ebbe il nome; subì un restauro nel I a.C. e poi fu ricostruita nel V a.C., in seguito ad un incendio forse legato al sacco di Roma del 410 d.C.

Continuando la passeggiata per i ruderi del Foro si incontra la Curia, edificio sede del Senato romano.

Fu ricostruito più volte e l’edificio attuale risale all’epoca di Diocleziano (fine III d.C.- IV d.C.), anche se gli scavi hanno riportato alla luce strutture di fine I a.C., che mostrano un orientamento opposto rispetto all’attuale.

Nell’VII  secolo d.C. fu trasformata in chiesa da Onorio I, con il nome di San Adriano.

All’interno sui podi laterali prendevano posto i 300 senatori, che si disponevano da una parte o dall’altra in base al voto espresso, se era favorevole o contrario; sul fondo è stara rinvenuta una statua in porfido raffigurante una Dea della Vittoria.

Ai lati ci sono due grandi lastre scolpite, chiamate plutei, di Traiano: ripropongono un’immagine di come dovesse essere il foro e rappresentano, quella di sinistra il condono di debiti e quella di destra la distribuzione di aiuti ai poveri.

Di fronte alla Curia si trova il noto Lapis Niger, una piccola area quadrata, coperta di lastre nere in età cesariana: in questo punto del foro pare che si trovi la tomba di Romolo, oppure, secondo altri,  dove il primo re di Roma fu ucciso.

Qui è conservata la più antica iscrizione latina, scritta in bustrofedico (cioè da sinistra a destra e da destra a sinistra) risalente al periodo regio; difficile è la sua interpretazione perché incompleta in alcuni punti, ma indica il divieto di profanare questo luogo sacro.

Arco di Settimio Severo

Oltre il Lapis Niger si trova l’Arco di Settimio Severo innalzato dall’imperatore nel 203 d.C. per celebrare le sue vittorie contro i Parti; a tre arcate, è alto 21 m ed i rilievi raffigurano scene con prigionieri in cui si mostra già la perdita di proporzionalità rispetto ai canoni classici.

A lato del fornice si trova l’umbelicus urbis, piccola costruzione in mattoni, contemporanea all’arco che segnava il centro della città.

Alle spalle dell’arco si erge il colle Capitolino, centro del municipio della città moderna come era il centro politico dell’antica Roma.

L’antico Campidoglio era caratterizzato dall’Arx e dal Capitolium, separate dalla sella dell’Asylum; la prima era occupata dal tempio di Giunone Moneta (Ammonitrice) su cui più tardi fu eretta la chiesa dell’Ara Coeli, la seconda, invece, era sede del tempio della Tiade Capitolina (Giove, Giunone, Minerva) risalente al VI a.C., di questo restano dei reperti conservati al Palazzo dei Conservatori.

Da questo lato si trova la nota Rupe Tarpea, così chiamata perché secondo il mito era stata gettata, dai Sabini, nello strapiombo la giovane Tarpea che aveva aperto le porte ai nemici di Roma, nonostante l’aiuto che aveva dato loro.

Nel ‘500 il colle fu ristrutturato con l’intervento di Michelangelo, che invertì l’orientamento collegandolo in modo ideale con la Basilica di San Pietro.

Il palazzo senatorio ha inglobato i resti dell’antico Tabularium, risalente al I a.C. e destinato a contenere le tavole (tabulae) delle leggi; era costruito in blocchi di tufo (opus quadratum) e, su di un alto basamento, prendevano posto due ordini di arcate, che poggiavano su pilastri semicircolari in ordine dorico. Le torri laterali risalgono all’epoca medievale e rinascimentale.

Al di sotto del Tabularium prendono posto diversi monumenti e, guardando da destra a sinistra, troviamo: il tempio della Concordia, inaugurato nel IV a.C., che aveva il compito di ricordare la pace avvenuta tra i patrizi ed i plebei nel 367 a.C., di questo edificio oggi resta solo il muro perimetrale; segue il tempio di Vespasiano, terminato dal figlio Domiziano (81-96 d.C.), di cui si individuano tre colonne integre; c’è poi il  Portico degli Dei Consenti (cioè dell’”adunanza degli dei), decorato con capitelli corinzi di fine I a.C. e che fu ricostruito nel IV secolo d.C; infine si incontra il Tempio di Saturno, di cui in situ si individuano 8 colonne del portico anteriore, tale tempio subì una serie di rifacimenti nel corso della sua vita, l’ultimo dei quali è quello ancora oggi visibile di IV secolo d.C.

Qui dal 17 al 23 dicembre si festeggiavano i Saturnalia, durante i quali padroni e servi si invertivano i ruoli.

Ritornando verso il centro del foro, cuore politico dell’area, subito a sinistra si vedono i Rostra, cioè un palco sopraelevato da cui gli oratori si rivolgevano alle masse; essi risalgono al I a.C. e derivano il nome dai rostri, le prue di navi tolte ai nemici, del IV d.C., che fungevano da ornamento di questo palco, su cui ancora sono visibili i fori di aggancio.

Più verso il centro trova posto il monumento più recente dell’area: la colonna di Foca.

Roma, Fori imperiali

Questa colonna fu voluta nel 608 d. C. da Foca, imperatore d’Oriente, che fece riutilizzare una colonna di II d.C., apponendovi sopra una statua.

Dopo, in posizione quasi simmetrica alla Emilia, si trova la Basilica Giulia, voluta da Cesare nel 54 a.C. sulla precedente Basilica Sempronia, per chiudere il lato Sud del foro.

Fu terminata da Augusto, ricostruita dopo un incendio nel 12 d.C. per subire un restauro ancora nel 284 d.C. per opera di Diocleziano; a pianta rettangolare era a cinque navate, di cui la centrale di maggiori dimensioni.

Sui gradini oggi sono ancora visibili le incisioni di alcuni giochi simili alla nostra dama.

Più a sinistra è l’Ara di Cesare, resti di un tempio dedicato da Augusto nel 29 a.C. per ricordare il suo grande predecessore, che, ucciso dai congiurati presso l’attuale Teatro Argentina, fu qui cremato alle idi di marzo del 44 a.C.; ancora oggi turisti e cittadini sono soliti commemorare la morte di Cesare ponendo qui dei fiori.

A destra, invece, si trova il Tempio di Castore e Polluce, ricostruito nel II secolo d.C., su uno precedente di cui la datazione non è certa.

Il monumento voleva ricordare l’apparizione di due gemelli a cavallo corsi in aiuto dei Romani durante la battaglia del Lago Regillo, sui colli Albani, nel 499 a.C.

Sotto il podio si aprivano degli ambienti di piccole dimensioni, forse adibiti ad ufficio di pesi e misure.

Dietro questo tempio, procedendo verso il Palatino si trovano gli Horrea di Agrippa del I a.C. ed una grande Aula con nicchie semicircolare di età domizianea (fine I d.C.).

Sulle pendici del Palatino nel VI secolo d.C. fu fondata la chiesa di Santa Maria Antiqua, visitabile solo con permesso e che possiede uno dei più antichi affreschi della città: Cristo, crocefisso, è raffigurato con una tunica del tipo orientale, indice del fatto che l’artista doveva essere di origine bizantina.

Poco distante c’è il  Tempio di Vesta, ricostruito da Settimio Severo nel II d.C., su di un tempio già preesistente; alla sua sinistra c’è la Casa delle Vestali, le sacerdotesse predisposte alla cura del fuoco sacro del tempio di Vesta: essa fu ricostruita da Adriano (117-138 d.C.).

Roma, Fori Imperiali, tempio di Vesta

Attorno ad un atrio rettangolare, con aiuola ottagonale di IV d.C., si trovano le abitazioni delle donne; queste in numero di sei, venivano scelte tra le nobili donne romane e erano obbligate al voto di castità per tutta la durata del sacerdozio (30 anni), se lo infrangevano venivano murate vive.

Sulla Via Sacra si affaccia il Tempio di Antonino e Faustina, voluto da Antonino Pio per commemorare la morte della moglie Faustina nel 148 d.C.

Il tempio si è conservato molto bene perché nel IX secolo d.C. fu trasformato in chiesa, con il nome di San Lorenzo in Miranda, oggi sono visibili le colonne in marmo grigio con capitelli corinzi.

A destra del tempio negli anni ’50 l’archeologo Giacomo Boni ha riportato alla luce circa 40 tombe ad inumazione e a cremazione datate tra il X ed il VII secolo a.C., che confermano la funzione cimiteriale dell’area in età arcaica.

Adiacente a questa necropoli c’è il Tempio di Romolo così chiamato perché dedicato al figlio di Massenzio e costruito dove si racconta che il primo re di Roma abbia fermato i Sabini.

Proseguendo sulla Via Sacra si incontra la Basilica di Massenzio era a tre navate con l’ingresso su lato corto e sul fondo presentava un’abside; la copertura della navata centrale era con volta a crociera, in quelle laterali con volte a botte abbellite da cassettoni ottagonali.

Iniziata da Massenzio fu conclusa da Costantino, che fece spostare l’ingresso sul lato lungo e costruì una nuova abside dove fece collocare la sua colossale statua alta 12 m.

Purtroppo di questo imponente edificio si conservano solo le navate laterali  con le loro volte a botte.

Ritornando sulla Via Sacra si può ammirare l’Arco di Tito, opera di Domiziano alla fine del I d.C. per commemorare la campagna bellica di suo fratello Tito in Palestina.

Di particolare importanza sono gli altorilievi che descrivono i momenti del trionfo con un’ottima tecnica di prospettiva.

Incorporato nella fortezza Frangipani nel Medioevo fu restaurato prima dallo Stern e poi dal Valadier nell’800 che operarono un restauro considerato grossolano e deprecato da molti, come anche Stendhal.

Per ultimo si incontra il Tempio di Venere di età adrianea ma restaurato nel IV secolo d.C.: esso possedeva due celle con due absidi addossate, di cui una oggi inglobata nell’Antiquarium comunale.

Fori Imperiali

I Fori Imperiali della Roma antica erano un susseguirsi di piazze, edifici pubblici, templi. Furono costruiti a partire dall’età di Giulio Cesare fino al II secolo d.C. in modo da risultare ortogonali gli uni agli altri; ad oggi l’impianto non è più leggibile per la costruzione della moderna Via dei Fori Imperiali.

La via ideata da Mussolini nel 1925, fu inaugurata nel 1932 ed aveva lo scopo di rispondere ad esigenze di grande monumentalità , abbattendo però molti edifici succedutesi nei secoli cambiato completamente la fisionomia della zona.

Risalgono a questo periodo anche le cosìdette lavagne che sono esposte sul muro della basilica di Massenzio che si affaccia sulla via; essi ripercorrono l’espansione di Roma dall’età repubblicana e quella di Traiano, nel II d.C., quando l’impero raggiunse la sua massima espansione.

Roma, scavi al foro di Cesare

Il Foro di Giulio Cesare, venendo dal Colosseo, è il primo che si incontra venendo dal Colosseo, fu inaugurato per creare nuovi spazi pubblici in relazione ad una popolazione che cresceva sempre di più.

Inaugurato nel 46 a.C. era composta da una piazza rettangolare porticata e su uno dei lati corti si trova un  tempio su podio dedicato a Venere, la dea protettrice della famiglia Giulia, che discendeva da Enea, figlio della dea.

Della piazza resta solo l’angolo sinistro e parte delle colonne del tempio.

Segue il Foro di Augusto, inaugurato nel 2 d.C. e perpendicolare a quello di Cesare; è composto da una piazza porticata, con il lato breve orientato ad Est, dove è chiuso da un tempio su podio, noto come Tempio di Marte Ultore (Vendicatore), che fu omaggiato dall’imperatore dopo la sua vittoria contro i Cesaricidi.

Nello stesso tempio veniva venerata anche la dea Venere, ritenuta genitrice della famiglia imperiale.

La piazza, lateralmente, era chiusa da due esedre con statue di Enea e Romolo, i fondatori, secondo la tradizione, della stirpe romana.

Un muro in peperino, dietro il muro di fondo del tempio, serviva come elemento divisorio dal quartiere popolare della Suburra, costruito prettamente in legno e dove scoppiavano, per tale motivo, continuamente degli incendi.

Quello che seguirebbe sarebbe il Foro di Vespasiano (69-79 d.C.), scomparso sotto l’incrocio di Via dei Fori Imperiali e Via Cavour; dalle fonti sappiamo che qui si trovava il Tempio della Pace, dove erano conservati tutti i tesoro portati dal figlio Tito a Roma dopo la campagna in Palestina.

Poco rimane anche del Foro di Domiziano (91-96 d.C), figlio di Vespasiano; l’attività edilizia per la costruzione del foro iniziò sotto questo imperatore, ma si concluse con il suo successore Nerva.

Di forma rettangolare allungata aveva la funzione di saldare le tre piazze precedenti mettendole in comunicazione tra loro, per questo fu chiamato anche Transitorio.

Attraversato dall’Argiletum, una via che lo univa sia al foro repubblicano sia alla Suburra, era dominato dal Tempio di Minerva.

La fisionomia del tempio la conosciamo grazie ai disegni rinascimentali, ma oggi restano solo due colonne, soprannominate Colonnacce, sul cui fregio sono visibili scene di lavori femminili e da una statua della dea, protettrice degli artigiani.

L’ultimo e più complesso è il Foro di Traiano (98-117 d.C.); fu opera di Apollodoro di Damasco, il noto architetto che servì al servizio dell’imperatore progettando anche formidabili macchine da guerra.

Sulla piazza si aprivano una serie di edifici: una piazza porticata con due esedre ai lati, al centro un monumento equestre dedicato all’imperatore e la Basilica Ulpia (Ulpis da Caio Ulpio Traiano).

Roma, colonna Traiana

Della basilica, di cui oggi è ancora riconoscibile la pianta, si individuano le cinque navate con due absidi ai lati; due biblioteche, che, secondo le fonti, erano una greca ed una latina e racchiudevano, in un piccolo spazio, la colonna coclide con raffigurate le imprese daciche dell’imperatore.

La colonna, realizzata da Apollodoro di Damasco, ricalca nella forma il volumen romano (rotolo di pergamena arrotolato intorno una piccola asta) e la sua collocazione tra le biblioteche serviva a farla “leggere” meglio.

Posta su una base, dove era collocata l’urna cineraria di Traiano e della moglie, era alta 100 piedi romani, cioè 29, 60 m dalla base al capitello dorico.

Sulla sommità si trovava la statua dell’imperatore, che fu sostituita da papa Sisto V, nel 1585, con quella di San Pietro, che guardava in direzione della Basilica Vaticana.

Il fregio, che percorre tutto il fusto della colonna, con le sue 2500 figure ripercorre la storia della campagna bellica nella regione della Dacia (101-102 d.C. e 105-107 d.C.), che si concluse con la morte del re nemico Decebalo: i due cicli narrativi sono divisi all’altezza del dodicesimo cerchio da una Vittoria alata.

Alcuni studiosi ritengono che in antico fosse colorata, ma è più plausibile che fosse scialbata, vale a dire terminata con latte di calce che ne ha favorito la buona conservazione nel corso del tempo.

Sulla piazza, addossati alle pendici del colle Quirinale, si trovano i grandi Mercati; questi si componevano di sei livelli di strade sovrapposte su cui si affacciano negozi e magazzini.

Non sappiamo quale sia stata la data di avvio dei lavori, per alcuni avviati già sotto Domiziano; sappiamo che della loro progettazione si occupò sempre Apollodoro.

di Paola Serata

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